
- 240 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Bianco
Informazioni su questo libro
Fuori dalla chiesa, la peggiore bufera di neve che si ricordi. Dentro la chiesa, sette persone rifugiate e isolate dal mondo. Una ragazza, una donna, due bambini, un uomo, un prete, un ladro. Tutti hanno perso qualcosa di molto prezioso. Ma nessuno ha perso la speranza di uscire da lì, salvarsi e tornare nel mondo esterno. Mentre fuori la nevicata non accenna a diminuire, dentro i viveri scarseggiano e ogni decisione può fare la differenza tra sopravvivere e morire. Una storia potente, al tempo stesso un thriller inesorabile, un romanzo di formazione profetico e spirituale e una riuscita metafora della condizione umana.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2020Print ISBN
9788856677553eBook ISBN
97888585255861
Davide.
Quell’uomo che mi era venuto a prendere, che mi aveva salvato, si chiama Davide.
È il nostro “capo”. A lui ci rivolgiamo per qualsiasi cosa, a lui ci affidiamo. È forte, deciso, imperturbabile: difficile rubargli un’emozione o leggere e interpretare il sentimento di un’espressione sul suo viso. Eppure, come tutti noi, avrà perso qualcuno che amava.
Non racconta mai di sé, di cosa facesse prima del freddo, di come vivesse; è sfuggente, ogni tanto sparisce e tu capisci che si sta preparando a farlo dal modo meticoloso con il quale si veste, si copre di infiniti strati di abiti. Allora sai che si butterà là fuori a cercare qualcuno ancora vivo, qualcosa da mangiare, qualche oggetto utile e sai che tornerà portando con sé comunque un sorriso. A noi non mostra un briciolo di rassegnazione o delusione.
Qui, in totale, siamo in sei. C’è Miriam che è più grande di me, ci sono Anna e Luca (i gemellini) e poi ci sono io. Tutti salvati proprio da lui, dal suo coraggio instancabile, dalla sua tenacia.
Oltre a noi c’è Pietro, don Pietro. Questa, dove siamo adesso, è la sua casa, o meglio, è la casa di tutti, come cerca sempre di precisare lui.
È un luogo strano, anzi, è la sensazione di vivere qui che è strana: attraverso un piccolo corridoio, che si apre dietro una porta dello studio di Pietro, si arriva direttamente in chiesa. È da lì, dal rosone centrale sopra l’abside, che Davide è riuscito a entrare la prima volta. Ed è da lì che esce per le sue spedizioni: dietro l’altare c’è una scala interna - strettissima e ripida - che porta fino in cima. Non è poi così pericoloso come sembra e per uscire non servono funi, corde o scale speciali: la neve, all’esterno, si è accumulata sul tetto della cappella del coro e, ora, arriva all’altezza della vetrata, basta un passo e si è fuori.
Soltanto che questo passo lo fanno solo Davide e Pietro: quando la neve incessante diventa meno fitta e meno pungente, quando la candela che usiamo come orologio ci dice che siamo vicini all’ora più calda del giorno.
Più calda.
Giorno.
Ora.
Sono parole che hanno perso il loro senso: per noi sono solo approssimazioni, rappresentano un forse, un circa, un quasi. Non c’è differenza tra giorno e notte e non perché siamo chiusi in un posto cieco, ma perché è il cielo a esserlo diventato, cieco. Da quella prima nevicata di quel 4 ottobre, quando le nuvole hanno deciso di calare le loro fronde e di tenere lontani i raggi del sole; sì, come facevamo in estate quando, per smorzare luce e calore, abbassavamo le tende o chiudevamo le imposte con la speranza di creare un po’ di ombra, un po’ di fresco.
Proprio così.
Solo che oggi l’ombra si è trasformata in buio.
Il fresco in gelo.
Ho sempre amato la neve, l’inverno, il freddo; ho sempre implorato l’estate perché durasse poco e si portasse via afa, sudore e zanzare.
Il mio inverno! Riservato e silenzioso, con il suo velo di nebbia capace di tenere lontano e distante proprio chi vorresti tenere lontano e distante. I giorni brevi e delicati, le notti lunghe e vuote che calano presto, insieme a quelle collane di perle e luce che si infilano su ogni cosa, che fanno rilucere ogni cosa.
Ti amavo, inverno mio, così come si ama un sogno o un ricordo grande: le vacanze di Natale a costruire pupazzi di neve dalla forma mai perfetta, a scivolare su sci mai adatti con scarponi della misura sbagliata. «Prendimi se hai coraggio!» urlava Tommy, sempre più veloce, sempre più bravo di me. «Rientrate che è buio!» gridava mamma, affacciandosi appena dalla finestra tonda della cucina. Il piccolo chalet di montagna che somigliava più a una casa delle bambole tanto era piccolo e stretto. Avrei voluto trasferirmi lassù, in montagna, e godere per sempre di quel sogno e scivolare in eterno su quella coperta candida capace di rivestire, di ammorbidire ogni cosa.
Dimmi, inverno: perché mi hai tradita?
Se solo tu capissi il male che mi hai fatto, il dolore che hai portato: non ti sei fermato, hai continuato la tua invasione incessante andando a occupare con prepotenza i luoghi dove ti abbiamo sempre atteso con gioia.
Ti sei comportato da oppressore e ti sei preso ogni cosa senza alcuna distinzione.
Questo non sei tu!
Ghiaccio che spinge, si allarga, sfonda e trasforma tutto in pezzi di vetro.
Cielo di pece che pesa sui nostri corpi piegati come alberi nudi senza fronde e senza vita.
Questo non sei tu!
Ci spezzerai, lo sai, vero?
Così come hai già fatto con molti di noi.
Rompendoci le ossa, congelandoci il sangue, bloccando il nostro cuore.
Fermati, se puoi, noi non possiamo vincerti e se è questo quello che vuoi - vincere - be’, allora lo hai già fatto, prendendoti terra e cielo e ogni anima che li abitava.
Pietro dice che è l’Apocalisse, la fine del mondo, e che tutto era già stato scritto nei testi sacri, nei suoi testi sacri. Ma qui, ormai, di sacro c’è solo l’istinto di sopravvivenza che spesso, molto spesso, fa il codardo, si nasconde, perde forza e diventa niente.
Ecco, forse di sacro è rimasto il niente, che è comunque qualcosa.
Ci scaldiamo bruciando nel grande camino del soggiorno le panche di legno della chiesa, sulle quali, seduti in ginocchio, i fedeli pregavano il Signore affinché fosse buono e aiutasse l’umanità.
Illuminiamo la casa accendendo candele e lumini con estrema parsimonia.
Ci sfamiamo cuocendo quattro, cinque maccheroni a testa nella neve sciolta o scaldando quello che troviamo conservato in scatola.
Ci guardiamo, sforziamo qualche sorriso, una carezza goffa - con mani enormi, gonfie, inguantate e fasciate - sui visi spaventati di Anna e Luca, che sono piccoli e vorrebbero delle risposte. Stiamo vicini, fisicamente vicini, abbiamo bisogno di calore e lo cerchiamo nel fragile corpo degli altri.
Sopravviviamo, almeno ci proviamo. A noi è stato dato questo destino, quello di resistere agli altri e anche se non l’avremmo voluto dobbiamo continuamente conquistarcelo. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. E, proprio come le candele che segnano questo nuovo tempo, ci consumiamo bruciando le poche forze che il nostro corpo ancora contiene.
Il freddo brucia.
Come fosse fuoco trasforma e sconvolge il nostro fisico colorandolo di nero: là dove il sangue non arriva, il corpo muore. Carne, ossa, muscoli arsi dal gelo, carboni ghiacciati, rami secchi.
– Com’è là fuori? – chiedo un giorno a Davide, bisognosa di buone notizie.
Lui si spoglia a fatica, con dolore: anche il suo corpo soffre. Si avvicina al fuoco che adoriamo come fosse un dio, prende fiato e mi rivela: – Là fuori c’è solo il suono del vento, dell’aria che passa tra gli spigoli ghiacciati della città che sembra fatta di vetro. C’è il suono dei miei denti che battono per il freddo e i brividi che scuotono il mio corpo rigido. Posso sentire il rumore dei miei passi incerti, insicuri, che cadono sulla crosta ghiacciata: non so mai dove li appoggio, i miei piedi, non posso orientarmi in un panorama che si è trasformato. Vago tra le raffiche di neve ma non mi arrendo, non ci arrendiamo. Finirà, Isabella, vedrai che prima o poi finirà.
Abbozza il solito sorriso e mi stringe in un abbraccio: sa che vorrei piangere, sa che vorrei mollare e non lottare più.
Mi chiamo Isabella, ho diciannove anni, ho freddo, ho poca speranza e non so quanto ancora resisterò.
2
– Vengo con voi.
– No, è troppo pericoloso.
– Tutto, qui, è pericoloso.
Mi guardano e non rispondono. Davide e Pietro sono pronti a uscire e io voglio andare con loro. Voglio vedere com’è là fuori, capire quanto il mondo si è trasformato ancora. Voglio fare qualcosa, non ce la faccio più e ho bisogno di sapere.
– Ok, resto io –. Pietro sfila il primo paio di guanti, scioglie il nodo alla sciarpa e si toglie il passamontagna.
Sento lo stomaco che si stringe e, questa volta, non è per la fame: sono emozionata, impaurita, anche agitata. Dopo molto tempo provo sensazioni dimenticate, sensazioni che hanno la capacità di ricordarmi che sono ancora viva.
Mi vesto, mi copro, mi ricopro e, con Davide, ripasso nel dettaglio ogni parte del mio corpo di modo che nulla rimanga esposto.
– Prendi questi – mi dice Pietro passandomi un paio di occhiali scuri. – Il riflesso del bianco è accecante.
– Ok – mormoro mentre me li infilo in tasca.
Anna e Luca mi circondano abbracciandomi: – Torna presto, Isa.
Mi inginocchio a fatica e cerco i loro occhi: – Sì, torno prestissimo –. Li bacio e do un bacio anche a Pimpi e a Winnie the Pooh, i loro pupazzi, la loro casa; il ricordo di casa.
Miriam mi aiuta a infilarmi la treccia tra lo spessore delle due sciarpe che indosso e il bordo di un cappello con il pelo: sembra stia partendo per un viaggio sulla Luna.
– Vorrei avere il tuo coraggio – mi dice prendendomi il viso tra le mani.
– Quelli che restano a volte hanno più coraggio di chi parte… – le dico rimanendo incollata ai suoi occhi azzurri che mi ricordano tanto, tantissimo, il mare che vedevo nello sguardo di mio fratello.
– Andiamo! –. Davide è pronto. Annuisco e lo seguo.
Passiamo dall’ufficio di Pietro, arriviamo in chiesa, sfiliamo dietro l’altare e iniziamo a salire i gradini.
Lo spazio è davvero stretto.
Ripido.
Buio.
La piccola torcia che abbiamo non illumina un granché, andiamo a tentoni reggendoci ai muri di questo cunicolo largo tanto quanto le mie spalle.
La salita sembra infinita, gambe e fiato non mi reggono, ma non oso fare domande: ho chiesto di esserci e voglio esserci.
Davide si ferma, si volta, punta il debole fascio di luce sul mio viso: – Tutto bene?
Annuisco.
– Ne mancano solo quarantasette...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
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- 30
- 31
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- 33
- 34
- 35
- 36
- Nota dell’Autrice
- Ringraziamenti
- Referenze bibliografiche
- Copyright