Il silenzio della città bianca
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Il silenzio della città bianca

  1. 464 pagine
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Il silenzio della città bianca

Informazioni su questo libro

Da questo libro è stato tratto il film NETFLIX uscito nel 2020. Una corsa contro il tempo e contro la logica, nelle strade di una città bellissima e tragica. Il professore Tasio Ortiz de Zárate sta per lasciare la prigione grazie al suo primo permesso. E Tasio non è uno qualunque: brillante archeologo, protagonista della scena culturale e pop con le sue trasmissioni televisive che avevano conquistato il pubblico vent'anni prima, è finito in galera per omicidio. Tasio Ortiz de Zárate è stato condannato come serial killer, accusato di aver ucciso seguendo una logica macabra, lungo un percorso ideale nella tranquilla città di Vitoria. Una città che ora è immersa nel terrore di tanto tempo fa, perché alla notizia della libertà di Tasio corrisponde una nuova ondata di crimini. Una coppia viene ritrovata senza vita nella Cattedrale Vecchia, due ragazzi di vent'anni nudi in una posa di sconvolgente tenerezza. Le indagini sono appena cominciate quando l'assassino colpisce ancora: i corpi di due venticinquenni vengono rinvenuti nella Casa del Cordone, in pieno centro e durante la festa di San Giacomo. Il giovane ispettore Unai López de Ayala inizia la caccia. Per lui non si tratta soltanto di fermare la scia di morte, ma di vincere la sfida contro la mente criminale che lo ha coinvolto personalmente. E di dimostrare al suo capo, l'affascinante vicecommissaria Alba, che seguire le regole non è sempre la migliore strategia. Il silenzio della città bianca - primo volume della trilogia della Città bianca - è un thriller ipnotico, pubblicato per la prima volta in Spagna nel 2016, e definito un "romanzo rivelazione".

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Informazioni

eBook ISBN
9788858524725
Argomento
Literature
1

La Cattedrale Vecchia

24 luglio, domenica

MI stavo godendo il miglior pincho di tortilla di patate del mondo, con l’uovo molle e le patate cotte ma croccanti, quando ricevetti la telefonata che mi cambiò la vita. In peggio, neanche a dirlo.
Era la vigilia della festa di San Giacomo, e a Vitoria ci preparavamo a celebrare il Giorno del Blusa, un omaggio a noi giovani che avremmo animato le festività in programma per i primi di agosto. Il bancone di legno dove stavo cercando di terminare quella microdelizia era così affollato e rumoroso che dovetti uscire su calle del Prado per accorgermi che il cellulare vibrava nella tasca della mia camicia, vicino al cuore.
«Che succede, Estíbaliz?»
La mia collega non era solita importunarmi nei miei giorni liberi e, ovviamente, il Blusa e la sua vigilia erano troppo sacri anche solo per pensare di andare al lavoro, con tutta la città in delirio. In un primo momento il fragore delle fanfare e il fiume di gente che le seguiva saltando e cantando m’impedì di sentire quello che stava cercando di dirmi Estíbaliz.
«Unai, devi correre alla Cattedrale Vecchia», mi esortò.
Quel tono di voce, quella sfumatura tra lo sconcerto e l’urgenza non erano affatto soliti in una tipa cazzuta più di me, che è tutto dire.
Capii immediatamente che era successo qualcosa di grave.
Cercai di allontanarmi dal rumore pervasivo che quel giorno incapsulava la città e inconsciamente mi diressi verso il Parco della Florida, provando a lasciarmi alle spalle i decibel che m’impedivano di ascoltare la conversazione in termini minimamente produttivi.
«Che cosa è successo?» chiesi, tentando di sgombrare dal cervello l’ultimo sorso di Rioja che non avrei dovuto bere.
«Non ci crederai: è di nuovo tutto identico a vent’anni fa.»
«Di cosa stai parlando, Esti? Sono un po’ stordito.»
«Alcuni archeologi della ditta che si occupa del restauro della cattedrale hanno trovato due corpi nudi nella cripta. Un ragazzo e una ragazza, con le mani poggiate l’uno sulla guancia dell’altra. Ti suona familiare, vero? Corri, Unai. È una cosa seria, molto seria.» E riattaccò.
Non può essere, pensai.
Non può essere.
Nemmeno salutai i miei amici. Volevano continuare la serata al bar Sagartoki, nel pieno di una marea umana, ed era poco probabile che qualcuno avrebbe sentito il cellulare se gli avessi telefonato per informarlo che il mio Giorno del Blusa finiva lì.
Mi diressi verso plaza de la Virgen Blanca, con le ultime parole della mia collega che mi rimbombavano nella testa, passai davanti al portone di casa e salii in direzione della Correría, una delle strade più antiche della cittadella medievale.
Fu una pessima scelta. Era gremita di gente, come tutto il centro quel giorno. La Malquerida e gli altri bar che fiancheggiavano le porte della città vecchia traboccavano di vitoriani e ci misi più di un quarto d’ora per arrivare in plaza de la Burullería, il cortile posteriore della cattedrale dove avevo appuntamento con Estíbaliz.
La piazza doveva il suo nome al mercato dei burulleros, i tessitori di stoffa che nel Quindicesimo secolo avevano reso Vitoria uno snodo commerciale inaggirabile del nord della penisola. Camminai sul lastricato e, nel vedermi passare, la statua di bronzo di un preoccupato Ken Follett mi guardò, come se anticipasse le oscure trame che già si stavano tessendo intorno a noi.
Estíbaliz Ruiz de Gauna, ispettrice della Omicidi come me, mi aspettava facendo mille telefonate, nervosa, e muovendosi da un lato all’altro della piazza come una lucertola. Ha un caschetto di capelli rossi e con il suo scarso metro e sessanta era sul punto di non soddisfare i requisiti di ammissione al Corpo: Vitoria avrebbe rischiato di perdere una delle sue migliori e più caparbie investigatrici.
Eravamo entrambi davvero bravi a chiudere i casi, ma non altrettanto a seguire le regole. Dopo aver collezionato più di un richiamo per insubordinazione, avevamo imparato a coprirci a vicenda. E per quanto riguarda il rispetto delle norme… ci stavamo lavorando.
Ci stavamo lavorando.
Io chiudevo gli occhi di fronte a certe dipendenze che ancora lasciavano strascichi nella vita di Esti. Lei si girava dall’altra parte quando io non ascoltavo i capi e facevo di testa mia.
Mi ero specializzato in criminal profiling, perciò, in genere, richiedevano i miei servizi appena si presentava un delinquente seriale: assassini, stupratori… Qualsiasi marmaglia recidiva. Se si verificavano più di tre fatti intervallati da un periodo di quiete, entravo in azione io.
Estíbaliz era specializzata in vittimologia, i grandi dimenticati. Perché proprio a quella persona e non a un’altra? Maneggiava con più disinvoltura di chiunque i database del SICAR, che raccoglievano tutte le tracce possibili di impronte di suole e di pneumatici, o gli archivi di SoleMate, un compendio di tutte le marche e modelli di scarpe e scarpette da ginnastica di fabbricazione mondiale.
Appena si accorse della mia presenza, si dimenticò del cellulare e mi guardò con una faccia da lutto.
«Che cosa c’è lì dentro?» volli sapere.
«Meglio che lo veda con i tuoi occhi», sussurrò, come se il cielo potesse sentirci, o magari l’inferno, chissà. «Mi ha chiamato il commissario Medina in persona. Vogliono un esperto in profiling come te, e hanno richiesto me per lavorare sulle vittime. Appena entri, capirai. Voglio che mi dica la tua prima impressione. Sono già arrivati la Scientifica, il medico legale e il giudice. Entriamo dalla Cuchi.»
La Cuchillería era un’altra delle antiche strade dove si raggruppavano le corporazioni medievali, in questo caso quella degli artigiani dei coltelli. A Vitoria avevamo un memoriale perpetuo dei mestieri dei nostri avi: l’Herrería, dei fabbri, la Zapatería, dei calzolai, la Correría, dei conciai, la Pintorería, dei pittori… La topografia originaria dell’Almendra Medieval, la Mandorla Medievale, restava intatta, nonostante lo scorrere dei secoli.
Incuriosiva sempre tutti il fatto che si potesse accedere a una cattedrale da quello che sembrava il portone di un palazzo qualunque.
Due agenti vigilavano all’entrata, una spessa porta di legno al civico 95. Ci salutarono e ci lasciarono passare.
«Ho già interrogato i due archeologi che li hanno ritrovati», m’informò la mia collega. «Erano venuti per portarsi avanti con il lavoro; da quel che ho capito, la Fondazione della Cattedrale di Santa Maria li tiene sotto torchio affinché completino la zona della cripta e il sotterraneo entro la fine dell’anno. Ci hanno lasciato le chiavi. La serratura è intatta, come vedi. Non è stata forzata.»
«Mi stai dicendo che sono andati a lavorare il pomeriggio della vigilia di San Giacomo? Non è un po’ strano per dei vitoriani?»
«Non ho notato nulla di inconsueto nelle loro reazioni, Unai», negò con la testa. «Erano sconvolti, anzi terrorizzati. Un orrore così non si finge.»
D’accordo, pensai. Mi fidavo delle impressioni di Estíbaliz come la ruota posteriore di un tandem si fida di quella anteriore. Funzionavamo così.
Entrammo nell’ingresso restaurato e la mia collega richiuse la porta alle nostre spalle. Finalmente il rumore della festa cessò.
Fino a quel momento, la notizia del ritrovamento di due cadaveri mi ronzava intorno alla testa senza riuscire a entrarci del tutto, era troppo in contrasto con la confusione allegra e spensierata che mi circondava. Una volta chiusa la porta, in quel silenzio claustrale, con le luci del cantiere che illuminavano tenuemente la scala di legno che dava accesso alle cripte, tutto mi sembrò più reale. Per quanto non auspicabile.
«Mettiti il casco, dai.» Mi porse uno dei caschi bianchi con il logo blu della Fondazione che i turisti erano obbligati a indossare durante la visita alla cattedrale. «Con la tua altezza, è sicuro che batti la testa.»
«Faccio finta di non aver sentito», la ignorai, intento a osservare lo spazio intorno a me.
«È obbligatorio», insistette, porgendomi di nuovo quel catafalco bianco e sfiorandomi il dorso della mano con le dita.
Era un gioco con un’unica regola molto chiara: «Non oltre». In realtà, ce n’era anche un’altra, complementare: «Non fare domande. Fin qui». Io ero dell’idea che due anni senza avance sancissero uno status quo, un comportamento codificato, ed Estíbaliz era d’accordo con me. Tra l’altro, lei era nel pieno dei preparativi per le nozze mentre io ero vedovo da… be’, che importava.
«Tesoro», sussurrai, e presi il casco di plastica.
Salimmo le scale a chiocciola e ci lasciammo alle spalle il plastico del villaggio di Gasteiz, il primo insediamento su cui sarebbe poi sorta la città. Estíbaliz dovette fermarsi di nuovo per cercare la chiave di accesso al perimetro interno della Cattedrale Vecchia, uno dei simboli della città, restaurata e rattoppata più volte della bici di un bambino. Il cartello APERTO PER LAVORI ci salutava alla nostra destra.
Conoscevo tutte le icone della mia terra, le avevo memorizzate nel lobo temporale da quando il doppio delitto del dolmen aveva messo in subbuglio un’intera generazione di vitoriani vent’anni e quattro mesi prima di quel giorno.
Il dolmen della Chabola de la Hechicera, «La capanna della strega», il sito celtibero di La Hoya, la Valle Salata di Añana, la Muraglia Medievale… erano questi gli scenari che un serial killer aveva scelto per inserire Vitoria e la provincia dell’Álava nella mappa mondiale delle cronache nere. All’epoca erano state organizzate perfino diverse gite turistiche, nate dalla morbosa curiosità per la peculiare messinscena degli omicidi.
Ai tempi avevo circa vent’anni, e il caso mi ossessionò al punto da diventare la molla che mi aveva spinto ad arruolarmi nel Corpo. Seguivo le indagini giorno per giorno con un’ansia che può capire solo un postadolescente maniaco, analizzando i pochi elementi che forniva El Diario Alavés, e pensavo: Io posso fare di meglio. Sono incapaci, stanno tralasciando la cosa più importante: la motivazione. Sì: a vent’anni mi credevo più furbo della polizia, quanto mi sento ingenuo se ci ripenso.
In seguito la verità mi avrebbe sferrato un pugno più duro di un guanto da boxe, lasciandomi intronato, come il resto del Paese. Nessuno si aspettava che il colpevole fosse Tasio Ortiz de Zárate. Non mi sarebbe importato se fosse stata qualsiasi altra persona: il mio vicino di casa, una monaca di clausura, il panettiere, il sindaco…
Tutti ma non lui, il nostro eroe locale, più di un idolo: un modello. Archeologo reso famoso dai media, trionfatore in un programma televisivo con record di ascolti a ogni puntata, autore di libri di storia e misteri che bruciavano intere tirature in una settimana. Tasio era la persona più carismatica e ammaliante che Vitoria avesse partorito negli ultimi decenni. Furbo, molto attraente, a detta dell’unanime opinione femminile e, per di più, duplicato.
Sì, duplicato.
Potevamo scegliere tra due. Aveva un gemello monozigote, identico perfino nel modo di tagliarsi le unghie. Indistinguibile. Ottimista come lui, di buona famiglia, allegro, festaiolo, colto, corretto… Ad appena ventiquattro anni avevano Vitoria ai loro piedi e un futuro che si prospettava più che brillante: stellare, stratosferico.
Ignacio, il suo gemello, prese la strada della legge: divenne poliziotto negli anni duri, la persona più integra che abbiamo mai avuto nel Corpo. Nessuno si aspettava che le cose tra loro andassero come andarono. Tutto, e dico «tutto», fu troppo sordido e crudele.
Un fratello trova prove inconfutabili che il suo gemello è l’assassino seriale più ricercato e studiato degli anni del post-franchismo, lui stesso emette l’ordine di cattura quando fino a quel giorno erano stati inseparabili come siamesi… Ignacio diventò l’uomo dell’anno, un eroe da rispettare, colui che aveva avuto la fermezza di metterci la faccia e fare quello che pochi di noi avrebbero osato: condannare il suo stesso sangue a una vita dietro le sbarre.
Il che mi spingeva a una domanda inquietante: sia El Diario Alav...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL SILENZIO DELLA CITTÀ BIANCA
  4. Prologo
  5. 1. La Cattedrale Vecchia
  6. 2. Gli Arquillos
  7. 3. Zaballa
  8. 4. Il Palazzo di Villa Suso
  9. 5. La Casa del Cordone
  10. 6. Calle Dato 2
  11. 7. Villaverde
  12. 8. Il «Matxete»
  13. 9. Armentia
  14. 10. La Senda
  15. 11. San Antonio
  16. 12. L’anello verde
  17. 13. La Clinica Vitoria
  18. 14. San Vicentejo
  19. 15. La strada dei pini
  20. 16. L’angelo di Santa Isabel
  21. 17. Il Monte de la Tortilla
  22. 18. La statua di calle Dato
  23. 19. Txagorritxu
  24. 20. Il murale del Campillo
  25. 21. General Álava, 2
  26. 22. Il Parco Naturale del Gorbea
  27. 23. La Processione delle lanterne
  28. 24. Il rosario dell’aurora
  29. 25. La balconata di San Michele
  30. 26. Il paseo de Miraconcha
  31. 27. Le torri di calle Honduras
  32. 28. Zugarramurdi
  33. 29. Palazzo Unzueta
  34. 30. La Casa delle Emicranie
  35. 31. La Torre di Donna Otxanda
  36. 32. Izarra
  37. 33. Il Camminante
  38. 34. Il Parco del Prado
  39. 35. La Croce del Gorbea
  40. 36. Salburua
  41. 37. Il paso del Duende
  42. 38. Il sentiero delle Tre Croci
  43. 39. Il tasso di Donna Lola
  44. 40. Calle Dato, 1
  45. 41. Il porto di Aiurdin
  46. 42. Murguía
  47. 43. Il Monumento alla Battaglia di Vitoria
  48. 44. Accademia Hemingway
  49. 45. Il Parco di Arriaga
  50. 46. Il Casco Viejo
  51. 47. Treviño
  52. 48. Ochate
  53. 49. Santiago
  54. 50. Laguardia
  55. 51. San Tirso
  56. 52. La città del Kraken
  57. Ringraziamenti
  58. Copyright

Domande frequenti

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