Mistero sul set
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Mistero sul set

  1. 208 pagine
  2. Italian
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Mistero sul set

Informazioni su questo libro

Roma, anni Cinquanta. Quando la zia Dora le propone di lavorare con lei come truccatrice a Cinecittà, a Flora sembra di sognare. E il primo set è addirittura quello di Vacanze romane: palazzi sontuosi, abiti da favola, gioielli scintillanti... Peccato che qualcuno rubi una spilla preziosissima da un costume di Audrey Hepburn, e che a essere sospettata sia proprio la zia Dora. Flora deve trovare il vero colpevole, ma potrà fidarsi dell'elegante Louis o del borgataro Vittorio, così pronti a offrirle il loro aiuto?
A CINECITTÀ LA FINZIONE È D'OBBLIGO: DIFFICILE CAPIRE CHI MENTE E PERCHÉ

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788858525548
Print ISBN
9788856677560

1

Flora aveva passato la notte a rigirarsi nel letto come un’anima inquieta, aspettando di potersi mettere in movimento.
– E se ci fosse uno sciopero dei mezzi pubblici, proprio oggi? – le aveva sussurrato sua madre, specialista nell’aspettarsi sempre il peggio, mentre la ragazza si preparava.
– Se non trovo il tram, prenderò una camionetta – aveva sbuffato Flora un attimo prima di chiudersi la porta alle spalle, diretta alla Stazione Termini.
Le camionette private sbucavano fuori dal nulla a ogni sciopero. La sola idea di dover battagliare con un bel po’ di gente solo per conquistarsi un posto su una panca dentro un mezzo scomodo e traballante le dava fastidio, ma lo avrebbe fatto per arrivare puntuale. Fu dunque sollevata quando vide che, contrariamente a quello che aveva temuto, il tram della linea Termini-Castelli Romani era fermo al capolinea. Accelerò il passo e fece appena in tempo a salire: dopo un attimo, la vettura si mise in moto sferragliando.
Comprato il biglietto, diede una rapida occhiata intorno e, appurato che non c’era modo di sedersi, si rassegnò a fare il viaggio in piedi. Il tragitto era lungo e il tram lento ma, finalmente, vide avvicinarsi la facciata degli stabilimenti e s’affrettò a suonare il campanello per prenotare la fermata.
Scese dal tram quasi a scapicollo, si precipitò all’entrata e, fatto un bel respiro, mise piede all’interno di quella che veniva chiamata “La città del cinema”: Cinecittà.
– Nell’antica Roma se lo mettevano il rossetto?
Flora parlava cercando di mantenere immobile la bocca mentre sua zia Dora finiva di passarle un dito tinto di rosso sulle labbra.
– Ferma! – la sgridò la donna. – Nell’antica Roma non lo so, ma se vuoi che ti notino fra le comparse, bisogna mettere un po’ di colore qui. Ecco, adesso va bene. Guardati.
Lei si specchiò e per un attimo non si riconobbe.
Quella ragazza vestita da schiava romana, che sbatteva gli occhi sottolineati dal trucco, sembrava molto più grande di lei. Non era più Flora Marinoni, sedici anni, ma Flora del Mar, aspirante attrice. Con quel cognome, infatti, aveva firmato il foglio di presenza delle comparse sotto gli occhi perplessi della zia, che, dopo mesi di insistenze, le aveva procurato una particina da figurante in un film in costume.
– Quando diventerò famosa – si era difesa lei – mica mi potrò chiamare Marinoni. Ci vuole un nome esotico.
– Sarà! – era stato l’asciutto commento della zia.
Flora non era abituata a truccarsi, e guardandosi provò una strana eccitazione.
Il velo di cipria aveva smorzato le lentiggini, il filo di rossetto sottolineava un sorriso sbarazzino e i capelli chiari, che la facevano impazzire quando al mattino cercava di sistemarli, scendevano addomesticati ai lati del viso. Si aggiustò la lunga tunica, che la faceva sembrare più alta. I sandali di cuoio stringevano un po’ perché erano di una misura più piccola della sua, ma non le pareva il caso di fare la schizzinosa. Allentò semplicemente i lacci che si incrociavano sui polpacci e si sgranchì le dita dei piedi.
– Sono quasi bella – esclamò sorridendo. – Dici che il regista mi noterà? Dici che mi farà dire una battuta? Le attrici cominciano tutte così, no? Eh? Tu che ne dici? Eh?
Zia Dora strinse le labbra. Non voleva dire proprio niente e si finse indaffarata a riporre tubetti e barattoli nella grande scatola di legno. Lavorava da anni come truccatrice e parrucchiera per il cinema e di attrici di grido ne erano passate parecchie sotto le sue mani. Sapeva benissimo che non si diventava famose semplicemente perché si aveva un bel faccino. Ma chi era lei per togliere le illusioni alla nipote? Se il suo sogno era diventare una stella del cinema, che sognasse un altro po’.
Una voce chiamò le comparse col megafono. – Tutti i figuranti sul set!
La zia le diede un’ultima sistemata ai capelli.
– Tocca a te. E ricordati di non ridere. Gli schiavi degli antichi romani avevano poco da stare allegri!
Flora annuì preoccupata e raggiunse le altre ragazze. Una di loro, con le sopracciglia dipinte ad ala di rondine, le piantò gli occhi addosso con l’aria di valutarla per capire se dovesse considerarla una rivale. Evidentemente dovette pensare che quella biondina dall’aria spaurita non rappresentasse una vera concorrente, perché si mise a chiacchierare con le altre. Ma si sbagliava: ognuna di loro aspirava a diventare una stella del cinema ed era disposta ad approfittare di qualunque occasione pur di realizzare il proprio sogno. E anche Flora, in cuor suo, aveva grandi ambizioni.
Decisa a ignorare il chiacchiericcio delle “colleghe”, si guardò intorno. Si trovavano all’esterno degli studi, dove era stata allestita la scenografia che rappresentava l’angolo di una piazza dell’antica Roma. Le sembrò tutto magnifico, e poco importava che le colonne del tempio fossero di cartapesta. Tutto le appariva vero ed eccitante, e già si immaginava famosa. Che aveva lei da invidiare alle attrici del cinema? Proprio nulla. Si immaginò ritratta sulle pagine di Cinema nuovo con una didascalia che annunciava: «Ecco la nuova diva del cinema italiano!».
La voce dell’aiuto-regista la distolse dalle sue fantasticherie. – Entrate correndo e gridando, attraversate la piazza e fermatevi solo quando qualcuno dice “Stop”. Voi tre gridate: “Aaah!”, voi quattro: “Oooh!” e voi due: “Eeeh!”. Partite solo dopo: “Ciak. Azione!”. Tutto chiaro?
A Flora era toccata la “Aaah”.
Le ragazze, dopo un iniziale disorientamento, presero a fare prove su prove e il set venne invaso da un coro di voci dissonanti che gridavano: – Eeeh! Oooh! Aaah!
L’aiuto-regista, chiaramente infastidito, lanciò un romanesco: – Ahò! Ma che state a ffa’? Strillate ma… zitte!
Flora fu contenta di quel rustico invito. Il frastuono delle grida che si sovrapponevano l’aveva confusa e adesso il silenzio imposto dal vocione dell’uomo, che si aggirava sul set confabulando ora con l’uno ora con l’altro dei tecnici, le consentì di concentrarsi. Aprì la bocca senza emettere alcun suono e cercando di non stravolgere la faccia nel grido. Fare smorfie non era più di moda dai tempi del cinema muto, di cui sapeva qualcosa grazie ai racconti della nonna, che era stata un’ammiratrice di Francesca Bertini e Lyda Borelli, dive della sua epoca. L’aveva spesso fatta ridere, quando era piccola, imitando i gesti esagerati delle attrici che esprimevano terrore, amore e stupore sempre nello stesso modo: occhi sbarrati e bocca spalancata.
Ora osservò le altre figuranti e ne vide qualcuna che, in silenzio, esagerava strabuzzando gli occhi e portandosi le mani ai capelli. Lei, invece, non avrebbe fatto quell’errore, anche perché voleva che le sue amiche la riconoscessero, quando fossero andate a vedere il film.
Flora sentiva il cuore che batteva a mille: stava per cominciare la sua grande avventura nel mondo del cinema.

2

«Sono Flora del Mar, sono Flora del Mar, sono Flora del Mar!» andava ripetendosi per farsi coraggio nell’attesa del ciak. In quel luogo e in quel momento non c’era più posto per Flora Marinoni.
Sul set si fece improvvisamente silenzio quando un tipo si posizionò davanti alla cinepresa. – Ciak, rivolta degli schiavi uno, prima.
– Azione! – gridò il regista.
Le ragazze partirono dal loro angolo. Lei era fra le ultime.
Spalancò la bocca nel suo “Aaah!” e si mise a correre, ma dopo il primo passo il laccio di un sandalo si sciolse svolazzando e agganciò l’asta di un proiettore che la seguì nella corsa, precipitando sulla colonna di cartapesta del tempio, che a sua volta franò sul banco dell’ambulante di meloni posizionato proprio sotto. Il venditore finì a gambe levate e la frutta rotolò dappertutto, mentre Flora, incespicando sul piede nudo, cercava di guadagnare l’altro lato della piazza.
All’orrendo fracasso seguì un silenzio di tomba.
La ragazza chiuse gli occhi sperando in un miracolo. «Non sono qui, non sono qui, non sono qui» si ripeté come uno scongiuro. Poi udì l’urlo del regista: – Chi è quel deficiente che ha fatto crollare tutto?
Impietrita, aprì gli occhi e guardò la rovina che aveva provocato, mentre il gruppo delle comparse le faceva il vuoto intorno.
La zia corse a recuperarla mentre gli attrezzisti si affannavano a rimettere in sesto la scena.
Il responsabile delle comparse si avvicinò a Dora. – E questa sarebbe quella tua nipote tanto caruccia e brava? Ricordami di chiamarla quando gireremo Le rovine di Pompei...
Flora era riuscita a non piangere davanti a tutti, ma una volta arrivata in camerino scoppiò in lacrime. I suoi sogni di gloria erano finiti prima ancora di cominciare.
La zia non tentò neanche di consolarla: l’aveva combinata troppo grossa. E poi doveva ritoccare il trucco delle altre dieci schiave sopravvissute al disastro. Uscì di fretta dallo stanzino, portando con sé la trousse con il necessario.
Soltanto quando le riprese della mattinata furono terminate, Flora trovò il coraggio di riaffacciarsi sul set, tenendosi ben nascosta dietro una colonna di cartapesta. Sbirciò le ragazze che, a piccoli gruppi, si erano spostate sul viale e riposavano all’ombra dei pini. Poco più in là, i tecnici si concedevano una sigaretta. Del regista non c’era traccia ma, in compenso, l’aiuto-regista sembrava instancabile e girava sul set controllando tutto e tutti. Quando Flora si rese conto che stava venendo verso la colonna dietro alla quale s’era nascosta, arretrò e si rincantucciò oltre una siepe con la testa nascosta fra le braccia. Non sarebbe più uscita di lì, si disse. Si vergognava troppo. Le venne di nuovo da piangere.
– Cestino!
Quella voce attirò la sua attenzione, ma lei non alzò neanche la testa e continuò a tirare su con il naso.
– Ehi, bella – insistette la voce – non farmi perdere il lavoro. Io devo distribuire tutti i cestini in un quarto d’ora. Prenditi il tuo… e soffiati il naso.
Una mano le appoggiò il cestino del pranzo vicino ai piedi e dopo ricomparve nel suo campo visivo per allungarle un fazzoletto. Incerta, lo prese e soffiò.
– Poi te lo lavo – borbottò.
– È il minimo – rispose la voce.
I passi si allontanarono.
Attraverso il fogliame della siepe, Flora controllò il set e, resasi conto che dell’aiuto-regista non c’era traccia, si rincuorò, aprì il sacchetto del cibo e sbirciò dentro: un panino con la porchetta e una mela. Lo stomaco le gorgogliò, facendola stupire di se stessa. Ma come, la sua carriera di attrice era finita prima ancora di cominciare e lei aveva voglia di mangiare? Forse la sua era una fame nervosa, ma sempre fame era! Così, si sedette a terra a gambe incrociate e diede un morso al panino proprio nel momento in cui dalla siepe spuntava la testa di un ragazzo. Occhi svegli, capelli rossi e ricci, naso un po’ schiacciato, sorriso ironico.
– Vedo che ti stai consolando!
Riconobbe la voce: era il tipo del fazzoletto che, disinvoltamente, le si sedette accanto.
– Se vuoi, ti faccio avere la foto del disastro. È stato magnifico. L’ho scattata al volo.
Estrasse dal taschino della camicia una minuscola macchina fotografica. Flora lo guardò storto. Era venuto a prenderla in giro?
– Riprenditi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23. Epilogo
  26. Copyright