Le segnatrici
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Le segnatrici

  1. 384 pagine
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Le segnatrici

Informazioni su questo libro

Le cose che nascondiamo a noi stessi possono ucciderci. O salvarci. Il ritrovamento delle ossa di Claudia, bambina scomparsa ventidue anni fa, richiama a Borgo Cardo, nell'Appennino emiliano, Sara Romani, chirurgo oncologico di stanza a Bologna. Per lei il funerale è una pericolosa occasione di confronto con un passato da cui è fuggita appena ne ha avuto la possibilità. Al ritorno nella routine bolognese, il desiderio è quello di dimenticare. I segreti, gli amici d'infanzia rimasti inchiodati a una realtà carica di superstizioni e pregiudizi, le ossa di una compagna di giochi riemerse da un tempo lontano. Finché scompare un'altra bambina: Rebecca.
Sara ha avuto giusto il tempo di conoscerla. Dopo il funerale Rebecca le ha curato una piccola ferita secondo l'antica tradizione della segnatura e adesso Sara è in debito con lei. Un legame che sa di promessa. Un filo rosso che unisce il passato di Sara, schiava della convinzione di dover salvare tutti, con un incubo appena riemerso dall'oblio. Mentre il paese si mobilita per ritrovare Rebecca, la donna è costretta a tornare. È l'inizio di una discesa negli inferi dell'Appennino, un viaggio doloroso nelle storie sepolte nel tempo attraverso strade, boschi, abitazioni e volti che lei aveva imparato a cancellare dalla memoria, e che ora diventano luoghi neri in cui cercare una bambina innocente.
Quale oscuro mistero si cela dietro la secolare tradizione delle segnatrici?
In una sfrenata corsa contro il tempo per scoprire chi ha rapito Rebecca e riuscire a salvarla prima che sia troppo tardi, Sara dovrà scendere a patti con una parte di sé messa a tacere ventidue anni prima. A costo di perdersi nel labirinto dei ricordi e non trovare più la via d'uscita.

Informazioni

PARTE SECONDA

8

Mi lasciai alle spalle i centri abitati e iniziai a salire verso l’Appennino neanche quattro giorni dopo avere giurato che non sarei tornata mai più da quelle parti.
Le uscite per Modena, Reggio e Parma mi erano sfilate davanti accompagnate dall’istinto di fare dietrofront e tornarmene a Bologna, ma alla fine avevo proseguito per ritrovarmi ancora una volta circondata da un bosco, che sia di conifere, di tigli, di castagni o di querce, intorno alle sette di sera si fa scuro, mosso dal vento e dagli spiriti, animato da quella torbida vita segreta che mi aveva sempre attratto e spaventato insieme.
Come se il bosco in sé, come entità, fosse vivo e senziente; in tutto e per tutto una creatura capace di amare, proteggere, sfamare, scaldare e uccidere a suo piacimento. La gente di montagna tra cui ero cresciuta la pensava così da secoli e non ci sarebbe stato progresso capace di togliere dalla testa a un montanaro quella certezza. Per certi versi, nonostante la mia vita l’avessi costruita altrove, portavo con me parte di quelle credenze per averle assorbite quando ero bambina.
Ecco perché anche da adulta il bosco mi metteva in soggezione e mi incantava. Ecco perché ebbi la sgradevole sensazione che mi stesse aspettando e che sorridesse all’idea di vedermi risalire quei versanti gonfi di vegetazione inestricabile e segreti, quasi come se in una ipotetica sfida tra noi due, avesse vinto lui.
Squillò il telefono.
«Finalmente ti fai sentire, novità?»
In uno sprazzo di ottimismo pensai che se Emilia mi avesse annunciato il ritrovamento di Rebecca sarei tornata indietro immediatamente.
«Strane novità, ma niente Rebecca. Sei in macchina?»
«Sto venendo su.»
«Cazzo Sara, sì! Stai facendo la cosa giusta, credimi!»
«Ti sei rianimata.»
«No, è che davvero voglio che tu sia qui con me in queste ore.»
«Perché?»
«Perché abbiamo un discorso in sospeso e ci stiamo male tutte e due, lo sai perché.»
«Conosci una certa Barbara Righi?»
«Di nome, per via dei suoi trascorsi, sì. In centrale abbiamo una scheda bella gonfia che la riguarda. Perché?»
«Che trascorsi?»
«Piccoli furti, possesso di oppiacei e pasticche, rissa… ma come mai mi citi ’sta tizia adesso?»
«Hai presente le dicerie sul mio conto?»
«Sì.»
«Potrebbe essere stata lei a metterle in giro. Quando ho parlato con Rebecca e lei ha insistito per segnarmi credevo che fossimo sole nella stanzona a parte l’elettricista lì, come si chiama.»
«Guerrino?»
«Esatto, che era di spalle e bestemmiava così forte che non vedo come abbia potuto capire e sentire quello che dicevamo. E poi c’era un letto nascosto da un séparé di plastica gommata, ma visto che oltre alle esternazioni blasfeme del tipo non si sentiva altro pensavo fosse vuoto. Invece Marco mi ha appena detto che quel giorno lì c’era ricoverata una certa Barbara Righi per una cefalea e a questo punto penso che sia stata lei a raccontare in giro la cosa della segnatura, magari anche con malizia.»
«E?»
«E ci voglio parlare di persona. Chi è questa Righi, cosa fa oltre a provocare risse e a gettare maldicenze su chi nemmeno conosce?»
«Mah… lei e suo padre si sono trasferiti qualche anno fa a Borgo Cardo da Fogliaia: erano rimasti gli ultimi ad abitarci ed era una cosa insostenibile. Vivono tra il paese e il Ponte del Diavolo in una vecchia cascina rimessa a posto. Se ne stanno per conto loro. Il vecchio non si vede in giro da un po’, lei gira pochissimo e…»
«E in che rapporti è con il sindaco?»
«In generale è una che mal sopporta le istituzioni, ci sono stati problemi l’anno scorso quando l’amministrazione non le voleva concedere il nullaosta per ritirare la pensione del padre, che ha il morbo di Parkinson, ma poi l’ha ottenuta. Starai mica pensando che sia stata lei a prendere Rebecca?»
«Perché no? I tossici hanno in continuazione bisogno di soldi e il fatto che stia seminando false tracce accusando me la dice lunga. O no? Magari si aspetta un bel riscatto…»
«Se fosse così semplice… e i tossici non sono mica tutti uguali.»
«Da qualche parte bisogna pur partire. Strane novità hai detto…»
A quel punto mi aspettavo che mi parlasse del biglietto che era stato ritrovato a casa del sindaco, invece tacque. Forse non lo sapeva.
«Ne parliamo a voce, sto partendo per una ricognizione coi volontari. Tra quanto arrivi?»
«Tra un’ora scarsa.»
«A dopo allora.»
«Un’ultima domanda, Emi.»
«Dimmi.»
«Marco ha una donna in casa?»
«Oggi mi fai domande un po’ assurde, ma che hai?»
«E rispondimi!»
«Non credo, ma non posso esserne certa. Poi ne parliamo.»
E mise giù.
Barbara Righi non me la raccontava giusta, ero invece sorpresa dal fatto che a Emilia, una poliziotta, non interessasse affatto quella tesi. Per quanto riguardava Marco ero abbastanza certa di quello che avevo sentito, ma poteva appunto essere la televisione accesa su qualche telenovela.
Aumentai la velocità. La luce abbandonava lentamente il mondo e al suo posto arrivavano le ombre: non volevo trovarmi su per quelle montagne con il buio.
La statale serpeggiava tra i costoni verdissimi e ogni tanto si aprivano spiazzi di terra disboscati e occupati da taverne e trattorie solitarie.
Stavo appunto cercando di leggere il nome di una di queste locande, quando una volpe attraversò la strada a pochi metri da me, costringendomi a una brusca frenata con sterzata di lato. Il motore si spense.
Bloccata dalla paura al centro della carreggiata lei, sottile e arancione, con la sua coda folta, si voltò a guardarmi e io rimasi annichilita.
Cos’aveva in bocca? Un gattino?
Il cuore mi salì in gola e in pochi attimi mi ritrovai a boccheggiare. Abbassai il finestrino e la osservai andare via. Sul limitare del bosco posò a terra il suo fagotto e solo allora vidi che si trattava di un piccolo di volpe, non un gatto.
Era suo figlio.
Rimisi in moto, entrai nello sterrato e posteggiai accanto a un paio di altre automobili.
Il locale, interamente rivestito di legno, all’interno era confortevole. In un angolo scoppiettava un fuoco nel caminetto di pietra e lo spiedo girava a vuoto. Ordinai un caffè e un panino con melanzane sott’olio della casa.
In pochi minuti l’ottimo cibo e la caffeina mi fecero tornare i colori. La signora che gestiva la trattoria mi chiese se ero da quelle parti per vacanza o se vivevo in qualcuno dei borghi disseminati nelle migliaia di ettari di foresta dell’Appennino.
«Nessuna delle due» risposi, aggiungendo a quella frase un sorriso di circostanza. La verità è che ero sconvolta.
Il bosco vedeva e sentiva. Il bosco si prendeva gioco di me. Stava vincendo lui.
Frugai nello zaino in cerca del portafogli che avevo trasferito dalla borsa prima di uscire e le dita incontrarono la carta.
Il disegno di Giacomo era rimasto nello zainetto che usavo per viaggiare dal momento in cui me lo aveva dato. Tra una cosa e l’altra lo avevo totalmente dimenticato.
Scollai lo scotch dei Puffi facendo attenzione a non strappare la busta ed estrassi il foglio che, a una prima occhiata, mi parve una confusione di linee e colori senza alcun senso. Lo guardai meglio e mi scappò un sorriso, stavolta di tenerezza, sembrava il disegno di un bambino più piccolo, ma io di bambini non avevo grande esperienza.
Poteva essere un girotondo di bambine visto dall’alto, o forse un gruppo di bambine sdraiate sul prato a raggiera, con le gambe che convergevano al centro e le braccia larghe ad abbracciare il cielo.
Lo riposi ben piegato nello zaino, pagai la consumazione e uscii, pronta a rimettermi in viaggio. Faceva fresco rispetto alla città. Rabbrividii e montai in macchina, feci retromarcia e quando stavo per immettermi sulla strada tirai il freno a mano.
Un attimo.
I miei occhi avevano registrato un particolare che ci aveva messo qualche minuto prima di arrivare a destinazione. Avevo visto bene?
Senza spegnere il motore frugai ancora nello zaino e tirai fuori il disegno. Avevo visto male di certo. Non era possibile. Giacomo era solo un bambino. Quanti anni aveva? Sette? Otto, forse.
A volte l’immaginazione giocava brutti scherzi. L’incontro con la volpe aveva innescato una serie di pensieri che dovevo tenere a bada o mi avrebbero sopraffatto.
Guardai e istintivamente accartocciai il foglio in un moto di repulsione.
Avevo visto bene. Ma siccome non era possibile, gettai il disegno appallottolato fuori dal mio campo visivo, sul sedile posteriore, quindi svoltai verso sud, furiosa.
Non era lo stato d’animo adatto per rimettersi in viaggio verso Bologna dopo avere compiuto tre quarti del percorso, ma non importava. Non volevo più proseguire, avevo fatto una sciocchezza a decidere di tornare in paese.
L’unica cosa reale in tutta quella storia erano le parole del primario: ero stressata, e forse ammetterlo mi avrebbe aiutato a stare meglio.
Avrei ripreso a fare yoga regolarmente.
Ridiscesi un paio di tornanti e, nel punto in cui avevo incrociato la volpe, frenai di nuovo. Lei ovviamente non c’era, non c’era nessuno, a parte le ombre e il bosco.
Che cosa dovevo fare? Per quale motivo ero tornata ancora lassù a farmi male?
Scesi dalla macchina e urlai. Urlai a pugni stretti tutta la mia rabbia, tutto il dolore, tutta la frustrazione.
La paura.
La mia voce fu inghiottita dal verde.
“Se me ne vado ha vinto lui” pensai e, rimontata in macchina, ingranai la marcia, feci un’inversione e ripresi a salire verso la montagna.

9

L’ultima luce del giorno mi guidò lassù, trascinandosi a fatica, tornante dopo tornante, con me dietro che arrancavo in silenzio. Io che avrei preferito essere in qualsiasi altro posto al mondo, la seguii passo passo quando lasciò la statale e si arrampicò per percorsi che non stavano sulle mappe ma che lei e il mio sangue conoscevano bene.
Perché le mappe siamo noi. I luoghi siamo noi. E certamente c’era qualcosa anche di me tra quelle montagne, se alla fine avevo scelto di tornare.
Piombai su quel mucchio di pietre già coperte dalla sera e la luce che aveva svolto il suo compito svanì, si chiuse, scomparve, mi morì tra le mani quando aprii il bagagliaio, tirai fuori il trolley, recuperai il disegno di Giacomo e lo infilai nello zaino prima di avviarmi a piedi verso casa.
Mi guardai intorno. Sembrava essere tutto al proprio posto, eppure non era così: la mostruosa verità era che una bambina era scomparsa e, a sentire bene, riuscivo a percepirne l’assenza come una profonda voragine nell’aria che respiravo.
...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LE SEGNATRICI
  4. PARTE PRIMA
  5. PARTE SECONDA
  6. PARTE TERZA
  7. PARTE QUARTA
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright