«Lunga vita allo zar!»
Nel giro di una notte, Pietro era diventato ciò che non avrebbe mai voluto essere: zar di Russia. Il suo sogno era sempre stato quello di governare un piccolo principato. Era lo Holstein l’obiettivo al quale malinconicamente mirava. La zarina Elisabetta, però, aveva avuto altri piani per lui. Pietro era un Romanov e soltanto a un Romanov era permesso di ascendere al trono di Russia.
Ma bastò poco perché il suo scarso entusiasmo si trasformasse in baldanza. Era imperatore! Una nazione immensa s’inchinava ai suoi piedi. Era il comandante supremo dell’esercito, il capo del clero. Ogni suo ordine veniva eseguito all’istante. Nessuno protestò contro la sua designazione. Pietro vedeva una strada spianata davanti a sé.
Dopo la sepoltura di Elisabetta, si trasferì negli appartamenti imperiali. Era lo zar e come tale si sarebbe comportato. Poteva fare ciò che voleva. Soprattutto con l’esercito. Già da qualche tempo ambiva a dargli un’impronta prussiana. Le lunghe giacche verdi delle uniformi divennero bicolori, come quelle della Prussia, l’addestramento militare si trasformò in una serie di esercitazioni. Con il sole o con la pioggia, senza badare al rango o all’età, tutti dovevano partecipare, nessuno escluso. Pietro in persona sorvegliava le esercitazioni e nulla lo tratteneva dal punire ufficiali di alto grado o esperti veterani per un dietro-front non eseguito a regola d’arte.
Come ridestatosi da un lungo letargo, Pietro si gettò a capofitto in un’attività sfrenata. Le sue giornate iniziavano alle sette. Durante la toletta mattutina riceveva gli aiutanti per ascoltarne i rapporti. Un’ora dopo si recava nello studio per accogliere i più alti rappresentanti del governo. In seguito, ispezionava la cancelleria e si assicurava che ognuno eseguisse a dovere i propri compiti. Poi, in attesa del pranzo, controllava le esercitazioni, sua attività preferita. Il pomeriggio era dedicato alla visita di strutture pubbliche quali le manifatture e la caserma dei vigili del fuoco. Con somma sorpresa di molti, sembrava davvero interessato alla condizione dei lavoratori. Ascoltava le suppliche e le lamentele della gente, approfondiva e cercava di trovare soluzione ai problemi, dispensava consigli per migliorare le situazioni. Di solito lavorava fino alle nove di sera e, a cena, aveva sempre ospiti alla sua tavola. Tutti coloro che lo avevano deriso o gli erano stati nemici ai tempi in cui era granduca, tutti quelli che lo avevano ritenuto sciocco o infantile, adesso lo servivano e riverivano. Cortigiani, ministri e funzionari facevano a gara per piacere al nuovo zar, per adularlo, per trarne vantaggi personali.
In molte questioni, Pietro rimase fermo sulle proprie idee. Michail Voroncov mantenne il ruolo di gran cancelliere, ministro della guerra, e presidente della polizia. Dmitrij Volkov, già segretario di stato sotto Elisabetta, diventò il suo consigliere personale. I Šuvalov persero ogni ruolo. Ivan morì poco dopo la zarina e Aleksandr fu deposto dal ruolo di colonnello della Guardia.
Pensierosa, Caterina si accarezzò il ventre prominente. Mai momento sarebbe stato più inopportuno di quello per dare pubblica testimonianza del suo passo falso. Proprio come era stata inopportuna la morte di Elisabetta. I piani ideati per mettere le mani sulla corona russa dovevano essere accantonati. Non il figlio Paolo con lei come reggente e neppure Caterina stessa accanto al marito come coreggente erano ascesi al trono di tutte le Russie. Soltanto Pietro. L’evento, tuttavia, non era stato ancora suggellato dall’incoronazione ufficiale, una cerimonia che Pietro seguitava a posticipare. Era un rito ortodosso e lui non tollerava quella religione.
Nonostante il suo atteggiamento cominciasse a infastidire il clero, non si astenne dal diventare uno zar attivo che, con crescente grandiosità, emanava un ukaz dopo l’altro. La prima ordinanza riguardò le tasse sul sale che abbassò notevolmente per far sì che anche i più poveri se lo potessero permettere. Giacché i Šuvalov si erano arricchiti con quell’assurdo balzello, mandando in rovina la popolazione, il decreto fu accolto con gioia unanime.
«La Russia è un paese arretrato» commentò Pietro seduto alla meravigliosa scrivania intarsiata appartenuta a Elisabetta. Dmitrij Volkov, il consigliere, era in piedi alle sue spalle. «I servi della gleba sono puniti, gli innocenti torturati solo perché subiscono le denunce di persone invidiose. I pope posseggono tesori incommensurabili che ammassano nei monasteri. Le persone sgradite vengono esiliate in Siberia, siano esse colpevoli o no.» Sospirò, si grattò la testa infilando la penna sotto la parrucca e fece segno a Volkov di avvicinarsi. «Emanerò un decreto che metta fine a questa indegna attività. Non si potrà più condannare alcun innocente senza un regolare processo o, tanto meno, esiliarlo in Siberia. M’interesserò personalmente della questione qui, a San Pietroburgo, per dare un esempio di come sia possibile, grazie a verifiche coscienziose e senza spargimenti di sangue, distinguere la verità dalla calunnia.» Si girò a guardare Volkov. «So già cosa volete dire. Naturalmente la cancelleria segreta di stato sarà sciolta e non si eseguiranno più torture per estorcere confessioni.»
«Questa mossa vi farà guadagnare l’approvazione generale» commentò Volkov. «Tranne quella di…»
Il volto di Pietro fu illuminato da un sorriso. «Sì, sì, il delatore principale perderà adesso il suo posto.» Con un gesto, avvicinò la bozza al consigliere. «Occupatevene al più presto. E sappiate che, nel frattempo, cancelleremo altri improbabili decreti.»
Volkov s’inchinò. «Per esempio?»
«Quello secondo il quale chiunque passi davanti al palazzo dello zar debba togliersi il cappello. Sono io che devo essere salutato, non l’edificio.»
Il consigliere annuì. «Vado a occuparmene.» Era già quasi giunto sulla soglia quando Pietro mulinò di nuovo le braccia in aria. «Prendete questa bozza per l’esproprio di tutti i beni dei conventi.»
Volkov si paralizzò all’istante. «Cosa?» gli scappò detto prima di riprendersi con altrettanta rapidità. «Maestà, ne nascerà un gran tumulto.»
Di nuovo Pietro si grattò la testa. «Bene. Non oggi, allora. Domani.»
Rapido, il consigliere si allontanò. In ogni caso, Pietro non si sarebbe potuto sottrarre all’agitazione che avrebbe creato.
Sebbene non lasciasse mai i suoi appartamenti con la scusa di qualche indisposizione, Caterina era informata delle sensazionali attività del marito, e ne era piacevolmente sorpresa. «Tutto sommato, non ha un animo così cattivo.» Non poteva consigliarlo, non poteva stargli accanto, ma grazie al cielo lui regnava con apparente ragionevolezza, mostrando larghezza di vedute, tolleranza, una certa umanità e comprensione. Eppure lei era certa che prima o poi i problemi sarebbero arrivati. Conosceva infatti l’asservimento dello zar al re di Prussia. Sebbene le guardie gli avessero giurato fedeltà, l’odio che serpeggiava tra gli ufficiali nei confronti dei tedeschi avrebbe potuto causare in tempi rapidi una pericolosissima esplosione.
Giorno dopo giorno, Caterina continuava a snocciolare pretesti per non abbandonare i suoi alloggi: era ancora a lutto per la morte di Elisabetta, si era storta una caviglia, era tormentata da una tosse ostinata. Vestiva con ampi abiti neri e sapeva che Grigorij Orlov la tradiva con la sua cameriera.
«Quel genere di uomini è fatto così» commentava con un’alzata di spalle. «Impossibile domare la loro natura selvaggia.»
Orlov la blandiva andando a farle visita segretamente, giurandole fedeltà e assicurandole che avrebbe sacrificato la sua vita pur di proteggerla.
«Perché mi dici questo? Credi che io sia a rischio?» gli chiese, una volta.
Lui rispose con una risatina. «Siamo vigili. Sempre.»
«Siamo?»
Grigorij aprì la porta davanti alla quale sostava il fratello Aleksej il cui volto era attraversato da una lunga cicatrice, a testimonianza del suo indomito coraggio.
Caterina sospirò sollevata. «È un piacere essere oggetto di tanta dedizione.»
«In Russia vige una bizzarra mancanza di libertà, persino per chi è libero.» Pietro si muoveva avanti e indietro per lo studio ad ampie falcate, le mani intrecciate dietro la schiena. Il suo sguardo si posò sulle teste dei ministri seduti su una fila di poltroncine. Ognuno di loro aveva alle spalle il proprio segretario. «Pur avendo il privilegio di essere nobile, si è obbligati a partecipare alla vita di corte. Come può un funzionario lavorare con cognizione di causa, quando è costretto a farlo?» Fu lui stesso a rispondere alla domanda. «Molti rivestono un ruolo per il quale sono inadatti. Prendiamo per esempio il corpo ufficiali. La metà non ha le caratteristiche né fisiche né mentali per essere un buon militare.» Scrollò la testa. «Emetterò un’ordinanza che annulli simili obblighi. Che l’aristocrazia viva come meglio crede, occupandosi dei suoi beni o ricoprendo un ruolo a corte.» Si fermò di scatto e puntò l’indice verso i ministri che lo fissavano allibiti. «Tutto ciò, naturalmente, non deve essere interpretato come un’autorizzazione alla pigrizia o all’ozio. Nessuno potrà semplicemente allontanarsi dal suo posto come se niente fosse. Esigo che vi dedichiate al vostro lavoro con zelo e che lo facciate col cuore contento.»
Il suo fu un discorso promettente, addirittura liberale. Pietro, tuttavia, non si era reso conto che una simile liberalità mal si adattava all’anima russa. Lui non lo sapeva, ma i suoi ministri sì. La maggior parte dei proprietari terrieri si sarebbe ritirata nelle tenute per sfruttare ulteriormente i servi della gleba. L’aristocrazia avrebbe accolto con giubilo questa nuova libertà e avrebbe, di conseguenza, tessuto le lodi dello zar. La burocrazia, di contro, sarebbe caduta nello scompiglio.
«A proposito di libertà» seguitò Pietro riprendendo il suo monologo davanti ai segretari intenti a prendere nota. «Dato il flusso continuo di esiliati, suppongo che la Siberia sia sovrappopolata. Credo sia arrivato il momento di annunciare un’amnistia, rivolta in particolar modo ai proscritti politici tra i quali mi risultano esservi parecchi tedeschi. Una situazione simile è davvero intollerabile.» Rifletté un breve istante per poi cominciare a muovere le braccia con gesti scomposti. «L’ex cancelliere Bestužev, naturalmente, non usufruirà di tale amnistia.» Si girò verso il segretario. «Avete preso nota?»
Questi s’inchinò. «Certo, maestà.»
Pietro assunse un’aria soddisfatta. «Bene. Aggiungete ai graziati anche i deportati per motivi religiosi. Che tornino in patria e professino il loro credo. L’amarezza…» guardò di nuovo i ministri con il dito puntato verso di loro, «e la violenza non sono il metodo migliore per condurli sulla retta via.»
«Maestà, perdonate la domanda, ma non sarà permesso di ritornare anche ai raskolnikia, vero?» Il ministro degli Interni si alzò.
Pietro intrecciò di nuovo le mani dietro la schiena e lo guardò con le palpebre socchiuse. «Perché no? Anche loro fanno parte dei dissidenti religiosi.»
«Maestà, sono dei rinnegati che hanno tentato di riformare la nostra Chiesa ortodossa, di spaccarla. Non possiamo permettere che accada come è stato per…» Il ministro tacque e ingoiò le ultime parole.
«…per i luterani?» disse Pietro, concludendo la frase. «Ecco perché sono stati perseguitati nella più terribile delle maniere. Ammetto di provare una certa comprensione nei loro confronti, non lo nego. Se vogliamo tirare fuori la Russia da quest’arretratezza incancrenita, dobbiamo concedere la libertà di religione. Il popolo russo è composto anche da ebrei e musulmani che devono poter professare la propria fede senza incontrare ostacoli. Oltretutto i raskolniki di cui parlate sono cristiani e nonostante questo vengono perseguitati come banditi.» Pietro sollevò le sopracciglia incolori assumendo così un’espressione arrogante. «E io, in quanto cristiano, non posso permetterlo.»
«Maestà, in questo modo il clero griderà tutta la sua indignazione» lo avvertì il ministro.
Pietro si girò. «E allora? Quelle palandrane nere ne avranno ancora di cose per le quali meravigliarsi! Non rimarrò a guardarli ammassare tesori nei loro monasteri e diventare sempre più ricchi. Che fine hanno fatto la misericordia e la carità? Sappiamo tutti che nelle loro terre i contadini sono trattati come schiavi, come servi della gleba. Si può forse definire cristiano un simile comportamento?» Puntò l’indice contro il segretario. «Prendete nota, voglio che prepariate la bozza di un altro ukaz in base al quale tutti i beni ...