Sulla scia delle comete
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Sulla scia delle comete

  1. 128 pagine
  2. Italian
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Sulla scia delle comete

Informazioni su questo libro

Smilla potrebbe essere una ragazzina di undici anni felice e spensierata, invece la sua vita è un vero disastro. Dopo la morte della madre, vive con un padre più interessato ad allevare le capre che a dare affetto alla figlia. E, per rincarare la dose, Smilla ha appena iniziato la prima media con un taglio di capelli a scodella e un gruppo di bulletti sempre pronti a tormentarla.
Ma il nonno le ha insegnato che non bisogna mai sentirsi sconfitti e, facendo il pittore, le ha trasmesso una grande passione per il disegno e per ogni forma artistica.
Quando Smilla prende il foglio e i colori ritrova l'ottimismo, abbandona le paure e inizia a viaggiare con la fantasia. Perché ognuno di noi ha un sogno, basta trovarlo e seguirlo. Solo in questo modo si può volare sulla scia delle comete.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2021
eBook ISBN
9788858526163
Print ISBN
9788856678499
1

L’UOMO CHE URLAVA ALLE CAPRE

Smilla non sapeva perché la sua vita fosse tanto misera. Non sapeva perché non avesse una mamma, perché il nonno fosse morto proprio quell’estate, né perché papà si curasse solo delle sue capre; non sapeva perché i suoi capelli, dopo la tinta per schiarirli, fossero diventati rosa e giallo paglierino. Ma soprattutto, non sapeva perché fosse nata proprio a Selvascura. Insomma, di tutti i posti in cui uno poteva venire al mondo, a lei era capitato proprio quello dove la vita sembrava essersi fermata a un secolo prima. Forse a due…
Non c’erano auto, a Selvascura, non c’erano negozi e i cellulari non funzionavano, ma nemmeno i telefoni fissi: ne esisteva solo uno a casa del signor Clot, un uomo burbero che faceva il vino e aveva una specie di scantinato dove i pochi uomini del paese andavano a fare due chiacchiere dopo il lavoro.
Selvascura era uno di quei minuscoli villaggi montani dimenticati, che forse nemmeno compariva sulle mappe e, di certo, il numero di suoi abitanti non arrivava a tre cifre.
Mancava persino una scuola, quindi i ragazzini che frequentavano le medie e il liceo erano costretti ad andare a piedi ogni giorno fino a Guardiavalle, un paesino appena più grande, oltre il passo. Le elementari invece erano a casa della signora Emilia, che faceva lezione nel suo salotto agli undici bambini del paese.
Ah, e poi a Selvascura neppure c’era la Tv, perché non arrivava il segnale satellitare, e Internet era un privilegio solo per gli abitanti di un antico borgo medievale, giù a valle, l’unico posto degno di nota fra quelle montagne. Ci si andava per fare le spese importanti, e poi ci abitava il Conte, che era anche il sindaco.
Ma lassù, a Selvascura, il mondo era scandito da ritmi antichi, dimenticati dai più o forse nemmeno conosciuti. La maggior parte delle case aveva ancora la pompa dell’acqua esterna, e le persone si coricavano al tramonto per svegliarsi al canto del gallo, che in certi periodi dell’anno iniziava alle quattro e mezza del mattino.
Comunque, se nella vita di Smilla tutto il resto avesse funzionato, Selvascura non sarebbe stata nemmeno così male, perché c’erano gli animali, che lei adorava, e i fiori. Oh, i fiori erano la poesia delle sue giornate: nei prati verso il pascolo, o fra le rocce a monte, se ne trovavano tantissimi. Bastava solo saperli cercare.
Il problema era che nella vita di Smilla tutto il resto non funzionava. Non più, per lo meno.
Da quando il nonno se n’era andato, lei aveva dovuto trasferirsi a casa di papà, in paese. Ma papà era un estraneo… Smilla era cresciuta alla baita sul pendio più a monte, fra i prati verdi e la sorgente. All’inizio c’era anche la mamma con lei e il nonno, ma purtroppo era morta quando Smilla era ancora molto piccola, tanto che non ricordava più il suo viso nei dettagli. Da allora erano sempre stati lei e il nonno, e i prati che a primavera si riempivano di fiori.
Papà non era mai andato a trovarla in tutti quegli anni, nemmeno a Natale. Smilla sapeva che viveva in paese e, a volte, tornando dalle lezioni della signora Emilia, era andata a sbirciare la casa, ma l’uomo che aveva intravisto lì intorno non le aveva fatto venire voglia di conoscerlo. Anzi. Aveva delle capre che trattava malissimo: quando gli disubbidivano si metteva a sbraitare e le prendeva a calci. Non c’era da stupirsi che la mamma avesse scelto di lasciarlo, e Smilla era giunta alla conclusione di non avere altre curiosità su di lui.
Ma poi, durante l’estate prima di iniziare le scuole medie, il nonno era venuto a mancare e lei si era ritrovata a vivere con uno sconosciuto… E le cose avevano iniziato a precipitare.
Fin dal primo giorno, suo padre aveva cominciato a ripetere che la baita doveva essere venduta. Ma, per fortuna, il nonno aveva disposto che fosse data in eredità a Smilla. Sì, c’era un tutore legale, ma al compimento della maggiore età, Smilla sarebbe stata la legittima proprietaria. Il nonno le aveva lasciato anche un vecchio diario della mamma e la simpatica gallina Carola, che papà le aveva permesso di tenere solo perché faceva un uovo tutte le mattine. Però, riguardo alla baita, era stato particolarmente insistente, e anche sgradevole, nonostante sapesse che non avrebbe potuto venderla.
«Sciocca ragazzina! Non capisci che quella casa non serve a nulla?» le aveva detto alzando la voce. Era arrabbiato, forse perché il notaio gli aveva appena detto che il tutore legale avrebbe amministrato la proprietà fino alla maggiore età della figlia.
«È il posto dove sono cresciuta e dove ho sempre vissuto… Ci sono tutti i miei ricordi, lì. Anche quelli che mi legano alla mamma.»
«A me non interessa un accidente dei tuoi ricordi! Va venduta perché ora ho una bocca in più da sfamare. Non penserai di vivere qui a gratis, vero?»
Smilla, ogni giorno, sperava ancora che la sua vita con lui potesse trasformarsi in qualcosa di buono, però più parlavano e più capiva che ciò non sarebbe mai accaduto. «Tanto non si può vendere…» aveva insistito. «E poi è pur sempre casa mia. E ci sono tutti i miei ricordi con la mamma!»
A quel punto, suo padre aveva cominciato con le imposizioni. «Allora ti guadagnerai il tuo soggiorno in un altro modo!» aveva sbraitato. «Pulirai tutto, anche i ricoveri degli animali e sgobberai com’è giusto che tu faccia!»
Il discorso era finito lì, ma Smilla aveva capito che a suo padre non importava di avere una figlia. A lui serviva una sguattera.
Nei giorni seguenti Smilla aveva scoperto che uscendo dal lucernario si accedeva a una parte sicura del tetto da cui riusciva a scorgere le vette delle sue montagne. Aveva iniziato a rifugiarsi lì, in compagnia del diario della mamma, felice di avere per le mani un oggetto così importante di cui, fino a quel momento, non era mai stata a conoscenza.
La mamma era molto giovane quando aveva iniziato a scriverlo, perché nelle prime pagine diceva che il diario era un regalo della sua amica Anna per il suo diciassettesimo compleanno e per raccontare tutto dell’affascinante allevatore che spesso portava le capre all’alto pascolo.
Smilla aveva scoperto così che la mamma si era sposata solo un anno dopo, sull’onda di un’infatuazione definita da lei stessa “adolescenziale”. Era piena di dubbi, a quanto scriveva: alla fine non conosceva bene quell’uomo. Ma la sua voglia di avventura e di farsi una famiglia l’avevano spinta a compiere il grande passo.
Dopo il matrimonio, la mamma aveva smesso di scrivere per diverso tempo e quando lo aveva fatto di nuovo, passati quasi tre mesi, parlava di lui in tutt’altro modo.
Quel pomeriggio Smilla stava leggendo le parole irascibile, aggressivo. Poi arrivarono due frasi che la colpirono ancora di più: mi fa paura, sono stata così cieca da crederlo diverso. A lui serviva solo una donna che si occupasse della casa... Non voglio che mia figlia nasca in questa casa, con un uomo simile come padre. Non mi importa di ciò che la gente dirà o penserà: io torno da mio padre e chiederò il divorzio.
– Accidenti di ragazzina! –. La voce rabbiosa dell’uomo con cui ormai era costretta a vivere la strappò alla lettura e la fece sussultare. – Scendi subito da quel tetto e va’ a controllare che le bestie non si mettano nei guai al torrente!
Ora, l’uomo che urlava alle capre era diventato l’uomo che urlava alle capre e a sua figlia. E infatti in paese gli adulti si riferivano a lei come la “povera bambina del Capraro”, con un’immancabile nota di commiserazione.
Comunque, al torrente in piena, con l’acqua che saltava da una roccia all’altra, poteva finirci lei, nei guai. Ma papà stava pensando solo alla sicurezza dei suoi animali. Naturalmente, si preoccupava tanto per le capre, ma non certo per affetto. Lo faceva solo perché, così, in tavola il cibo non mancava mai: latte, burro, formaggi (e carne di capra), che Smilla però si rifiutava di mangiare.
– E poi ti ho detto decine di volte di non andare lassù! –. Suo padre stava perdendo le staffe, cosa che succedeva fin troppo spesso. – Potresti rompere una beola! – grugnì alzando la voce più di quanto fosse necessario.
Con il suo peso e la sua agilità, Smilla non avrebbe mai rotto una tegola, che suo padre si ostinava a chiamare “beola” confondendo l’oggetto con il materiale di cui esso era fatto. E se suo padre pensava che fosse pericoloso, si sbagliava, perché lei si metteva sempre sulla falda a nord, verso la montagna, il cui versante finiva praticamente contro la casa: era impossibile cadere. Il vero motivo per cui suo padre non le permetteva di salire lassù era uno solo: non voleva che fantasticasse, perché fantasticare significava perdere tempo.
– Sei in punizione! – gridò l’uomo, mentre una vena del collo cominciava a pulsargli in modo preoccupante. – Dannata ragazzina!
Un’altra cosa che Smilla aveva imparato di suo padre in quel periodo era che lui aveva sempre qualche vena in evidenza sul collo, perché si arrabbiava spesso (non solo con le capre, ma anche con le persone). In poche settimane, Smilla lo aveva imparato fin troppo bene. Non era certo il tipo di papà che il sabato portava la figlia in pasticceria a Borgo al Pino, giù a valle; non era il tipo di papà che le chiedeva cosa avesse fatto a scuola, né quello che le diceva “non preoccuparti, ci sono io”. Non aveva mai pronunciato “ti voglio bene” o anche solo “piccola mia”, nemmeno quando lei piangeva pensando al nonno che non c’era più.
Lui era come quei papà di qualche generazione passata, che alzava la voce se la figlia non gli ubbidiva. Era un uomo chiuso e retrogrado, Bruto Orsini, che tutti chiamavano il Capraro. In paese qualcuno lo definiva pericoloso, ma Smilla dubitava che lo fosse davvero. Le ricordava quei cani che abbaiano e ringhiano sempre, ma non arrivano mai allo scontro. Comunque, il vero problema era che quell’uomo non aveva sogni, ambizioni né interessi, a parte le capre. E quindi anche Smilla non doveva averne.
L’ultima discussione in proposito era accaduta solo qualche giorno prima.
Smilla era salita sul tetto a guardare le stelle cadenti, ma suo padre se n’era accorto e si era affacciato alla finestra dell’abbaino. «Si può sapere cosa diavolo fai lì?» aveva ruggito.
Smilla aveva sussultato. «Sto solo guardando le stelle cadenti.»
«E cosa te ne importa delle stelle cadenti, sciocca ragazzina?» l’aveva incalzata lui sporgendosi dall’abbaino, con gli occhi che gridavano.
«Mi portano lontano, mi fanno sognare.»
«Sognare?!» Si era acceso come… un fiammifero! «Ormai sei grande per certe stupidaggini, ragazzina! Devi pensare al lavoro, non ai sogni, perché con i sogni non ci fai il pane!»
«Ma il nonno diceva sempre che…»
«Si vede che sei cresciuta con quel buono a nulla! L’Artista!» L’aveva interrotta lui, sputando giù dalla finestra. «Artista di cosa, poi?!»
«Il nonno dipingeva quadri bellissimi» lo aveva difeso Smilla. «E li vendeva!»
L’uomo aveva grugnito, interrompendola di nuovo. «Tuo nonno lavorava e viveva con i soldi che io passavo alla mamma per te! Razza di buono a nulla! Ma se ti sei messa certe idee in testa, d’ora in poi con me dovrai rigare dritto! Io alla tua età ero già a bottega e avevo smesso con quella sciocca scuola da un pezzo! Se sei costretta ad andarci è solo perché sono cambiate le leggi, ma devi finirla con i sogni! Il tuo posto è qui a curare le capre.»
«Ma quando sarò grande, non voglio lavorare con le capre.»
«A no? E cosa diavolo pensi di fare?»
«Io voglio disegnare! E viaggiare per il mondo!»
Suo padre non aveva aggiunto altro. Non aveva nemmeno sputato una seconda volta, com’era solito fare quando discutevano. Era rientrato nell’abbaino e aveva stracciato i disegni che aveva trovato nella stanza della figlia. Poi era andato di sotto e aveva strappato tutti i fiori dai vasi di terracotta, perché anche quelli erano disegni: Smilla li piantava in modo che, con colori e forme diversi, creassero ripetute forme geometriche in scala: si era ispirata ai frattali, di cui aveva trovato le illustrazioni in un libro.
Con queste premesse era facile capire come per Smilla le cose avessero smesso di funzionare da un giorno all’altro. E poi c’era la ciliegina sulla torta. Anzi, “le ciliegine” sulla torta, considerato che erano più di una.
Il disastroso risultato della tinta ai capelli, tanto per cominciare. Per schiarirli e renderli lucenti, Smilla aveva sempre usato un decotto di camomilla e limone che il nonno le aveva insegnato a fare e che, a quanto le raccontava, era una ricetta di bellezza della mamma. Ma quando si era trasferita da papà, nella sua cucina non c’erano né limoni né camomilla. Nell’armadietto del bagno, però, aveva trovato una scatola ingiallita di tinta per capelli. Per un biondo dorato, diceva la scritta sulla confezione, fai splendere le tue chiome come oro al sole.
Suo padre le aveva detto che «quella robaccia era lì da una vita» e che nemmeno ricordava a chi appartenesse.
«Allora posso usarla io?» aveva domandato lei.
«Fai come ti pare.»
Ecco perché, senza nemmeno sapere cosa fosse una tinta per capelli (né come si usasse, visto che mancavano le istruzioni) Smilla si era sparata in testa il tubetto. Aveva seguito esattamente lo stesso procedimento che faceva con il decotto ereditato dal nonno: aveva applicato tutto sui capelli e aveva lasciato in posa. Tre ore, più venti minuti, giusto per essere sicuri del risultato.
Dopo lo shampoo le sue chiome erano giallo paglierino, d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. L’UOMO CIÒ URLAVA ALLE CAPRE
  4. 2. LA FIGLIA DEL CAPRARO
  5. 3. QUANDO SI DICE... UN TAGLIO NETTO!
  6. 4. LADRI DI LIBRI
  7. 5. SPERANZE DISATTESE
  8. 6. SORRISO DA BATTICUORE
  9. 7. TUTTO È BENE CIÒ CHE FINISCE BENE. O QUASI...
  10. 8. FRATTURE
  11. 9. RITORNO A CASA
  12. 10. VISITE
  13. 11. DISASTRI IN ARRIVO
  14. EPILOGO
  15. Copyright