I riti dell'acqua
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I riti dell'acqua

  1. 496 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Ana Belén Liaño, la prima ragazza di Unai López de Ayala, ispettore e profiler del commissariato di Vitoria, viene trovata assassinata nel Tunnel di San Adrián, parte del noto Cammino di Santiago, nei Paesi Baschi. La donna è stata appesa con una corda ai piedi e affogata, immersa in un calderone di bronzo, un reperto sottratto probabilmente a un museo. Unai e la collega Estíbaliz scoprono che Ana Belén era incinta e che è stata giustiziata secondo un antico rituale celtico risalente a oltre duemila anni fa: la Tripla Morte celtica.
Dopo aver consultato alcuni esperti, gli ispettori del commissariato di Vitoria capiscono di trovarsi davanti all'operato di un assassino seriale che uccide le sue vittime in luoghi di culto della mitologia celtica, collegati tra loro dai cosiddetti "riti dell'acqua", e situati nei Paesi Baschi e nella confinante regione di Cantabria. Un filo rosso unisce le vittime: sono donne e uomini che stavano per diventare genitori. Quando Unai scopre che la vicecommissaria Díaz de Salvatierra è incinta, e il figlio potrebbe essere suo, capisce che anche lui è probabilmente nella lista dell'assassino. Riuscirà Unai a spezzare quella catena di violenza durata millenni?
I riti dell'acqua - secondo libro della Trilogia della città bianca - è un romanzo elegante e complesso, dal ritmo incalzante, che si muove tra archeologia, mitologia, menti criminali e segreti di famiglia. Dal bestseller Il silenzio della città bianca, il primo libro della trilogia, è stato tratto il film omonimo disponibile su Netflix.

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788858525258
Print ISBN
9788856675290
1

Il Monte Dobra

4 settembre 2016, domenica

Oggi sono tornata al laghetto, padre.
La mia madrina me lo aveva proibito. Era l’unica regola che non dovevo trasgredire, se non volevo ferirla davvero. Non ti cercherò più. Non tornerò da te. Sappiamo fin troppo bene di che cosa fosse capace Barbablù se si sentiva anche solo fiutato.
Ho letto, con perplessità, l’infame titolo di «El Periódico Cántabro»:
GIOVANE DI VENTITRÉ ANNI RITROVATA MORTA
SULLA CIMA DEL MONTE DOBRA
Continua il mistero dei giovani suicidi
È stato rinvenuto il cadavere della giovane G.T., di ventitré anni, nativa di Santander. Sono già tre i ragazzi della costa cantabrica ritrovati morti per ipotermia dopo essersi spogliati e aver trascorso la notte alle intemperie. Nessuno di loro presentava segni evidenti di violenza. Si tratta di una moda, magari di tentativi di emulazione...? La polizia non trova spiegazioni né collegamenti tra le vittime.
Gli investigatori sono di nuovo sconcertati. Il terzo caso con le stesse identiche strane caratteristiche: giovani, alcuni poco più che adolescenti, salgono su un monte nella provincia della Cantabria, si denudano quando scende la sera e ricompaiono morti di freddo il mattino dopo. Nessun indizio, nessuna motivazione emersa dalle autopsie delle vite delle loro famiglie.
Come no.
Come potrebbe mai trovare qualcosa chi non vuol vedere quello che ha davanti agli occhi?
Dopo una ricerca tortuosa sono arrivata alla foto della ragazza, Barbablù. Ha i miei tratti, a modo suo. Mi avevate detto che era morta. Mi avevate guardato negli occhi e mi avevate detto che era morta, maledizione. Ve la siete tenuta.
Ho giurato alla mia madrina che non mi sarei avvicinata, che non mi sarei messa sulle tue tracce, ma oggi non posso fermarmi, oggi non posso mantenere la promessa perché non hai idea della rabbia che in questo momento tracima fuori di me e mi affoga le viscere che tu hai putrefatto.
E nonostante tutto, la mia tragedia è che mi manchi, papà. Mi mancano le tue attenzioni, quella maniera tanto tua di fingere davanti a tutti che ti importava di me, prima di quell’ultima estate e di quel che accadde tra le case e le scogliere dove ho perso la mia prima vita.
A volte chiudevo gli occhi e mi sforzavo di presentarmi al tuo pubblico e fingere che anch’io ci credevo, che esisteva realmente un universo parallelo in cui tu eri un bravo padre e mi volevi bene davvero, non in quel modo tuo, tanto pernicioso.
Inutile. Non sono mai riuscita a crederci.
Fumo e bevo più del solito. Ieri mi sono cacciata in una rissa. Devo reinventarmi ancora una volta, mettere in ordine la mia vita. Essere un’altra persona, una qualunque, basta che non sia me stessa.
Sono tornata, papà.
2

La Sierra dell’Aizkorri-Aratz

17 novembre 2016, giovedì

Chi era Annabel Lee? Vediamo, all’epoca contavo sedici primavere. Ana Belén Liaño si presentò a Cabezón de la Sal, un paesino vicino alla costa cantabrica, il primo giorno del campo estivo dove Lutxo, Asier, Jota e io – lo zoccolo duro del gruppo di San Viator – avevamo deciso di passare il miglior luglio delle nostre brevi e ancora incerte vite.
Aveva una chioma nera e lunga fino alla vita, una frangetta diritta sugli occhi che non le permetteva una vista sulla vita che non fosse incerta e le idee talmente chiare che nemmeno gli adulti osavano metterle in discussione.
Di primo acchito, il suo atteggiamento mi aveva infastidito, poi aveva iniziato a intrigarmi e la terza notte di campo non ero riuscito a chiudere occhio, concentrato ad ascoltare quel coro di gemiti e sussurri che usciva dalla sua bocca mentre dormiva a diversi sacchi a pelo di distanza. Ero già, diciamo, piuttosto votato alla sua causa.
In un’età in cui la maggior parte di noi non sapeva con certezza cosa avrebbe studiato dopo la maturità, e ancor meno cosa avrebbe voluto fare della propria vita, Ana Belén Liaño era già una fumettista fatta e consumata, e lo pseudonimo con cui firmava i suoi scarabocchi artistici e misteriosi – Annabel Lee, come il personaggio della poesia di Edgar Allan Poe –, nonostante la sua giovane età, godeva già di una certa fama nel piccolo mondo patrio, e il suo immaginario si era già conquistato parecchi appellativi: erotico, dark, postapocalittico.
Niente le resisteva, oltrepassava i limiti e i generi, sebbene i suoi riferimenti creativi fossero Gustavo Adolfo Bécquer, lord Byron e William Blake. Viveva incollata a un pennarello Staedtler nero, e spesso aveva gli avambracci dipinti con vignette improvvisate che le venivano in mente in qualsiasi momento: mentre lavavamo le tazze metalliche della colazione, o quando Saúl Tovar, il direttore del campo estivo, ci riempiva la testa di grilli con i suoi racconti su antichi rituali e superstizioni mentre ci portava in un pulmino lurido in posti con una certa magia lungo la costa nord, come San Juan de Gatzelugatxe in Biscaglia o la spiaggia di Deba in Guipúzcoa.
Annabel Lee aveva altre stranezze. Al suo umore era perennemente cucita una bruma, era vaga nelle risposte, tutti sapevamo che era affascinata più dal suo selvaggio mondo interiore che dalla nostra anodina epoca di passaggio alla vita adulta. Era come se non avesse età, non era né una bambina né un’adulta. Era molto affezionata alla sua solitudine e se la coccolava come certi vedovi si occupano dei loro gatti d’Angora: con cura e viziandoli.
Perciò le bastarono quattro giorni e tre notti per mettere a tappeto il mio cuore ai tempi ancora piuttosto vergine e con poche ferite da leccarsi. Povero cuore sventurato. Se lo prese, lo nutrì, lo lasciò nella sua silenziosa e inquietante compagnia e lo risputò quando..., non lo so ancora.
Non so quale maledetto motivo la spinse a disfarsi del mio cuore con quella..., stavo per dire noncuranza, ma no. Una persona altezzosa è noncurante, lei invece sapeva essere molto affettuosa. La verità è che Annabel si muoveva in un universo parallelo che qualche volta confluiva nel nostro e molte altre no, ma lei giocava in un campionato differente, si muoveva in un altro ordine di cose: le sue e quelle delle sue fantasmagoriche fantasie. Per questo la sua morte non mi apparve troppo reale né concreta, solo il finale alternativo di uno dei suoi fumetti.
Si tende a immaginare che i creatori di storie non se ne vadano mai o che non invecchino, che permangano e basta: è quello che ho sempre pensato di Annabel Lee, sebbene da anni non volessi saperne nulla di lei, per il modo in cui era finita quell’estate.
Appena arrivammo alla spianata e scesi dal Patrol della mia pattuglia, un vento fortissimo mi percosse il viso, come un potente benvenuto alla realtà. Ancora un po’ e si trascinava via Estíbaliz e il suo scarso metro e sessanta. La mia collega si scostò i capelli rossi dalle labbra e continuò ad avanzare. Le piogge dei giorni precedenti avevano riempito di fango il sentiero che conduceva al Tunnel di San Adrián e le previsioni del tempo che annunciavano tormente di grandine sembravano veritiere: i pesanti nuvoloni portati dal Nord parevano voler dar ragione ai meteorologi.
«Sei pronto, Kraken?» sondò Estíbaliz un po’ preoccupata. «La vicecommissaria ha autorizzato la tua presenza, ma non sa che la conoscevi.»
«E per il momento preferisco che continui a non saperlo», le scrissi sul cellulare e glielo mostrai.
Mi strizzò l’occhio, era d’accordo.
Ero così, amante della comunicazione coniugale.
«Credo che per il momento sia meglio», annuì. «Dai che tra un paio d’ore fa buio. In ogni caso, c’è qualcosa che dovrei sapere sulla vittima? Qualcosa nel suo stile di vita che possa essere importante a farci capire il modo in cui è finita?»
«Non che io sappia», le dissi con un’alzata di spalle.
“Non ti racconterò tutto di quell’estate, Estíbaliz. Non sono pronto e non voglio parlarne”, tacqui.
Eravamo arrivati al Tunnel di San Adrián, nel Parco nazionale dell’Aizkorri-Aratz, dalla statale di Zegama, perché sul lato guipuzcoano il parcheggio era più vicino alla cima. Scorgemmo un paio di macchine della Scientifica, e cominciammo a salire.
Uno stretto sentiero ghiaioso che sia io sia Estíbaliz avevamo già percorso una decina di volte ci portò all’imbocco del tunnel. Oltrepassammo l’arco ogivale all’ingresso e attraversammo i quasi sessanta metri della grotta, lasciandoci sulla destra una cappella restaurata e i piccoli scavi a cui un gruppo di archeologi lavorava ogni estate.
La luce sarebbe andata via da un momento all’altro in quel pomeriggio teso che volgeva al termine. Nel faggeto ormai alle nostre spalle, le foglie verdi e dorate danzavano inquiete, schiaffeggiate da un vento intenso.
Durante le notti di tempesta mi piaceva ascoltare il suono delle foglie dei faggi e delle querce della mia montagna, quando dormivo a casa del nonno a Villaverde. Era come un concerto in cui gli umani erano di troppo, anche se quel giorno il rumore arboreo non mi parve tanto maestoso. Sì, era soverchiante, ma non mi rilassò come aveva fatto altre volte, ovvio che no.
Il Tunnel di San Adrián finiva con una grande bocca oblunga scavata nella roccia. Un orifizio naturale per il quale erano transitati i viandanti e i pellegrini fin dalla preistoria, e che era stato per secoli un passaggio della rotta nord del Cammino di Santiago.
Si diceva che, per attraversarlo, perfino Carlo V avesse dovuto chinarsi per la prima volta in vita sua e, sebbene non conoscessi la statura del monarca, di certo io dovetti abbassare la testa per accedere al lato alavese che quel pomeriggio uggioso si era trasformato nello scenario di un omicidio.
Risalimmo per qualche metro lungo una stretta stradina di pietrisco e scorgemmo Andoni Cuesta, un collega della Scientifica. Sulla cinquantina, molto metodico, uno di quelli che restano fino all’ultimo senza fare una piega, ci indicò l’entrata sulla scena del delitto. L’area era recintata e si poteva accedere attraverso un piccolo varco rimasto aperto.
«Come va, Cuesta?» gli chiese Estíbaliz con aria complice. Sapevo che lui ed Esti andavano molto d’accordo e di solito prendevano un caffè insieme quando si incontravano al commissariato di Portal de Foronda, nel quartiere di Lakua. «Dimmi che sei il misterioso vitoriano a cui sono toccati i tre milioni di euro della Primitiva, così domani dovrai offrire per forza tu.»
Da settimane nessuno parlava d’altro che del biglietto venduto in un chiosco della lotteria in centro e dell’identità del fortunato. Chiunque congetturava se il vincitore non fosse il vicino del quinto piano, che da giorni non si faceva più incrociare nell’androne o aveva saltato la partita di domenica dell’Alavés, o magari il cognato che aveva smesso di rispondere al telefono e si era licenziato dalla Mercedes senza dare spiegazioni.
«Come vorrei che fosse vero! Ma purtroppo non è così. In quanto al sopralluogo, siamo appena all’inizio, ispettrice Gauna. Ci resta ancora molto lavoro. E voglio tornare a casa in tempo per dare il bacio della buonanotte ai miei figli. Questo fine settimana il grande ha la partita con i pulcini ed è su di giri. Anzi, se fossi io il vincitore della lotteria, gli comprerei tutta la squadra del Baskonia, compresi la dirigenza e l’allenatore, così non me lo metterebbero sempre in panchina», commentò Cuesta tra il sorridente e il preoccupato, chino vicino alla sua valigetta. Era un tipo tracagnotto e affabile, con le braccia corte; la sua sagoma piccolina era facilmente identificabile nei sopralluoghi nonostante la tuta bianca che lo uniformava agli altri due tecnici. «Indossate i soprascarpe e fate attenzione a dove mettete i piedi. È pieno di impronte di stivali da montagna e sarà un supplizio identificarle tutte.»...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I RITI DELL’ACQUA
  4. Prologo. Il Tunnel di San Adrián
  5. 1. Il Monte Dobra
  6. 2. La Sierra dell’Aizkorri-Aratz
  7. 3. La Frontiera dei malfattori
  8. 4. La cappella di San Adrián
  9. 5. Il villaggio cantabrico
  10. 6. Cantón de la Soledad
  11. 7. Plaza de la Virgen Blanca 2
  12. 8. L’asilo della Senda
  13. 9. Lakua
  14. 10. Il Giardino della Muraglia
  15. 11. Il cimitero di Santa Isabel
  16. 12. L’Isola di Man
  17. 13. Txagorritxu
  18. 14. La spiaggia di Portío
  19. 15. La facoltà di Storia
  20. 16. Casa Pando-Argüelles
  21. 17. Calle San Francisco
  22. 18. Paseo de Fray Francisco
  23. 19. La pozza di Villaverde
  24. 20. Sandaili
  25. 21. Il laghetto della Barbacana
  26. 22. L’Hotel di Doña Blanca
  27. 23. Cantón de San Roque
  28. 24. La cripta della Cattedrale Nuova
  29. 25. L’estate del Kraken
  30. 26. I Giardini del Collado
  31. 27. L’ospedale di Txagorritxu
  32. 28. I giardini dell’ospedale
  33. 29. L’altare delle Matres
  34. 30. La Croce del Gorbea
  35. 31. Il Gioco dell’Impiccato
  36. 32. L’ospedale Valdecilla
  37. 33. San Juan de Gaztelugatxe
  38. 34. Cuesta de las Viudas
  39. 35. La soffitta di Villaverde
  40. 36. La pista di ghiaccio
  41. 37. La Notte delle candele
  42. 38. Cuesta del Resbaladero
  43. 39. Pico Dobra
  44. 40. Barbablù
  45. 41. Cantón de las Pulmonías
  46. 42. L’ospedale Santiago
  47. 43. Il Giardino della Sequoia
  48. 44. Le tre onde
  49. 45. Gli scavi di Atxa
  50. 46. Amsterdam
  51. 47. Deba
  52. 48. La Arnía
  53. 49. L’urro del Melo
  54. 50. La Costa Quebrada
  55. 51. L’orto del nonno
  56. 52. Palazzo Conde de San Diego
  57. 53. El Portalón
  58. 54. La Torre degli Anda
  59. 55. La Malquerida
  60. 56. Santillana del Mar
  61. 57. La Fontana delle Oche
  62. 58. Zizzania
  63. 59. La cappella dell’ospedale
  64. 60. L’Hotel Real
  65. 61. Somocuevas
  66. 62. Il fiume Zadorra
  67. 63. Il Palazzo di Giustizia
  68. 64. La casetta di Santillana
  69. 65. Un altare in cielo
  70. 66. Palazzo Escoriaza-Esquivel
  71. 67. Okon
  72. 68. Puente Viesgo
  73. 69. La casa del nonno
  74. 70. La casa di Alba
  75. Epilogo. Deba
  76. Ringraziamenti
  77. Copyright