Il lupo è indubbiamente uno degli animali più affascinanti della terra: selvaggio, predatore, difficile da controllare, spesso imprevedibile, impossibile da ammaestrare. A lui Aimé Maquignaz, grande avventuriero, artista e sublime conoscitore di montagne, dedica questo libro. E lo fa con uno stile schietto e diretto, in cui si evince la sua grande passione e il suo grande amore per questo animale.
Maquignaz non si limita a raccontare come e perché i lupi sono tornati nei boschi italiani, dal Gran Paradiso al Cervino, e in quelli francesi, tedeschi e austriaci, dopo essere stati quasi sterminati, ma ci fa conoscere i lupi per noi più lontani, dalla Mongolia e la Siberia al Canada. Maquignaz, abile affabulatore, cerca di analizzare e comprendere il ruolo che il lupo ha avuto nella storia, nell'arte, nelle fiabe e nelle leggende, nei miti, nel folklore, nella superstizione della nostra gente (emblematico è il racconto di Ayak, Maya e del loro figlio Lupetto). Perché la storia di questo splendido animale segue il percorso e la storia dell'uomo sin dai tempi antichi.
Un rapporto, raramente idilliaco e spesso conflittuale, che si è sviluppato nei secoli. Un rapporto che, come ammette lo stesso autore, deve tornare a essere viscerale, come lo era una volta. Il ritorno del lupo è dedicato a tutti quelli che sono ancora capaci di stupirsi delle meraviglie della natura e che sanno vedere negli occhi del lupo la luce dell'universo.

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9788856680553
PARTE I
1
Uomini e lupi
La vasta Valle del Cervino, punteggiata di centinaia di villaggi da molti secoli, è ricchissima di leggende e memorie. Si tratta di racconti partoriti dalla fervida fantasia di qualche nonno o nonna che voleva affascinare i propri nipoti. Da padri vicini al caminetto, da madri che dovevano far addormentare i figli, e provenienti anche dal serbatoio immenso di leggende che furono raccontate per secoli, e poi modificate, rimaneggiate per educare i più giovani su alcuni aspetti essenziali della vita.
Alcune volte sono racconti noti, altre volte sono ignoti ai più, e in molti casi chiamano in causa gli animali.
Fra questi ultimi, mi piacerebbe raccontare la storia dei lupi Ayak e Maya e del loro figlio Lupetto. Quando è accaduta? Forse non molto tempo fa, chissà. Forse è accaduta a me che scrivo. Non credo abbia importanza, perché certe storie sono accadute in secoli lontani ma in un certo senso succedono ancora… Capirete perché.
In una vallata, si diffuse la voce della presenza di un branco di lupi forse proveniente dalla Francia, oltre le montagne. Perché si erano spinti sino a lì? Furono spinti dalla necessità di sfuggire ai cacciatori? Oppure dal bisogno di cibo o dalla semplice curiosità? Perché la curiosità è sempre presente nel lupo come in tutti gli animali intelligenti.
Comunque, accadde che, dopo le prime nevicate di quell’inverno, che era stato molto precoce, i lupi vennero notati più volte, grazie alle orme che lasciavano e grazie al fatto che le loro sagome scure spiccavano molto sul biancore luminoso della neve. Quelle lunghe e caratteristiche file di orme che, segnalando inequivocabilmente la presenza di quei fieri animali, si erano spinte vicino ai villaggi.
Non solo: alcune pecore, rimaste all’aperto, all’esterno delle stalle, erano state divorate nottetempo. Rumori sordi, guaiti, tutto era stato così lieve che il pastore non se n’era accorto: aveva sospettato qualcosa, ma era stato soltanto un attimo nel corso della serata.
I contadini e i pastori, preoccupati, si misero alla ricerca dei responsabili. Le ferite e le impronte che furono notate nei paraggi mostravano inequivocabilmente che i responsabili erano stati i lupi.
Tali episodi si ripeterono, mettendo in allarme la popolazione che, alle porte del lungo e gelido inverno, temeva che queste fiere avrebbero potuto minacciare non solo gli animali d’allevamento ma anche le persone e, soprattutto, i bambini.
Difatti, molte storie degli anziani del posto riportavano il racconto di lupi famelici che avevano in pieno giorno addentato e divorato bambini, lasciati incautamente incustoditi dai genitori. Non sono leggende, purtroppo, ma sono storie vere di un passato nemmeno tanto lontano. È terribile pensare che alcuni bambini, in passato, siano realmente stati trascinati nel bosco, disperati e piangenti, senza che nessuno li abbia potuti aiutare, e lì, sotto le piante secolari, siano stati divorati. Dov’erano la loro mamma e il loro papà? Devono esserselo chiesto. Qualcuno di questi si è divincolato, si è liberato, sicuramente, e ha raccontato della cattiveria dei lupi.
In quell’occasione, cacciatori, bracconieri e guardiacaccia decisero di stringere un’alleanza per contrastare il pericolo che veniva percepito incombente. Organizzarono, quindi, con la benedizione del parroco e gli incoraggiamenti del sindaco, numerose battute al fine di scovare i pericolosi predatori.
Sì, perché il lupo, quando è affamato, diventa molto pericoloso. Vivendo tra le vallate di montagne spesso inospitali, immerse nel gelo, esposto alla furia improvvisa degli elementi, è obbligato, dalla dura lotta per la sopravvivenza, a procurarsi il cibo con ogni mezzo.
Qualche volta, quel cibo è costituito da uno sventurato uomo o bambino o da una donna che si è attardata da sola sulla via mentre cercava legna o faceva visita ai parenti. Fortunatamente da molti anni non si sono più verificate aggressioni a esseri umani da parte di lupi.
Va chiarito che il lupo non è malvagio di natura come dicono molte fiabe ma cerca, semplicemente, di sopravvivere.
Nonostante ciò non si può negare che sia un animale affascinante che, fin dall’origine, ha vissuto accanto all’uomo diventando, con il tempo, e in seguito a incroci con altri canidi (come i coyote e i dingo e anche lo sciacallo dorato), l’affettuoso cane che tutti conosciamo.
Il lupo con il suo aspetto fiero incute timore e rispetto. Ha un muso color bianco crema, una bocca con i canini lunghi e ricurvi rivolti all’interno, gli occhi chiari, color giallo pallido. Le zampe sono dotate di artigli molto affilati. A differenza di quanto si ritiene, la sua struttura sociale è complessa e fortemente gerarchica.
Il branco normalmente è guidato da una coppia dominante, maschio e femmina. Uno dei due – maschio o femmina indifferentemente – diviene il capobranco. I capibranco dominano il gruppo, composto da meno di una decina di individui, e non prendono ordini da altri lupi; godono di maggior libertà e privilegi rispetto agli altri. Ci si può chiedere come alcuni lupi diventino capibranco. Gli studiosi hanno lavorato molto attorno a questo fenomeno per scoprirne i segreti: ora si sa che si diventa capobranco per merito, per forza e anche per astuzia. Gli uomini di montagna, i pastori, gli uomini che conoscono la natura sanno che i lupi sono animali molto intelligenti. Diventano capibranco in seguito a feroci combattimenti per la supremazia. Forza e astuzia sono fattori fondamentali che determinano l’esito della lotta.
Riprendendo il racconto, il gruppo di uomini che aveva deciso di sterminare il branco vagò senza successo per diversi giorni fra le montagne.
I lupi hanno un buon olfatto e un udito finissimo, tanto fine che è in grado persino di udire il rumore provocato dalla caduta di una foglia a una certa distanza; è quasi impossibile avvicinarsi a loro senza farsi notare.
Anche François, un giovane allevatore e bracconiere, lo sapeva. François aveva un aspetto simpatico ed elegante, era dotato di grande fiuto per la caccia oltre che di un talento per le sculture in legno apprezzate da molti: era un vero figlio della valle, insomma. Partecipò anche lui alle battute di caccia del lupo.
Prima di partire aveva scambiato qualche parola con la sua sposa, che si chiamava Geneviève, una splendida giovane donna dai capelli lunghi e scuri, gli occhi grandi, il corpo perfetto. Coraggiosa, indomita, aveva un carattere di ferro e nutriva un amore profondo per il suo uomo. Mi viene da dire che loro due, se fossero stati lupi, sarebbero stati sicuramente dei capibranco.
«Sta’ attento, François. Ho paura.»
«Non devi temere, mia cara, me ne intendo. Questi animali sono inavvicinabili, astuti e diffidenti ma anch’io sono astuto e so usare bene il fucile. Ho esaminato bene le tracce e secondo me il branco è formato da sei lupi.»
«Lo sai che, con l’avvicinarsi dell’inverno possono diventare molto pericolosi.»
«Lo so bene, amore. Appunto per questo dobbiamo cacciarli. Possono avvicinarsi alle case spinti dalla fame e dal freddo.»
«So che sei bravo e prudente, ma sta’ attento, pensa a me» raccomandò lei.
«Non preoccuparti. Domattina salirò verso Orvieille dove ho lasciato incustoditi alcuni manzi e vitelli che dormono all’aperto e li riporterò a valle nella stalla invernale.»
«Va bene, pregherò e penserò a te.»
Il solo aspetto della giovane dava a François forza e fiducia. In effetti i lupi erano diventati diffidenti e feroci. Erano incattiviti dalla spietata caccia a cui erano scampati solo grazie alla loro intelligenza e che aveva comportato l’uccisione di alcuni esemplari che facevano parte del loro branco. I superstiti avevano quindi deciso di spostarsi e di andare alla ricerca di territori più sicuri.

Si racconta allora che, di buon mattino, François raggiungesse il luogo dove i manzi e i vitelli avevano passato l’estate. Prima di avvicinarsi fu insospettito da un inquieto volare di corvi gracchianti e dalla presenza di due aquile che volteggiavano in alto nel cielo, come se stessero tenendo d’occhio qualcosa.
Accelerò allora il passo per raggiungere al più presto i giovani bovini. Improvvisamente, dopo aver superato l’ultimo dosso che si affacciava su ripidi prati e pendii, si presentò davanti a lui uno spettacolo cruento: alcuni vitelli sbranati dai lupi giacevano con le loro interiora sparse attorno, e altri manzi vagavano feriti e sanguinanti nella vallata, lamentandosi in modo pietoso.
Il giovane alzò le mani al cielo imprecando e giurando vendetta. Il suo non era odio, ma la necessità di difendersi combattendo per la sopravvivenza. Questa è la dura lotta per la vita: si può essere nemici, ci si può uccidere tra uomini e animali, senza odio. Qualche lacrima sgorgò anche dai suoi occhi alla vista di tanto dolore. Poi si avvicinò lentamente ai manzi lavando le loro ferite con acqua fredda ed erbe medicinali che aveva raccolto nella zona e di cui conosceva i benefici effetti.
Alcuni dei suoi animali si salvarono e vennero condotti a valle nella stalla, altri morirono. Le carcasse di alcuni vitelli, trovati poco più in là, ormai troppo straziati per essere spostati, furono destinate a diventare il pasto di corvi, aquile, volpi, faine e certamente dei lupi che avevano provocato la strage. Tornato a casa ribadì alla madre e a Geneviève la sua l’intenzione di cacciare il branco dalla valle e, se necessario, di debellarlo.
Si consultò con un suo amico, che si chiamava Maurice, esperto in tutte quelle faccende di boschi, animali selvaggi e cacce. Uomo forte, tarchiato, capace di fare mille lavori, espertissimo: non poteva ambire a un compagno migliore.
Altre volte aveva dovuto, nella sua vita, affrontare situazioni simili. Poiché il branco di lupi era inavvicinabile decisero di adescarlo, attirandolo vicino a una vecchia baita dove avrebbero lasciato della carne in decomposizione, ghiotto boccone per i famelici lupi.
Qualche pomeriggio dopo, François e Maurice si appostarono verso il crepuscolo all’interno della baita. Da una finestra potevano osservare il luogo dove era stata riposta la carne putrefatta alla quale alcuni lupi si erano già avvicinati nei giorni precedenti.
Una luminosissima luna piena rischiarava l’intera vallata disegnando i profili delle case, i limiti del bosco, le rocce. Sulla prima neve, caduta da poco, si potevano scorgere molto bene le ombre delle sagome degli animali in movimento. Quanto ai lupi, estremamente diffidenti, non comparvero per diverse notti. Probabilmente erano stati messi in allarme dall’odore dell’uomo.
François, stringendosi nel sacco a pelo per riscaldarsi, ammirò la bellezza della notte fredda, silente e luminosa e a bassa voce disse: «Questa notte è bellissima, magica».
«Splendida, sì…» fece eco l’amico Maurice.
«L’aria è più trasparente del solito e la visibilità ottima. Credo che li vedremo.»
«Cosa te lo fa sperare?»
«Che sono trascorsi diversi giorni. Ormai si saranno abituati all’odore dell’uomo e inoltre i morsi della fame e l’odore della carne li costringeranno ad avvicinarsi.»
Maurice aveva imparato che le intuizioni di François spesso si avveravano.
Durante la notte i due amici osservarono le stelle scrutando il cielo alla ricerca delle costellazioni più importanti e riconoscibili: il Grande Carro, il Piccolo Carro, Andromeda, Orione, l’Orsa Maggiore o le Pleiadi e il biancore della Via Lattea. Il firmamento si presentava con un ordine immutabile e il silenzio della notte invitava il cuore alla riflessione.
Il credo di François non seguiva una Chiesa organizzata, ma nasceva dalla contemplazione della natura e della bellezza. Attraverso queste riusciva a incontrare la divinità. Percepiva il divino anche dentro di sé e questa sensazione lo rassicurava e lo induceva a muoversi nel corso della vita nella direzione del bene e del bello. Per François, come per gli antichi Greci, il bene e il bello coincidevano. Sua madre gli aveva dato il nome di Francesco ( François) perché nutriva una forte devozione per San Francesco d’Assisi. Insieme al figlio sovente leggeva brani del Cantico delle Creature e della Legenda Aurea dove sono raccontati gli episodi della vita del grande santo, compreso il suo dialogo con il lupo di Gubbio, leggenda che lo affascinava in modo particolare.
Ogni volta che una stella cadente solcava il cielo lasciando una scia d’argento nella notte stellata, il giovane pensava all’amore che provava per Geneviève, gioia della sua vita. Di sicuro, presto, avrebbero avuto dei figli e questo gliela rendeva ancora più sacra. Questi erano i pensieri che attraversavano la sua mente: la bellezza, la divinità, l’amore diverso che sentiva per la madre e il padre defunto, e per la sua Geneviève.
Finalmente, dopo alcuni giorni, i predatori furono avvistati in lontananza. Vagavano al chiaro di una luna circondata da milioni di stelle. Ma non si avvicinavano, si muovevano come fantasmi apparendo e scomparendo all’improvviso. I due amici rimasero immobili per non rivelare la loro posizione e così restarono anche tutto il giorno successivo dimostrando tutta la loro resistenza e la pazienza di montanari, abituati a dure attese.
Quando sopraggiunse la notte, finalmente, i lupi si avvicinarono: raggiunsero il luogo in cui i due vegliavano, ormai infreddoliti e affamati. Si fermarono, fiutarono l’aria e poi, circospetti, si spinsero ad annusare la carne.
«Sono a tiro» sussurrò François. «Prepariamoci a piazzare i fucili e a preparare le cartucce; io sparerò agli animali di destra e tu Maurice a quelli di sinistra.»
E così fecero esplodendo diversi colpi in rapida successione, dopo aver preso attentamente la mira, calcolando distanza, vento, eventuali ostacoli. Le pesanti e veloci pallottole colpirono alcuni lupi che stramazzarono a terra, alcuni guaendo, altri senza emettere un solo suono. Soltanto tre di essi riuscirono a fuggire velocemente verso la montagna: il maschio capobranco, un giovane lupo e un piccolo. Corsero via velocissimi, terrorizzati dai colpi di fucile. Corsero e corsero, corsero per centinaia di metri, poi il lupo dagli occhi verdi si fermò di colpo, scrutando il buio nella terribile notte. Si mise in attesa dell’arrivo degli altri lupi. Ma questi non arrivarono e lui si trovò solo con due altri compagni della decina di cui era composto il suo branco. Non sapeva che tutti gli altri giacevano distesi, senza vita, sulla fredda terra, tra quelle montagne.
E allora intuirono la situazione, si guardarono con aria inquieta – forse c’era paura e angoscia nella loro coscienza animale – e il maschio capobranco tornò sui suoi passi nella disperata ricerca della sua compagna e degli altri lupi. Un destino crudele così aveva deciso altrimenti.
Un ululato disperato, straziante, lacerò il silenzio di quella tragica notte. All’ululato del capobranco seguì quello degli altri due lupi. Gli ululati si armonizzarono in un’unica nota di dolore che reclamava vendetta e che fece tremare di paura i due cacciatori intenti a scuoiare gli animali per prelevarne le pelli. Gli animali della montagna, anche quelli notturni, avevano intuito la disgrazia e stavano in silenzio in attesa degli eventi. Il capobranco addolorato e inferocito per la perdita della compagna (forse per vendicarsi, chi lo sa!) ritornò sui suoi passi seguito dal giovane maschio e dal piccolo lupetto coraggioso anche se ancora incapace di fare del male a degli uomini. I tre attaccarono, ringhiando, i due cacciatori. I lupi solitamente non attaccano mai di fronte. Infatti, il capobranco si appostò lungo il sentiero sul fianco destro mentre il giovane maschio sarebbe sopraggiunto da dietro.
François e Maurice con le pelli di lupo sulla schiena scendevano il lungo sentiero soddisfatti per il successo ottenuto e ignari di quanto stava per succedere. All’improvviso il capobranco si avventò con un enorme balzo su Maurice che non fece in tempo a lasciare le pelli e imbracciare il fucile. Il lupo dai denti affilati gli s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- IL RITORNO DEL LUPO
- Prefazione. di Mauro Corona
- Ai miei amici lettori. Il lupo del Cervino
- Prologo
- PARTE I
- PARTE II
- PARTE III
- Epilogo. La forza dell’amore e della bellezza
- Appendice
- Bibliografia
- Copyright