Ritorniamo a sognare
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Ritorniamo a sognare

  1. 176 pagine
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Ritorniamo a sognare

Informazioni su questo libro

« Per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo recuperare la consapevolezza che come popolo abbiamo un destino comune. La pandemia ci ricorda che nessuno può salvarsi da solo. »Nel momento più cupo della pandemia, nel marzo 2020, Papa Francesco ha infranto per primo il silenzio angoscioso delle città deserte raccogliendo le domande inespresse della gente impaurita. Ha capito che le risposte di scienziati, politici ed esperti sulle cause e i rimedi di quella prova inattesa e durissima non potevano bastare e ha invitato tutti, fedeli e non credenti, a guardare più lontano, ad aprire strade verso il futuro. Le sue riflessioni, approfondite nel lungo periodo di isolamento, sono raccolte in questo libro in cui, con parole dirette e potenti, ci invita a non lasciare che questa prova risulti inutile.
Dopo una critica tagliente dei sistemi e delle ideologie che hanno contribuito a produrre la situazione attuale - dall'economia globalizzata, ossessionata dal profitto, all'egoismo e all'indifferenza per il prossimo e l'ambiente -, il Papa offre un piano al tempo stesso visionario e concreto per costruire un mondo migliore per tutti, un progetto che parte dalle periferie e dai poveri per cambiare la vita sul pianeta.
Con un'autenticità senza precedenti, e la schiettezza delle espressioni della sua lingua madre, Francesco confessa come, in momenti diversi, tre esperienze molto dolorose lo abbiano cambiato profondamente, migliorandolo. E intreccia il racconto di ciò che ha imparato percorrendo le periferie di Buenos Aires a sorprendenti osservazioni sulle proposte e gli interventi di vari pensatori, politici e attivisti. Un libro coraggioso, che semina speranza e chiama a raccolta tutti coloro che credono possibile un mondo più giusto e più sano.
Mai come in questo momento Francesco si rivela pastore, padre e guida non solo per i credenti ma per tutta l'umanità. Traduzione di Giuseppe Romano

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Informazioni

Anno
2020
Print ISBN
9788856680065
eBook ISBN
9788858525753
SECONDA PARTE

TEMPO DI SCEGLIERE

Tra il primo passo, quello di avvicinarti e lasciarti colpire da ciò che vedi, e il terzo passo, cioè agire concretamente per curare e per riparare, c’è uno stadio intermedio essenziale: discernere e scegliere. Un tempo di prova è sempre un tempo in cui le vie del bene che conducono al futuro vanno distinte da altre vie che non portano da nessuna parte, o che vanno a ritroso. Se facciamo chiarezza, sceglieremo meglio il primo percorso.
Per questo secondo passo non ci basta soltanto essere aperti alla realtà. Occorre anche farci guidare da un solido insieme di criteri: saperci amati da Dio e chiamati come popolo al servizio e alla solidarietà. Servono anche una sana capacità di riflessione e il silenzio; abbiamo bisogno di luoghi in cui rifugiarci dalla tirannia dell’urgente. Soprattutto abbiamo necessità della preghiera, di ascoltare i suggerimenti dello Spirito e di coltivare il dialogo in una comunità accogliente e che inviti a sognare. Così armati, sapremo leggere bene i segni dei tempi e scegliere una strada per il bene di tutti.
I gauchos in Argentina e i cowboys negli Stati Uniti condividono un consiglio: «Non cambiare cavallo in mezzo al guado». Nei momenti di prova dobbiamo rimanere saldi nella fede, restare fedeli a ciò che conta. Dato che una crisi è quasi sempre il risultato dell’oblio di sé, la via da seguire passa attraverso il ricordo delle nostre radici.
È tempo di recuperare valori, nel senso proprio della parola: tornare a ciò che ha davvero valore. Il valore della vita, della natura, della dignità della persona, del lavoro, delle relazioni: sono tutti valori fondamentali per la vita umana, che non si possono patteggiare o sacrificare. Mi stupisce sentir parlare di “valori non negoziabili”. Tutti i veri valori, i valori umani, sono non negoziabili. Posso dire quale dito della mia mano vale di più? Se qualcosa è un valore, non si può negoziare.
Gesù ci ha regalato una serie di parole chiave in cui ha sintetizzato la grammatica del Regno di Dio: le beatitudini, che cominciano dalla speranza dei poveri in una vita piena, di pace e fraternità, di equità e giustizia. È un ordine di esistenza in cui i valori non sono negoziati, ma sacrosanti. Riflettendo sul Regno di Dio in risposta al modo in cui viviamo nel mondo moderno, la Chiesa ha sviluppato una serie di principi di riflessione, insieme a criteri di giudizio che offrono anche direttive per l’azione. Li conosciamo come Dottrina sociale della Chiesa (DSC). Sebbene siano tratti dalla riflessione sul Vangelo, questi principi sono accessibili a tutti e indirizzati a tradurre e trasmettere la Buona notizia nel qui e ora.
Questi criteri sono in definitiva espressioni di amore. In altre parole, cercano di avviare dinamiche in cui le persone si sentano amate, soprattutto i poveri, e possano sperimentare il proprio autentico valore. Quando la Chiesa parla dell’opzione preferenziale per i poveri, vuole dire che dobbiamo sempre tenere presente quale impatto avranno sui poveri le decisioni che prendiamo. Ma intende anche che dobbiamo mettere i poveri al centro del nostro modo di pensare. Per mezzo di questa opzione preferenziale, il Signore ci regala una nuova prospettiva di giudizio e di valore riguardo agli avvenimenti.
Allo stesso modo, quando la Chiesa parla del bene comune ci chiede di avere riguardo per il bene di tutta la società. Non basta contemperare partiti e interessi diversi, o badare alla felicità massima del maggior numero di persone, come se gli interessi della maggioranza vanificassero tutti gli altri. Il bene comune è il bene che tutti condividiamo, il bene del popolo nell’insieme, come allo stesso modo i beni a cui ciascuno dovrebbe avere accesso. Quando investiamo sul bene comune, amplifichiamo ciò che è bene per tutti.
Un altro principio dell’insegnamento sociale è la destinazione universale dei beni. Dio ha previsto ciò che offre la terra per tutti. La proprietà privata è un diritto, ma il suo uso e la sua regolamentazione devono tenere presente questo principio fondamentale. I beni della vita – terra, casa e lavoro – vanno messi a disposizione di tutti. Ciò non per altruismo o per buona volontà, ma perché deriva propriamente dalla carità. Già i primi padri della Chiesa hanno chiarito che dare ai poveri significa semplicemente restituire ciò che è loro, perché Dio ha voluto destinare i beni della terra a tutti, senza escludere nessuno.
Altri due principi della DSC sono importanti a questo proposito: la solidarietà e la sussidiarietà. La solidarietà riconosce che siamo interconnessi: siamo creature in relazione, abbiamo doveri gli uni verso gli altri e siamo chiamati a far parte della società. Significa accettare lo straniero, condonare i debiti, accogliere i disabili e fare nostri i sogni e le speranze di altre persone per una vita migliore. Ma la sussidiarietà ci aiuta a non distorcere l’idea della solidarietà, poiché comporta riconoscere e rispettare l’autonomia degli altri come soggetti capaci del proprio destino. I poveri non sono gli oggetti delle nostre buone intenzioni, ma i soggetti del cambiamento. Non agiamo soltanto per i poveri, ma con loro, come ha ben spiegato Benedetto XVI nella seconda parte della sua lettera enciclica del 2007 Deus caritas est («Dio è amore»).
Come applicare questi criteri nobili ma astratti alle scelte grandi e piccole che facciamo? Ci serve il tipo di riflessione e di preghiera noto come discernimento degli spiriti. Discernimento significa ponderare le nostre decisioni e le nostre azioni, non secondo un mero calcolo razionale ma ascoltando lo Spirito, riconoscendo nella preghiera motivazioni e suggerimenti e la volontà di Dio. C’è un principio che è importante ricordare di questi tempi: le idee si discutono, ma la realtà si discerne.
È una disposizione difficile da assumere per chi è di carattere impaziente, per chi crede che a ogni problema corrisponda una soluzione tecnica, come se fosse questione di premere l’interruttore giusto. Il discernimento è faticoso anche per molte persone religiose, specialmente quelle che sono allergiche all’incertezza e vogliono ridurre tutto al bianco e nero. Ed è del tutto impossibile per chi segue ideologie, fondamentalismi e per chiunque sia frenato da una mentalità rigida. Ma il discernimento è vitale se vogliamo creare un futuro migliore.
Il coronavirus ha accelerato un cambio d’epoca che era già in corso. Con questo termine non voglio dire soltanto che è un momento di cambiamento, ma che le categorie e i presupposti con cui finora ci orientavamo nel nostro mondo non sono più adeguati. Cose che non avremmo mai immaginato – il collasso ambientale, una pandemia globale, il ritorno dei populismi – sono accadute, adesso le stiamo vivendo. Chi pensa di poter tornare al punto in cui eravamo, si illude. Qualsiasi tentativo di restaurazione ci porta sempre a un vicolo cieco.
Di fronte a questa incertezza, l’ideologia e la mentalità rigida hanno un fascino a cui dobbiamo resistere. Il fondamentalismo riunisce il pensiero e il comportamento fornendo un rifugio in cui, in apparenza, è possibile proteggersi da una crisi. Con i fondamentalismi le persone vengono “difese” dalle situazioni destabilizzanti, in cambio di una sorta di quietismo esistenziale. Ti offrono un atteggiamento e un pensiero unico, chiuso, che sostituisce il genere di pensiero che ti apre alla verità. Chi si rifugia nel fondamentalismo ha paura di mettersi in cammino verso la verità. Questi “ha” già la verità, l’ha acquisita e la strumentalizza come una difesa, sicché leggerà qualsiasi obiezione come un’aggressione alla sua persona.
Il discernimento, d’altra parte, ci permette di navigare in contesti mutevoli e in situazioni specifiche mentre cerchiamo la verità. La verità si rivela a chi le si apre. Nella sua accezione greca, aletheia, verità è ciò che si manifesta, che si rivela. Il corrispondente sostantivo ebraico emet, invece, collega la verità alla fedeltà, a ciò che è certo, che è saldo, che non inganna e non delude. Quindi la verità ha queste due componenti. Quando le cose e le persone ci manifestano la loro essenza, ci donano la certezza della loro verità, l’evidenza attendibile che ci invita a credere in loro. Aprirci a questo tipo di certezza richiede umiltà al nostro pensiero, ovvero lasciare spazio al dolce incontro con il buono, il vero e il bello.
Ho imparato questo modo di pensare da Romano Guardini. Il suo stile mi ha affascinato, anzitutto nel suo libro Il Signore. Guardini mi ha mostrato l’importanza del pensiero incompleto, quello che ti porta fino a un certo punto ma poi ti invita a contemplare in prima persona. Crea uno spazio per farti incontrare la verità. Un pensiero fecondo dovrebbe essere sempre incompleto per dare spazio a sviluppi successivi. Da Guardini ho imparato a non pretendere certezze assolute su tutto, sintomo di uno spirito ansioso. La sua saggezza mi ha permesso di affrontare problemi complessi che non si potevano risolvere semplicemente sulla base di norme, bensì con un tipo di pensiero che permetteva di attraversare i conflitti senza restarne intrappolato.
Il modo di pensare che propone apre allo Spirito e al discernimento degli spiriti. Se non ti apri, non puoi discernere. Viene da qui la mia “allergia” ai moralismi e agli intellettualismi, che cercano di risolvere tutti i problemi a forza di prescrizioni, regole ed equazioni. Provo la stessa allergia per il relativismo, che è il travestimento intellettuale dell’egocentrismo. Come Guardini, credo nelle verità oggettive e nei principi saldi. Sono grato alla preziosa solidità della tradizione della Chiesa, frutto di secoli di pastorale dell’umanità e di fides quaerens intellectum, fede che cerca di ragionare e di comprendere.
Come John Henry Newman, che ho dichiarato santo nell’ottobre 2019, vedo la verità sempre al di là di noi, ma che ci chiama attraverso le nostre coscienze. È come una «luce gentile» che di solito raggiungiamo non passando dalla ragione ma «dall’immaginazione, con le impressioni dirette, la testimonianza di fatti ed eventi, con la storia, la descrizione», ha scritto in Grammatica dell’assenso. Newman era convinto, come me, che accettando quelle che spesso sulle prime sembrano verità contraddittorie e confidando nella luce gentile che ci guida, alla fine arriveremo a vedere quella verità più grande che ancora non conosciamo. Mi piace pensare che non siamo noi a possedere la verità, ma è lei che ci possiede e ci attrae costantemente per mezzo della bellezza e della bontà.
Questo è un approccio alla verità molto diverso dall’epistemologia della post-verità, che ci chiede di prendere posizione piuttosto che ascoltare le prove. Eppure non significa pensare in maniere prestabilite e chiuse a nuove possibilità; contiene sia un elemento di assenso sia un elemento di ricerca continua. Questa è stata la tradizione della Chiesa, che ha ampliato e consolidato nel tempo la sua comprensione e le sue convinzioni di fede nell’apertura allo Spirito secondo il celebre principio enunciato nel V secolo da san Vincenzo di Lérins, per cui esse progrediscono «consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età»1.
La tradizione non è un museo, la vera religione non è un congelatore e la dottrina non è statica, ma cresce e si sviluppa come un albero che rimane lo stesso ma si ingrandisce e porta sempre più frutti. Alcuni sostengono che «Dio ha parlato una volta per tutte», soltanto nel modo e nella forma che conoscono bene coloro che fanno questa affermazione. Sentono la parola “discernimento” e temono che sia un modo elegante per evitare di stare alle regole o un qualche astuto stratagemma moderno per declassare la verità. Ma è il contrario.
Il discernimento è antico quanto la Chiesa. Viene dalla promessa fatta da Gesù ai suoi discepoli, che dopo la sua partenza lo Spirito «vi guiderà a tutta la verità» (Giovanni 16, 13). Non c’è contraddizione tra l’essere saldamente radicati nella verità e allo stesso tempo restare aperti a una maggiore comprensione. Lo Spirito continua a guidarci, in ogni epoca, e traduce la Buona notizia in ogni circostanza, affinché le parole di Gesù continuino a risuonare nel cuore degli uomini e delle donne di tutti i tempi. Per questo motivo cito volentieri Gustav Mahler, quando dice che «la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».
Lo Spirito ci mostra novità attraverso quelli che la Chiesa chiama “segni dei tempi”. Discernere i segni dei tempi ci permette di dare un senso al cambiamento. Se interpretiamo eventi o tendenze alla luce del Vangelo e ne facciamo oggetto di preghiera, possiamo cogliere movimenti che riflettono i valori del regno di Dio o il loro contrario.
In ogni epoca le persone hanno «fame e sete della giustizia» (Matteo 5, 6), un grido che sale dalle periferie della società. Se discerniamo in quell’aspirazione un movimento dello Spirito di Dio, farlo ci mette in grado di aprirci a esso nel pensiero e nell’azione, e di creare così un nuovo futuro secondo lo Spirito delle beatitudini.
Per esempio, un triste segno dei nostri tempi è l’esclusione e l’isolamento degli anziani. Un gran numero dei decessi per Covid-19 è avvenuto nelle case di riposo. Coloro che sono morti non erano vulnerabili solo a causa della loro età, ma anche delle condizioni in cui si trovano molte di quelle strutture: sottofinanziate, trascurate, sottoposte a un continuo avvicendarsi di lavoratori malpagati. Quando ero a Buenos Aires ho visitato spesso alloggi geriatrici, dove gli assistenti fanno un lavoro straordinario nonostante tanti ostacoli. Ricordo una volta in cui mi dissero che molti anziani residenti in quel luogo non ricevevano visite familiari da almeno sei mesi. L’abbandono degli anziani è un’enorme ingiustizia.
La Scrittura ci dice che i nostri anziani sono le nostre radici, la nostra sorgente, il nostro sostegno. Il profeta Gioele sente Dio promettere che effonderà il suo Spirito per rinnovare il suo popolo: «Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gioele 3, 1). Il futuro nascerà dalla connessione tra giovani e anziani. Così afferma Francisco Luis Bernárdez, un poeta della mia patria: «L’albero fiorito / vive della sua parte sepolta»2. Se l’albero è separato dalle radici non solo non fiorisce e non dà frutti, ma inaridisce. Perciò in questo caso ci sono due mali che hanno la stessa causa: l’abbandono degli anziani privati delle visioni dei giovani e l’impoverimento dei giovani privati dei sogni degli anziani; e una società che diventa arida, sterile, senza frutti.
Se guardiamo al Vangelo e ai nostri principi sociali cattolici – la solidarietà, la sussidiarietà, l’opzione per i poveri, la destinazione universale dei beni –, ci è impossibile non sentire il bisogno di impegnare tutti noi stessi per accorciare le distanze, per fare incontrare le generazioni. Come faremo a riaccogliere gli anziani nelle famiglie, a ristabilire il loro contatto con i giovani? Come doneremo ai giovani delle radici perché possano profetizzare, vale a dire aprire spazi di crescita? È a questo punto che interviene il discernimento: che cosa significa questo per me e per la mia famiglia? Che cosa significa per le nostre politiche pubbliche? Potremmo farci la stessa domanda sui giovani disoccupati, privati della possibilità di studiare, spesso attratti dal triste mondo della droga.
Forse sentiamo il richiamo dello Spirito: a scoprire quali anziani soli si trovano nelle vicinanze e, insieme ad altri, a offrire loro la nostra amicizia. Oppure potremmo aspirare a far sì che le residenze per anziani siano quanto più possibile simili a famiglie, ben finanziate e integrate nella comunità. A un livello più profondo potremmo chiederci come abbiamo fatto a finire in questa situazione, e quindi considerare quali pressioni sui posti di lavoro e sulle famiglie convincano le persone che gli anziani non possono vivere con loro.
Vediamo la realtà, facciamo discernimento e là scopriamo un segno di Dio. Non pretendiamo di avere già le risposte, ma, usando i criteri del Vangelo e i suggerimenti dello Spirito, il discernimento ci permette di ascoltare l’invito del Signore e di seguirlo. La nostra vita diventa, di conseguenza, più complicata e molto più ricca e profetica, per rispondere con la profondità che soltanto lo Spirito Santo ci può donare.
Il cambio d’epoca, accelerato dal coronavirus, è un momento propizio per leggere i segni ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. RITORNIAMOA SOGNARE
  4. Prologo
  5. Prima parte. Tempo di vedere
  6. Seconda parte. Tempo di scegliere
  7. Terza parte. Tempo di agire
  8. Epilogo
  9. Speranza
  10. Postilla di Austen Ivereigh
  11. Gli autori
  12. Copyright

Domande frequenti

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