Morto che parla
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Morto che parla

  1. 208 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Morto che parla

Informazioni su questo libro

Guido pensa di aver già visto tutto: è il figlio del becchino della città (ecco perché tutti lo chiamano Cassa), sua madre per arrotondare tiene sedute spiritiche nel salotto di casa e la sorellina prevede il futuro. Ma quando una sera si ritrova davanti il fantasma di Straocchio, lo strambo custode del deposito di rottami di cui ha accidentalmente provocato la morte, capisce che le sue disavventure sono appena cominciate...

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Informazioni

Print ISBN
9788856679199
eBook ISBN
9788858526507

1

Tutto iniziò quando al vecchio Straocchio, il custode del deposito di rottami lungo la provinciale 53, venne un colpo. Restò secco lì dove si trovava, e cioè di fronte al reticolato del suo deposito. Si mise a tossire e poi andò giù come un sacco vuoto. Ricordo perfettamente il rumore della sua testa che sbatteva a terra e il suo cane che non la smetteva più di abbaiare.
Negli anni Settanta, al tempo in cui si svolsero questi fatti paurosi, io ero un tredicenne con l’idea che la vita fosse una gran bella passeggiata in un giorno di sole pieno. La gente portava le basette lunghe e i pantaloni a zampa di elefante; le Tv private non c’erano ancora, così come i videoregistratori, i lettori Dvd, i personal computer e i cellulari. Si giocava in mezzo alla strada, senza pericoli, e il mondo intorno a noi sembrava una giungla ancora vergine, da esplorare giorno dopo giorno. Nessuno parlava di effetto serra, di globalizzazione. La benzina, però, già allora costava troppo, proprio come adesso, e così una domenica ogni tanto si andava via tutti in bicicletta, per risparmiare: la chiamavano “austerity” e a noi ragazzi piaceva un sacco.
Ricordo quegli anni come i più belli della mia vita. Forse solo perché erano gli anni della mia infanzia, o forse perché c’era qualcosa di speciale, come una magia, che li rendeva unici. Ed anche quando accadde quello che accadde, rimasero comunque i migliori che mi capitò di vivere.
Quell’anno ero stato promosso in terza media con otto in tutte le materie. Avevo una bella bici, una collezione ben fornita di albi dell’Uomo Ragno, un centinaio di biglie colorate regolarmente vinte in partite ufficiali, le scarpe da ginnastica alte con il bollino alla caviglia e una pistola ad aria compressa, imitazione perfetta di una Luger tedesca con la quale sparavo al tramonto ai pipistrelli. Presto avrei avuto anche la ragazza, una morettina di nome Claudia che mi trovava il più carino della scuola. In più giocavo a calcio nella squadra del quartiere con la maglia numero 9 e lo sponsor EUSTACCHIO - LA MORTADELLA COL PISTACCHIO stampato bello in grande sul petto, e avevo un sacco di amici.
Erano cominciate da poco le vacanze estive e io trascorrevo le giornate bighellonando per le strade del quartiere a bordo della mia Roma Sport rigorosamente arancione.
Quel mattino, scendendo in cucina per la colazione, avevo incrociato mio padre che s’infilava nel sottoscala con un pacco di rossetti da donna tra le mani. Indossava la traversa di tela cerata verde, quella per lavorare sui cadaveri.
Mio padre ha sempre fatto il becchino, anche se a lui non piaceva che lo si chiamasse a quel modo. Preferiva definirsi “tecnico funerario” o a volte, in maniera più colorita, “operatore dell’eternità”, ma per tutti restava sempre e comunque un becchino, in qualsiasi modo lui la girasse. Per racimolare qualche soldo in più, si era impratichito nell’arte di truccare i morti per i funerali. Aveva seguito appositamente un corso da estetista, unico uomo in mezzo a un mucchio di donne. Mio padre svolgeva il suo lavoro nello scantinato della nostra casa, un posto che già di suo metteva i brividi, polveroso e ammuffito com’era, e che in più, se pensavi che ci stavano i morti, ti faceva venire voglia di cambiare aria alla svelta.
– C’è gente giù di sotto? – gli domandai quella mattina tutto pimpante.
– La signora Pitussi – puntualizzò mio padre.
Conoscevo bene la signora Pitussi: una spaccazebedei di prima riga. Noi ragazzi la chiamavamo la “Tagliatabarri” perché stava sempre seduta fuori di casa a menare consigli gratuiti e a criticare la gente che le passava davanti, a “tagliare tabarri”, insomma, come si usava dire dalle mie parti, cioè a fare e disfare cappotti. Una volta mi aveva beccato che sgonfiavo le ruote delle macchine parcheggiate lì di fianco ed era andata dritta a dirlo a mio padre. Un’altra volta ancora mi aveva beccato che me la prendevo con uno più piccolo di me, ma non era corsa a dirlo a mio padre perché mio padre si era buscato la broncopolmonite a grappolo fulminante ed era a letto (ventiquattro giorni di letto filati e quando si era alzato mi sembrava addirittura un po’ più corto), così era andata a dirlo a mia madre. E un’altra volta Andrea, il mio migliore amico, passando in bicicletta aveva mollato un rutto che sembrava il bang di un aereo supersonico e lei girandosi di scatto aveva visto solo me e, come ormai avrete capito, era andata di filato a dirlo a mio padre.
La Tagliatabarri, cioè la ex signora Pitussi, era distesa con le braccia incrociate sul petto, più o meno come tutti i defunti tradizionali. E come capita a molti estinti, tradizionali e no, sembrava che stesse solo dormendo. Anche da morta la signora Pitussi dava l’idea di stare a osservarti. Mi parve quasi che da un momento all’altro potesse tirarsi su e, rivolta a mio padre, dire: “Lo sa che il suo ragazzo qui è una bella peste? Che si diverte a combinare sempre un sacco di guai? Dovrebbe dargli una bella raddrizzata, una di quelle come si deve!”.
– Perché le metti il rossetto? – chiesi d’un tratto a mio padre, più per distogliere dalla mia mente quella brutta immagine che non per reale interesse verso il suo lavoro.
– Gliel’ho detto io – rispose la voce di mia madre da dietro una tenda facendomi trasalire.
Mia madre parlava con i morti. O almeno questo è quanto lei sosteneva di fare. Questa sua abilità le era spuntata da chissà dove dopo aver tirato una di quelle mine con la macchina di mio padre che ancora adesso dopo tanti anni in città se la ricordano tutti. Era rimasta una settimana in coma nel reparto intensivo dell’ospedale e da quando se n’era ritornata nell’Aldiquà non faceva altro che cianciare di quanta gente simpatica aveva incontrato nell’Aldilà.
Mia madre era un tipino mingherlino, sembrava una scopa da giardino, ma di quelle piccole. Era prognata, il che significa che i denti di sotto stavano più avanti di quelli di sopra. Per onestà, però, devo precisare che nemmeno mio padre è mai stato un campione di bellezza. Da che io me lo ricordo ha sempre avuto la pelata tirata a lucido, le spalle a bottiglia, il collo largo e un brutto porro giusto sulla cima del naso. E poi le orecchie a sventola, che io non ho preso, ma mia sorella Alice sì.
«Gliel’ho detto io» aveva risposto mia madre con la sua vocetta stridula. La mamma aveva la pessima abitudine di andare a concentrarsi dietro le tende, così che ogni tanto te la ritrovavi di fronte all’improvviso mentre eri lì per aprire una finestra. Facevi di quei salti che neanche quelli dell’atletica ci riuscivano.
– E tu come fai a saperlo? – le chiesi accorgendomi nello stesso istante in cui formulavo la domanda di quanto fosse inutile. Gliel’aveva detto la morta, e che altro?
– Me l’ha detto la Pitussi – rispose come da copione.
Mia madre non solo assomigliava a una ramazza, ma camminava anche come una ramazza (certo, immaginando come potrebbe camminare una ramazza).
– Ha detto che vuole che al funerale tutti la vedano preparata per benino – aggiunse avvicinandosi alla morta.
Osservai i capelli della signora Pitussi. Me li ricordavo grigi e unti. Quel giorno invece risplendevano di un violetto pervinca.
– E la tinta ai capelli? – domandai a mia madre.
– Sempre lei.
L’idea che il fantasma della Tagliatabarri si aggirasse indisturbato nello scantinato della mia casa scambiando pareri sulla tinta dei capelli con mia madre, vi confesso che aveva cominciato a farmi girare le ciribiricoccole.
– E quelle? – insistei indicando le scarpe che indossava: da ginnastica, bianche con i lacci rosa. – Le ha volute lei anche quelle?
– No – intervenne mio padre terminando di imbellettarle le labbra. – Quelle gliele abbiamo messe noi. Dopo la morte le si sono gonfiati i piedi a dismisura e le sue non le stavano più.
Era questo, alle volte, il bello del lavoro di mio padre: imparavi delle cose che da nessun’altra parte ti insegnavano.
A colazione, pochi minuti dopo, fissavo i Bucaneve che si imbevevano di caffellatte galleggiando nella tazza. Mi facevano pensare ai piedoni gonfi della signora Pitussi.
E improvvisamente scoprii che mi era passato l’appetito.

2

Mia sorella Alice aveva tre anni meno di me, la struttura fisica di mia madre, le orecchie a sventola di mio padre e una forma d’asma che non si sa bene da chi l’avesse presa e che la costringeva a girare sempre con un flaconcino di Ventolon in tasca. E poi prevedeva le cose.
Una mattina a colazione mi aveva predetto che qualcuno a scuola prima o poi mi avrebbe fatto un occhio nero e, ci credereste?, Gigetto Pattan detto Catarro quella stessa mattina mi aveva scardinato dal banco con una croda da far impallidire Cassius Clay (che a quei tempi era un signor pugile) e poi, per tener fede al suo soprannome, aveva sputato. (Non c’era un vero motivo per cui Gigetto Pattan detto Catarro pestasse la gente, né in verità esisteva un valido motivo per cui spargesse il proprio catarro sulle cose.)
Un’altra volta, mia sorella aveva solennemente dichiarato che avrei preso una pappina da mia madre se avessi continuato a fare gli esperimenti scientifici sui cadaveri di mio padre (avevo visto da poco il film Frankenstein con Boris Karloff e volevo vedere se era vero che collegando un filo elettrico alle dita dei morti questi tornavano in vita). Alice ci aveva azzeccato ancora. Non solo mia madre mi aveva beccato e mi aveva spellato le orecchie a suon di ceffoni, ma mi aveva pure sequestrato la Roma Sport per una settimana!
Al signor Fava, che aveva il negozio di formaggi e salumi in fondo alla strada, un giorno Alice aveva chiesto se stava bene. Lui aveva risposto di sì, che da quel che gli pareva stava abbastanza bene. Al che mia sorella aveva insistito chiedendo se era proprio sicuro di stare abbastanza bene. Il giorno seguente il poveretto era finito in ospedale per un’intossicazione da mozzarelle scadute!
Ma torniamo a quella mattina, alla Pitussi morta stecchita giù di sotto, ai miei Bucaneve gonfi come i suoi piedi e a tutto il resto.
– Spicciati a finire la colazione! – urlò la mamma facendomi sobbalzare. – Che fra poco ho una seduta!
Le “sedute” erano quelle cose che mia madre faceva al tavolo del salotto quando qualcuno si intestardiva a volere notizie di un parente o di un amico morto. Io non assistevo mai alle sedute della mamma perché lei non voleva (a differenza della morte che, come diceva papà, toccava a tutti, parlare con gli spiriti era cosa per pochi eletti). So però che accendeva sempre un sacco di candele e indossava una palandrana nera che le arrivava fino ai calcagni, e quando tutto era finito in salotto c’era sempre un gran fumo e puzza di bruciacchiato. Quando mamma faceva le sedute non si nascondeva mai dietro le tende. Una seduta costava da un minimo di diecimila lire a un massimo di cinquantamila, in contanti. Credo che il prezzo dipendesse da quanti morti si desideravano interpellare o da quanto il morto stesso avesse voglia di stare a conversare con mia madre. Se io fossi stato un morto a quel tempo, sarei rimasto a chiacchierare volentieri con lei, magari un pomeriggio intero: mia madre, anche se non era certo una bellezza, era alquanto simpatica.
– Io vado fuori a giocare – dissi abbandonando i Bucaneve al loro triste destino di annegati.
– A proposito, – gridò mia madre prima che io uscissi di casa – di’ ad Andrea che suo nonno lo saluta.
Il nonno di Andrea era stato stirato da un camion della spazzatura all’incirca due anni prima, mentre era chinato in mezzo alla strada per raccogliere cinquanta lire. Morto per cinquanta misere lire.
«È proprio vero che i soldi non fanno la felicità» aveva commentato mio padre quella volta.
– Oggi accadrà una brutta cosa! – mi sussurrò all’orecchio d’un tratto quella visionaria di mia sorella. Forse era perché respirava male, non lo so, ma gli occhi di Alice assomigliavano sempre a due biglie di vetro pronte a schizzare fuori dalle orbite.
– Che capperi stai blaterando? – ringhiai sottovoce.
– Una brutta cosa – ripeté. Poi si sparò in gola uno schizzo di Ventolon.
– Perché invece che fare i tuoi insulsi sogni da psicopatica non giochi con le bambole come tutte le altre bambine? – le alitai addosso.
Lei mi sorrise, come la bambina pazza di un film dell’orrore.
– Allora te la dico anch’io una cosa! – dissi allungando le mani verso il suo esile collo. – Scommetti che la cosa brutta sta per succedere a te, proprio adesso?
Senza alcun preavviso, mi arrivò una sventola del trentadue giusto all’attaccatura dei capelli, quella posteriore, dove fa un male boia.
– Ahia! – protestai guardando mia madre, l’autrice della sventola. – Perché?
– Stavi per metterle...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
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  12. 10
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  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. Copyright