Notte fonda, una ragazzina chiama la polizia: sua madre è scomparsa. Si tratta dell'assistente personale di Ginevra Puccini, una delle fashion blogger più famose al mondo. Il corpo di Julia viene trovato nelle acque del lago di Como, insieme a quello di altre quattro donne. I cadaveri presentano ulcere evidenti su pelle e mucose, una reazione allergica rara, causata da una sostanza sconosciuta, come accerta l'autopsia. Gli indizi, che puntano tutti a un unico colpevole, diventano una prova con la scoperta dell'arma del delitto.
Quando il caso sembra chiuso, però, sulle pagine social di Ginevra Puccini compaiono dei video sconvolgenti: lei conosce il nome delle vittime non ancora identificate, la loro storia e il gioco perverso che le ha uccise. Ma Ginevra non si trova. Potrebbe essere il carnefice o la prossima vittima. La cerca la polizia. La cerca la sua famiglia. La cerca chi vuole metterla a tacere.
Quelle immagini denunciano un sistema di corruzione e comando, rivelando la linea di sangue che conduce tra i rami di una famiglia potente e dentro una delle più importanti maison della moda internazionale. Dove forze dell'ordine e giustizia non sono mai riuscite ad aprirsi un varco, sono quei post a fare vacillare l'impero.
Perché c'è una voce che i soldi e il potere non possono ridurre al silenzio, quella che rimbalza sui social network e diventa virale. Una voce che neanche la morte può fermare.

- 528 pagine
- Italian
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Muori per me
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Letteratura poliziesca e gialli1
Farfalle e api si contendevano un’astranzia rosata. Le formiche correvano sullo stelo. Francesca si distese, lasciandosi affondare nell’erba. Osservò da quella prospettiva: la corolla cambiava colore a ogni passaggio di nuvole, mentre l’aria la faceva tremolare. Gli insetti si muovevano indaffarati come se la pianta fosse il centro dell’universo. Sentì di avere qualcosa in comune con loro: anche per lei esisteva un centro dell’universo, ed era proprio la montagna dove cresceva quel fiore.
Inquadrò e scattò una foto. Il clic stridette nella sinfonia di ronzii e fruscii di foglie.
Dalla rubrica del cellulare selezionò l’unico contatto a cui non aveva attribuito un nome ma un punto esclamativo, e inviò l’immagine. Senza commenti, perché non ce n’era bisogno.
Si alzò in piedi. «Orso, è ora di rientrare!»
Il pastore biellese scodinzolò, correndo verso il sentiero. Fiutò un ramo spezzato e lo addentò, per poi tornare indietro e salterellare di fronte a lei.
«Non ti stanchi mai, eh?» Afferrò il bastone e lo lanciò lontano.
Orso aveva tre anni. Nato in una cucciolata insieme a due femmine, era sempre stato il più vivace. A cinque mesi si era procurato un’occlusione intestinale ingerendo un pezzo di corda. Era una veterinaria, aveva capito subito che si trattava di un’ostruzione da corpo estraneo: il cane accusava forti dolori addominali e vomitava bile.
«Guarda tu stessa.» Il medico della clinica dove aveva seguito il tirocinio sapeva di parlare con una collega. «Lastre ed ecografia ci danno un riscontro chiaro: l’occlusione è tra il digiuno e l’ileo. La compressione diretta sulla parete causa stasi venosa e edema, che possono generare ulcerazione, necrosi e perforazione. C’è il rischio di ipovolemia.» Era andato dritto al punto: «Dobbiamo intervenire chirurgicamente per rimuovere il corpo estraneo e il tratto di intestino danneggiato. Sai bene cosa significhi: le probabilità di sopravvivenza sono basse e, anche se riusciamo a salvarlo, non sarà mai un cane da pastore. Dovrai mettere in conto complicazioni post operatorie. La scelta è tua, ma chiunque altro con il vostro lavoro lo sopprimerebbe».
Francesca non aveva neppure preso in considerazione l’idea. E quel groviglio di pelo grigio maculato, con un occhio azzurro e l’altro marrone, era diventato la sua ombra.
Attese che le riportasse il bastone, per tirarglielo con più forza. Raggiunto il “Gomito della strega”, dove il sentiero piegava stretto su una gola, udì gli altri pastori biellesi abbaiare. Rallentò per guardare la piana sottostante: il gregge si era già mosso, rimaneva solo un gruppetto di pecore abbarbicato su un’altura. Volpe e Faina lo tenevano a bada.
«Le tue sorelle sì che si danno da fare, non come te!»
Orso inclinò il muso, pronto a captare un suo gesto.
Lei tese il braccio. «Su, andiamo ad aiutarle!»
Il cane scattò veloce. Si fermò alla fine del tornante per ricevere un cenno di conferma sulla direzione. Ripartì e la aspettò prima della curva successiva. E così per tutta la discesa.
Quando lo vide zampettare spedito con le orecchie basse e la coda dritta, intuì che aveva avvertito una presenza familiare.
«Ce ne hai messo di tempo...»
«Papà, pensavo fossi già alle stalle!»
Pietro si spostò dal masso su cui era seduto. «I primi giorni di giugno sono sempre i più belli, è un peccato non goderseli.» Pulì i pantaloni con le mani e indossò una camicia rossa a scacchi blu sopra la canottiera. «Tuo fratello può cavarsela da solo. Tieni, ho raccolto i mirtilli.» Le passò la bottiglia d’acqua dove li aveva infilati. «Dovrebbero bastare per la crostata.»
Francesca annuì, in attesa della domanda. La domanda.
«Ti ha risposto?»
«Lo sai che non lo fa mai.»
«Però tu sei sicura che apprezza. Sarà...» Pietro si caricò lo zaino sulla schiena. «Non riesco proprio a capire da dove arriva il tuo ottimismo. Le mandi una foto tutti i giorni, ormai da quanti anni? Quattro? Lei non ringrazia e non si fa sentire... eppure non ti sei ancora stufata.»
«E ogni sera tu mi chiedi se ci sono notizie, conoscendo già la risposta. Siamo in due a non esserci ancora stufati.»
Il padre sollevò le spalle, avviandosi verso valle.
«La verità è che ho preso da te. Entrambi abbiamo la speranza che qualcosa cambi in meglio.»
«Cos’hai fotografato?»
«Un fiore sommerso dagli insetti.» Francesca ingrandì la foto sul cellulare.
Senza ridurre il passo, Pietro estrasse gli occhiali dal taschino. «Particolare... inseriscila nel prossimo libro fotografico.»
«No, il prossimo libro è quasi pronto. E poi, queste foto sono solo per lei, un modo per farle sapere che la penso. Pubblicarle sarebbe come sciupare la nostra intimità.»
«Ma quale intimità? Secondo me sbuffa e ti manda al diavolo ogni volta che vede un tuo messaggio. Magari vorrebbe non riceverne più.»
«Allora perché nelle foto che posta sui social mostra il suo telefono con ben visibile l’immagine che le ho inviato? O la fa intravedere come sfondo del computer? Spesso la stampa e la piazza sulla scrivania in mezzo ad altri fogli, o dentro un portaritratti, oppure spunta da un libro. Se guardi con attenzione, in uno dei post della giornata c’è sempre l’ultimo scatto che le ho mandato. E se non c’è, scrive qualcosa che lo richiami tra gli hashtag.»
«Tra gli hashtag, ecco dove ti mette. Tra gli hashtag.»
Francesca rise. «È una blogger! Gli hashtag sono una parte importante della sua giornata.»
Pietro scosse la testa.
«Dai, è mia sorella e tua figlia: se ci somiglia solo un po’, le farà piacere sapere che la pensiamo, non credi?»
«Non so più a cosa credere, se non all’evidenza.»
«È contenta di avere cambiato vita, ma le fa male ammetterlo. Si sente in colpa e non sa come riaprire la porta che ha sbattuto... è cocciuta, bisogna darle tempo.»
«Basterebbe una parola ogni tanto.»
«Scrivere anche semplicemente “ciao” o “grazie” significa dialogare. Non è ancora pronta.»
«Balle! Quattro dannati anni senza farsi né sentire né vedere non hanno scusanti. Nessuna Pasqua, nessun Natale. Si è dimenticata del tuo trentesimo compleanno... e di quelli precedenti. Ha ragione tuo fratello Matteo quando dice che è una... una...»
«Stronza. Non riesci nemmeno a pronunciarlo.»
«Tra un po’ non ricorderò più che faccia ha.»
«Non finché mi chiederai di fartela vedere su Facebook e su Instagram. Ti sento quando racconti alla mamma il posto in cui si trova e i vestiti che indossa.»
Pietro si fermò in mezzo al sentiero. «Dammi qua...» indicò il cellulare «...così capisco anche come ha usato le foto che le hai mandato.»
Francesca esitò.
«Cosa c’è?»
«Nell’ultima settimana ha postato parecchio, ma non le mie foto.»
«Nemmeno una?»
«No.»
«Te l’ho detto: è diventata qualcun altro e non vuole più saperne di noi.» Il padre riprese a camminare. «Avremmo dovuto metterci il cuore in pace quando si è cambiata il nome.»
«Teresa non è certo il nome migliore per una fashion blogger.»
«Ginevra Puccini invece lo è?»
«Sì.»
«Insieme al cognome ci ha cancellati tutti quanti.»
«Si può sapere cosa ti è preso stasera? Ricordi anche tu che a scuola ci sfottevano perché dicevano che eravamo Montanari di nome e di fatto.»
«Montanari ha una storia. Puccini è un inganno... ma cosa c’entra con lei? Che l’unica cosa che sa suonare è il campanello di casa quando è chiusa fuori.»
Francesca scoppiò a ridere. «Questa me la segno.»
«Segnati che ci ha dimenticati.»
«Smettila.»
Pietro si fece cupo. «Non si preoccupa nemmeno per sua madre. Non ti chiede mai come sta.»
«Non lo chiede perché sono io a tenerla informata.»
«Allora prova a scriverle che è morta, e vediamo cosa fa.»
Francesca afferrò il padre per la spalla e lo strattonò. «Adesso basta! Stai esagerando.»
A Pietro si riempirono gli occhi di tristezza. «Succederà, un giorno o l’altro succederà.»
Francesca provò un dolore al petto che saettò fino nelle tempie. Non sapeva cosa la ferisse di più. Se il pensiero della morte della madre o assistere allo strazio che consumava il padre. O immaginarsi una chiamata infelice alla sorella, con il timore che non rispondesse. Mollò la presa, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi: si sentiva incapace di tenere insieme i pezzi di una famiglia sgretolata.
Pietro si asciugò la faccia con la manica e proseguì, lo sguardo inchiodato agli scarponi.
Mentre lo osservava allontanarsi, le sembrò che le gambe non la reggessero: in un attimo si era dissolta l’illusione di serenità a cui si era aggrappata. Avrebbe voluto urlare, piangere. Ma non trovava la voce e le mancava il coraggio di affrontare le lacrime. Appena avvertì la lingua calda di Orso sulle dita, si chinò per abbracciarlo.
Una preoccupazione vinceva sulle altre. Perché Ginevra ha ignorato i miei scatti? Tra tanti dubbi aveva una certezza: sua sorella non si era stancata dei messaggi. Quelle foto erano l’ultimo legame con le sue origini, la realtà che la rassicurava nel mondo finto di cui era diventata il riferimento. Se aveva smesso di usarle, doveva esserci un perché.
E le venivano in mente solo due motivi: qualcosa o qualcuno glielo impediva. Oppure Ginevra voleva attirare la sua attenzione.
E l’uno non escludeva l’altro.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- MUORI PER ME
- Puntata 329
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- Puntata 1
- 8
- 9
- 10
- Puntata 10
- 11
- 12
- 13
- Puntata 49
- 14
- Puntata 50
- 15
- Puntata 52
- 16
- Puntata 57
- 17
- 18
- 19
- 20
- Puntata 58
- 21
- 22
- Puntata 64
- 23
- 24
- 25
- 26
- Puntata 75
- 27
- Puntata 79
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- Puntata 83
- 33
- 34
- 35
- Puntata 84
- 36
- 37
- 38
- 39
- Puntata 96
- 40
- 41
- Puntata 101
- 42
- 43
- Puntata 290
- 44
- 45
- 46
- 47
- Una settimana prima
- 48
- 49
- 50
- 51
- 52
- 53
- Cinque anni dopo
- Copyright
Domande frequenti
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