Blake Folgoldo - L'investigatore che non esisteva
eBook - ePub

Blake Folgoldo - L'investigatore che non esisteva

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Blake Folgoldo - L'investigatore che non esisteva

Informazioni su questo libro

Lucca, 1903. Manlio Molesti, caporeparto della Manifattura Tabacchi, è stato ucciso. Dell'omicidio viene ingiustamente accusata la sigaraia Nadia, madre della piccola Olga e di Claudio che, per distrarre la sorellina, passa il tempo a inventare storie: è dalla fantasia del ragazzo che nasce Blake Folgoldo, investigatore italoargentino armato di fucile e chitarra che gira solo a cavallo. Per uno strano scherzo del destino, proprio lui, l'investigatore che non esiste, dovrà salvare Nadia e stanare l'introvabile colpevole...

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788858524800
Print ISBN
9788856675931

1

Lucca, 12 giugno 1903

Passeggiare sulle mura di Lucca, all’ombra degli alberi tra il profumo dei fiori, per Claudio era la cosa più vicina al paradiso, quasi come leggere un bel libro. Il fatto che Olga, la sua sorellina di sei anni, gli stesse chiedendo di raccontarle una storia non lo turbava, a lui piaceva raccontare storie.
Olga era una bambina bionda con occhi chiarissimi e furbi come quelli di una lepre. Ma ogni volta credeva alle storie che Claudio le raccontava come se fossero accadute davvero. Tutto era cominciato quando Olga, che sapeva appena parlare, gli aveva chiesto dove fosse il babbo.
Lui non se l’aspettava quella domanda da una bambina così piccola, perciò aveva inventato la sua prima storia dicendole che il babbo era emigrato per lavoro in un luogo lontano chiamato Argentina e che sarebbe tornato un giorno con molti regali per tutti loro, un calesse per lui, una bambola per lei e un anello bellissimo per la mamma.
Olga però non era parsa molto convinta: «Cosa è un aleshe?». Claudio allora l’aveva portata al bordo di una strada che conduceva in città e quando era passato un calesse meraviglioso trainato da uno splendido cavallo nero, glielo aveva indicato.
Lei aveva guardato Biondomora, la sua bambola di pezza senza un occhio e con un braccio solo, e aveva esclamato: «A te un aleshe e a me una babbola?» e si era messa a piangere.
Claudio aveva pensato che la sorellina aveva preso il senso della giustizia di mamma Nadia.
Malgrado quel piccolo incidente, Olga amò fin da subito i racconti di Claudio e gliene chiedeva di continuo. Claudio ci metteva dentro sempre un po’ di verità, notizie di giornale, episodi a cui aveva assistito o che aveva sentito da qualcuno, e questo li rendeva più realistici, altrimenti a sua sorella non sarebbero piaciuti; ormai, non ritenendosi più una bambina piccola, pretendeva storie da adulti.
A Claudio venne in mente che qualche giorno prima aveva letto un articolo che parlava di un romanzo che narrava la storia di un cacciatore di taglie di origine italiana che tornava dall’Argentina e faceva l’investigatore, così Claudio decise che Olga era abbastanza grande per le storie di delitti. La fece sedere su una panchina e cominciò a raccontare.
– Ti ho mai detto del più grande investigatore italostraniero esistito?
– Cosa vuol dire “italostraniero”?
Claudio si dimenticava sempre che Olga voleva conoscere il significato di tutte le parole. Indicò la bambola di pezza con un occhio solo e i capelli metà gialli e metà neri, perché mezza capigliatura era andata persa e mamma Nadia, per rimediare, le aveva cucito in testa una serie di fili di un altro colore non avendone altri.
– Come la tua bambola, Biondomora, si chiama così perché è un po’ bionda e un po’ mora, lui è un po’ italiano e un po’ straniero.
Lei con la testa fece segno di aver capito, seria.
– Be’, ti dicevo, lui si chiama… si chiama Blake, Blake Folgoldo e viene dall’Argentina.
A Olga si accesero gli occhi. – Viene dall’Argentina? Allora conosce il babbo!
Claudio non ci aveva pensato, la storia del babbo in Argentina era la preferita di Olga e gliela chiedeva quasi tutti i giorni.
– Di certo – rispose.
– Perché è così speciale? –. Olga era interessatissima a quel nuovo personaggio e Claudio prese a narrare con voce seria e profonda, la più profonda che riusciva a fare, una delle meravigliose imprese di Blake Folgoldo.
– Una volta Blake era solo nel deserto col suo cavallo e incontrò la banda dello Zoppo. Era formata da cinque elementi, ma di questi l’unico essere umano era lo Zoppo!
A quelle parole Olga spalancò gli occhi.
E Claudio, soddisfatto dell’effetto provocato in lei, continuò: – Lo Zoppo era un uomo crudele che rapinava le banche sfruttando i suoi quattro cani. Li faceva entrare nelle banche con delle borse sulla schiena e un biglietto attaccato al collo con su scritto di mettere i soldi nelle borse. I cani erano enormi e lo Zoppo li aveva addestrati a digrignare i denti in modo da spaventare gli impiegati delle banche. Così tornavano sempre dallo Zoppo col denaro nelle borse.
– Poveri cani! – esclamò Olga.
– Già, loro non erano cattivi, ma lo Zoppo li trattava male, li picchiava e li affamava per farsi ubbidire –. L’espressione sdegnata di Olga diceva tutto; era il momento di far fuori lo Zoppo. – Quando Blake incontrò lo Zoppo, lui pensò di farlo rapinare e uccidere dai suoi cani e glieli scatenò contro. Però non sapeva che Blake col suo rifle - così chiamano il fucile da quelle parti - avrebbe potuto ucciderli in pochi istanti. Blake invece tirò fuori da sotto il poncho la sua chitarra e si mise a suonare una musica dolcissima. I cani si fermarono ad ascoltare e poi gli andarono incontro scodinzolando. Blake scese dal suo cavallo e, vedendoli così magri, diede loro della carne secca che aveva con sé e diventò loro amico.
– E lo Zoppo? – chiese Olga.
Claudio sorrise: – I cani si ribellarono e lui scappò via. Non fa più rapine, sta ancora correndo in mezzo alla pampa argentina.

2

Cantavano. Mentre andavano al lavoro le sigaraie cantavano all’unisono. Non si erano messe d’accordo, nell’alba già calda di giugno, per intonare quella canzone, e non era sempre la stessa.
Ogni volta una di loro partiva a cantare e tutte le altre la seguivano; all’inizio a bassa voce, perché era così presto che i bambini che ancora dormivano potevano svegliarsi; poi, a mano a mano che si allontanavano dalle case per avvicinarsi alla Manifattura Tabacchi, il canto cresceva di volume fino a diventare quasi un grido.
E lo era, perché dopo, una volta entrate nella manifattura, cantare era vietato. E anche fare battute di spirito o rispondere al caporeparto in un certo tono.
Quasi tutto era vietato in manifattura, c’era perfino un cartello VIETATO SUDARE, come se, specialmente in un’estate calda come quella e in capannoni murati e chiusi, fosse possibile non sudare lavorando le foglie di tabacco.
Grazia si mise la cuffia e il camice con gli stessi movimenti precisi e infallibili di ogni mattina, poi andò alla sua postazione proprio di fronte al cartello VIETATO SUDARE.
– Mi raccomando, non farlo – le disse Nadia, sua sorella, che aveva la postazione accanto a lei, e rise forte indicando la scritta.
Grazia si guardò intorno per assicurarsi che non ci fosse vicino il caporeparto: ridere forte poteva essere interpretato come un atto di sfida o di scherno.
Aveva visto più di una volta qualcuna venire multata per molto meno, o addirittura essere lasciata a casa per qualche giorno, senza lavoro e senza stipendio.
– Sssh – le fece, ma Nadia per tutta risposta rise più forte. Era così, non le importava nulla che la sentissero e più di una volta era stata punita, ma non se ne faceva un cruccio. Sembrava che la ribellione ce l’avesse nel sangue.
Grazia no. Lei lavorava lì da quando aveva quattordici anni, anzi le mancava qualche mese a compierli, ma suo padre, che conosceva il caporeparto, lo aveva convinto ad ammetterla lo stesso, così cominciava a guadagnare.
Gli aveva portato un pacco con dei salumi insieme a un fiasco di vino rosso e uno d’olio e l’uomo aveva alzato le sopracciglia e storto la bocca, ma li aveva presi. Poi le aveva afferrato le mani e le aveva esaminate per bene.
«Troppo piccine ancora, non ce la farà mai.»
Ma il babbo aveva insistito e alla fine l’avevano chiamata. Erano passati quasi quindici anni, eppure se lo ricordava sempre, quel giorno.
L’avevano affidata a una delle istruttrici che le aveva insegnato i primi rudimenti e poi a un’altra che aveva capito subito che Grazia era adatta a quel lavoro, e in una settimana era a tagliare foglie di tabacco e arrotolare sigari come una già esperta.
«Diventerà maestra» aveva detto una che già era maestra alla Manifattura Tabacchi.
Ma non era ancora accaduto, le bastava il suo lavoro, perciò quando le avevano proposto di insegnare il lavoro alle nuove sigaraie, aveva rifiutato. Non le piaceva mettersi in mostra, poteva portare guai e lei non poteva permetterseli i guai.
Anche Nadia non poteva permetterseli, era sola da quando il marito era morto in quella guerra d’Africa sei anni prima e aveva Claudio e Olga, i suoi figli, a cui pensare, ma sembrava che non se ne preoccupasse.
– Ecco che arriva il cerbero – disse Nadia a Grazia vedendo avvicinarsi il caporeparto.
Manlio Molesti era un uomo sui cinquant’anni di pelo rosso, con la barba e i baffi malcurati, ma quasi non si notavano dato che erano dello stesso tono di rosso del viso, da cui crescevano come male piante.
Gli occhi erano piccoli e non si capiva se lo erano di natura o se li tenesse perennemente strizzati lui, come se si aspettasse da un momento all’altro un soffio di vento polveroso in faccia.
Manlio si arrabbiava spesso e per pochi motivi e urlava alle operaie diventando rosso, ma nessuno poteva accorgersene perché tutto rosso lo era già, tranne per gli stretti tagli degli occhi, che davano sul marrone.
L’uomo le raggiunse fermandosi proprio alle spalle di Nadia. Questo avrebbe reso nervosa qualunque sigaraia, ma non lei, che continuò il suo lavoro con le mani così veloci che quasi le dita non si distinguevano.
Grazia non osava alzare lo sguardo dal suo banco di lavoro e rimaneva concentrata per non rischiare un errore che l’uomo avrebbe subito notato. Nadia sorrideva lavorando sotto lo sguardo del caporeparto, perché sapeva che lui lo faceva per farla sbagliare, ma più faceva così e più lei lavorava bene e questo fatto invece che impaurirla la divertiva.
L’uomo osservava Nadia, e il cartello VIETATO SUDARE li osservava dall’alto come se fosse il padrone di tutti e due. Alla fine Manlio sbuffò e si spostò a dare noia a qualcun’altra, e Grazia tirò un sospiro di sollievo.
Durante la pausa, le ragazze più giovani volavano via sulla strada che correva a fianco della manifattura per incontrare i loro innamorati; per questo la chiamavano la via dell’amore.
Grazia restava a osservarle insieme a Nadia. Chiacchieravano e intanto Nadia fumava una delle sue sigarette sottili che si faceva da sé. In quei pochi minuti di vita serena le operaie passeggiavano piano per mano ai loro fidanzati. Quando il tempo stava per finire, tornavano col volto felice e Grazia le guardava per attingere a un po’ di quella felicità.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. 32
  35. 33
  36. 34
  37. 35
  38. 36
  39. 37
  40. 38
  41. 39
  42. 40
  43. 41
  44. 42
  45. 43
  46. 44
  47. 45
  48. 46
  49. 47
  50. 48
  51. 49
  52. 50
  53. 51
  54. 52
  55. 53
  56. 54
  57. 55
  58. 56
  59. 57
  60. 58
  61. 59
  62. 60
  63. 61
  64. 62
  65. 63
  66. 64
  67. 65
  68. 66
  69. 67
  70. 68
  71. 69
  72. 70
  73. 71
  74. Copyright