Jo avrebbe dovuto avere più giudizio. Papà glielo aveva detto tante volte: – Intaglia qualche rametto, raccogli delle bacche, mangia, cerca la tua aquila se proprio vuoi – si era raccomandato. – Ma fai qualcosa: se te ne stai senza fare niente sotto il sole del mattino, con il tintinnio dei campanacci a cullarti, va a finire che ti addormenti. Invece devi avere gli occhi impegnati: se sono impegnati, ti tengono sveglio il cervello. E qualsiasi cosa farai, Jo, non ti sdraiare. Magari stai seduto, ma mai sdraiato –. Il ragazzo lo sapeva bene, ma era in piedi dalle cinque e mezza e aveva munto un centinaio di pecore. Era stanco e, ad ogni modo, le pecore stavano brucando tranquille nel pascolo più in basso. Rouf era accucciato al suo fianco, con la testa sulle zampe, senza perdere di vista il gregge. Muoveva solo gli occhi.
Jo si distese sulla roccia, osservando un’allodola volteggiare in cielo. Si chiese perché le allodole sembravano dare spettacolo quando il sole era alto. Poteva sentire le campane del villaggio in lontananza, ma solo come un’eco indistinta. Lescun. Il suo paese, la sua valle, dove la gente viveva per le pecore e le mucche. E ci abitava pure insieme. Ogni casa era riservata per metà agli animali: una piccola stalla con le vacche da latte al piano terra, un fienile al piano superiore e un cortile davanti che fungeva da ovile.
Per Jo Lalande il villaggio era tutto il mondo. In dodici anni di vita lo aveva lasciato pochissime volte e una di queste era stata appena due anni prima, quando era andato alla stazione a salutare il padre che partiva per la guerra. Erano partiti tutti: gli uomini che non erano troppo giovani e quelli che non erano troppo vecchi. Non ci avrebbero messo molto a sbaragliare i Crucchi e poi sarebbero tornati a casa. Ma dal fronte arrivavano solo brutte notizie, così brutte da non poterci credere. Prima era corsa voce di una ritirata, poi di una sconfitta, di eserciti francesi annientati, di eserciti inglesi ricacciati in mare. All’inizio, come tutti, Jo non aveva creduto neanche a una parola; ma poi una mattina, davanti al municipio, aveva visto il nonno piangere senza vergogna in mezzo alla strada e si era dovuto ricredere. Qualche tempo dopo, avevano saputo che il padre di Jo era prigioniero di guerra in Germania, come tutti quelli che erano andati via dal villaggio, tranne Jean Marty, il cugino Jean, che non sarebbe più tornato. Mentre stava sdraiato, Jo provò a immaginare il viso di Jean senza riuscirvi. Però, ricordava la sua tosse secca e il modo in cui correva giù dalla montagna agile come un cervo. Solo Hubert correva più veloce di lui. Hubert Sarthol era il gigante del villaggio. Aveva l’intelligenza di un bambino e sapeva pronunciare solo poche parole comprensibili. Il resto era un misto di borbottii, lamenti e versi sgraziati, ma in qualche modo riusciva a farsi capire. Jo rammentava ancora come era scoppiato a piangere disperato quando gli avevano detto che non poteva arruolarsi con gli altri.
Le campane di Lescun e quelle delle pecore si fusero in un’armonia soporifera che lo cullò, facendolo sprofondare nei sogni.
Rouf era quel genere di cane che non ha bisogno di abbaiare spesso. Era un massiccio cane da montagna bianco, ormai vecchio e dalle zampe irrigidite, ma ancora il più forte del villaggio, cosa di cui era perfettamente consapevole. Ora, però, aveva cominciato ad abbaiare con una sorta di ruggito aspro che svegliò Jo all’istante. Il ragazzo si alzò a sedere. Le pecore erano scomparse. Da qualche punto del bosco alle sue spalle giunse un altro potente latrato. I campanacci ora suonavano più forte, dando l’allarme in tono acuto e stridente. Jo balzò in piedi e con un fischio ordinò a Rouf di radunare il gregge. Gli animali uscirono dalla boscaglia in maniera disordinata, andando verso di lui a balzi. Jo scorse una forma indistinta che sulle prime scambiò per una pecora rimasta intrappolata sul limitare della macchia, ma poi la figura abbaiò indietreggiando e a quel punto riconobbe Rouf. Scatenato, con i peli dritti e le zanne scoperte. E un fianco insanguinato. Jo corse verso di lui, chiamandolo a gran voce. Fu allora che lo vide, e si bloccò. Una volta uscito al sole, l’orso si rizzò sulle zampe e fiutò l’aria. Rouf restò al proprio posto, con il corpo tremante di rabbia, continuando ad abbaiare.
L’unico orso che Jo avesse mai visto da vicino era quello la cui pelliccia era esposta nel caffè del villaggio. L’orso che ora aveva davanti era alto come un uomo adulto, aveva il manto di un marrone vellutato e il muso nero. Non riuscì a trovare la voce per gridare né le gambe per scappare. Rimase lì, ipnotizzato, incapace di staccare gli occhi dall’animale. Una pecora terrorizzata gli andò addosso, facendolo finire lungo disteso. Ma lui si rialzò all’istante e batté in ritirata senza neanche voltarsi. Si scapicollò giù per il pendio, mulinando le braccia per non perdere l’equilibrio. Più di una volta inciampò, ruzzolò e si rimise in piedi. Appena riprendeva velocità, ecco che le gambe tornavano a tradirlo. Bastava un sasso o un ciuffo d’erba per spedirlo a faccia avanti. Arrivò al sentiero per Lescun pieno di lividi e ferite e corse più forte che poteva, con le gambe che andavano come pistoni e la testa inclinata all’indietro, gridando ogni volta che riusciva a tirare fuori il fiato.
Quando finalmente raggiunse il villaggio, e la strada non gli era mai sembrata tanto lunga, non gli era rimasta la forza di dire una parola. Ma una fu sufficiente. – Orso! – gridò, indicando i monti. Dovette ripeterlo più volte prima che gli altri capissero e gli credessero. Sua madre lo prese per le spalle. – Stai bene, Jo? Sei ferito? – esclamò, cercando di sovrastare il vociare della folla che si era radunata intorno a loro.
– Rouf – rispose il ragazzo ansimando. – È tutto coperto di sangue.
– Le pecore – gridò nonno. – Che fine hanno fatto le pecore?
Jo scosse la testa. – Non lo so. Non lo so.
Monsieur Sarthol, il padre di Hubert e anche il sindaco di Lescun da quando Jo era nato, cominciò a gridare ordini a destra e a manca, ma nessuno gli prestò attenzione. Erano già corsi a prendere cani e fucili. Nel giro di pochi minuti, si erano radunati nella piazza, qualcuno a cavallo ma la maggior parte a piedi. I bambini che fu possibile recuperare furono chiusi in casa sotto l’occhio vigile di nonne, mamme e zie, ma molti riuscirono a sfuggire dalle loro mani e a sgattaiolare via di nascosto per unirsi ai cacciatori in partenza. Una battuta di caccia all’orso capitava una volta nella vita, era un evento da non perdere. Era la materia stessa di cui sono fatte le leggende e quel giorno stava per nascerne una. Jo implorò suo nonno di portarlo con sé, ma lui non poté fare nulla: mamma fu irremovibile. Jo perdeva sangue dal naso e dal ginocchio e, malgrado le sue accese proteste, fu portato a casa in fretta per essere medicato. Intanto che mamma lo curava, la sorellina Christine lo fissava con gli occhioni sgranati.
– Dov’è l’orso, Jo? Dov’è l’orso? – chiedeva.
Mamma non la smetteva più di dire che era pallido come un fantasma e che doveva mettersi a letto. Jo si appellò un’ultima volta al nonno, ma lui si limitò ad arruffargli i capelli con un’espressione d’orgoglio, poi prese il fucile da caccia da un angolo e uscì con gli altri per inseguire l’orso. – Era grande, Jo? – insisté Christine, strattonandolo per un braccio. Faceva domande in continuazione. E nessuno poteva permettersi di ignorarle perché Christine non era tipo da darsi per vinta. – Grande come Hubert? –. La bambina alzò le manine il più in alto possibile.
– Di più – rispose Jo.
Bendato come un reduce di guerra, Jo fu accompagnato in camera sua e messo a letto con le coperte rimboccate. Ma vi rimase giusto il tempo che mamma impiegò per uscire dalla stanza, poi saltò giù e corse alla finestra. Da lassù si vedevano solo le viuzze anguste e i tetti grigi del villaggio e, oltre il campanile, un panorama indistinto di cime frastagliate, in alcuni punti ancora imbiancate dalla neve. In strada non c’era più nessuno, a parte Padre Lasalle, il parroco di Lescun, che camminava in fretta con una mano sul cappello per non farselo rubare dal vento.
Jo passò il pomeriggio a osservare le nuvole che scendevano lentamente inghiottendo la valle. Fu solo dopo che l’orologio della chiesa batté le cinque che sentì in lontananza l’abbaiare dei cani, seguito da una scarica di colpi che riecheggiò tra i monti, lasciando sospeso sul villaggio un silenzio pieno d’angoscia.
Mezz’ora dopo era sceso in piazza insieme agli altri per salutare la processione che si snodava trionfante lungo le strade. In testa c’era nonno con al fianco Hubert che saltellava eccitato.
– L’abbiamo preso – gridava nonno. – L’abbiamo preso. Vieni, Hubert, vieni a darci una mano –. E scomparvero insieme nel Caffè. Di lì a poco uscirono portando due sedie ciascuno e le collocarono davanti al monumento ai Caduti.
In quell’istante fece la sua comparsa l’orso, il corpo oscillante e la lingua insanguinata penzoloni dalla bocca, trasportato su due lunghi pali da quattro uomini. Lo sistemarono sulle sedie, con le zampe ciondoloni e il muso schiacciato contro lo schienale. Jo si guardò intorno in cerca di Rouf, ma non riuscì a trovarlo. Chiese al nonno se lo avesse visto ma lui, come tutti, era troppo impegnato a raccontare l’impresa o a farsi fotografare. Fu al droghiere Armand Jollet che toccò il posto d’onore nella foto: a quanto pare, era stato lui a sparare il colpo mortale, come proclamò ai quattro venti con il faccione paonazzo di orgoglio e di euforia. – Gli stavo a duecento metri e l’ho beccato dritto in mezzo agli occhi!
– È una femmina – disse Padre Lasalle, chinandosi sul corpo.
– Che differenza fa? – replicò Armand Jollet. – Maschio o femmina, quella pelliccia vale un occhio della testa.
Nei festeggiamenti che fecero seguito alla fotografia, la guerra passò improvvisamente in secondo piano. Perfino Marie, la giovane vedova del cugino Jean, si unì all’ilarità generale, lasciandosi trasportare dall’ondata di gioia e sollievo. Hubert batteva le mani, saltando intorno come un forsennato. A un certo punto, imitò un orso che si rizza sulle zampe e cominciò a inseguire per le strade i bambini schiamazzanti al grido di: – Oscio! Oscio! –. Jo guardò l’orsa e le accarezzò la schiena. Il pelo era lungo, fitto e soffice, il corpo ancora caldo di vita. Alla vista del sangue che le usciva dal naso e gli sgocciolava su una scarpa, fu colto da un improvviso attacco di nausea. Fece per allontanarsi, ma monsieur Sarthol gli circondò le spalle con un braccio e ordinò agli altri di fare silenzio.
– Ecco qui il ragazzo – disse. – Senza Jo Lalande, non ci sarebbe nessun orso. È il primo che abbattiamo a Lescun in più di venticinque anni.
– Trenta – precisò Padre Lasalle.
Il sindaco proseguì, ignorandolo: – Dio solo sa quante pecore avrebbe ucciso. Dobbiamo essere grati a Jo per questo –. Il ragazzo vide gli occhi di Maman sorridergli dalla folla, ma non riuscì a ricambiare il sorriso. Il sindaco alzò il bicchiere, quasi tutti i presenti ne avevano uno in mano. – Brindiamo a Jo e all’orso. E alla malora tutti i Crucchi!
– Viva l’orso! – gridarono gli altri e l’eco delle loro risate risuonò nella mente di Jo. Non resistette più. Si divincolò e corse via, ignorando i richiami di sua madre.
Prima del discorso del sindaco non aveva mai pensato seriamente alla parte che aveva avuto in quella storia. Ma ora che l’orsa giaceva morta in mezzo alla piazza, capì che era tutta colpa sua. Forse anche Rouf era sulle colline con la gola squarciata. E niente di tutto questo sarebbe successo se non si fosse addormentato.
Tornò sul sentiero che portava ai pascoli e poi su nei boschi. Continuò a chiamare Rouf finché la voce gli divenne rauca, ma gli risposero solo i corvi. Scacciò le lacrime e provò a calmarsi, a ricordare il punto preciso in cui aveva visto per l’ultima volta il cane. Lo chiamò di nuovo, fischiò, ma le nuvole sembravano assorbire ogni eco. Alzò lo sguardo al cielo. Al di sopra delle cime degli alberi i monti erano scomparsi, inghiottiti da una cappa di nebbia. Era sceso un gran silenzio, neanche un alito di vento. Individuò facilmente dov’erano passate le pecore: c’erano ciuffi di lana sulla corteccia degli alberi e tutt’intorno tracce di escrementi, di orme. Poi vide il sangue, forse quello di Rouf: una macchia marrone sulla radice di una pianta.
Sulle prime, non capì l’origine di quel suono. Gli sembrò il verso miagolante di una poiana che volava invisibile tra le nubi. Poi il suono si ripeté e allora comprese: era il guaito di un cane. Acuto e distante, ma ora inconfondibile. Ricominciò a chiamare Rouf arrampicandosi, il pendio era troppo scosceso per correre. Si infilò sotto i rami bassi, scavalcò i tronchi caduti, senza smettere di gridare: – Sto arrivando, Rouf, sto arrivando.
Il guaito adesso era inframezzato da uno strano brontolio intermittente che Jo non aveva mai sentito prima. Trovò Rouf più rapidamente del previsto. Lo intravide fra gli alberi, seduto immobile come una statua, con la testa bassa come se puntasse la preda. E quando Jo si fece strada nella radura, neanche si girò. La sua attenzione era concentrata su qualcosa all’imboccatura di una grotta. Una forma piccola e marrone che quando si mosse si rivelò un cucciolo d’orso. Seduto nell’ombra della caverna, agitava una delle zampe anteriori in direzione di Rouf. Jo si accovacciò e posò una mano sul collo del cane. Rouf alzò lo sguardo su di lui con un guaito di eccitazione. Si leccò le labbra e, con i muscoli tesi, tornò a fissare il cucciolo. L’orsetto dondolò all’indietro contro la parete della grotta, a zampe divaricate, e ringhiò. Ma più che un ringhio fu un belato di fame, un’invocazione d’aiuto, il richiamo per la mamma. – Lo uccideranno, Rouf – sussurrò il ragazzo. – Se lo scoprono, gli daranno la caccia e lo abbatteranno come sua madre –. Senza staccare gli occhi dal cucciolo, accarezzò il collo del cane. Il pelo era arruffato e umido al tatto, come insanguinato, ma quando lo esaminò da vicino non trovò neanche una ferita.
A un tratto il cane balzò in piedi e si girò di scatto, con il pelo ritto e un brontolio sordo in gola. Anche Jo si voltò. Sul margine della radura c’era un uomo. Portava un cappotto nero sporco e un cappello malconcio. Si scambiarono uno sguardo. Rouf smise di ringhiare e dimenò la coda.
– Sono ancora io – disse lo sconosciuto, uscendo dal folto del bosco. Anche con il cappello era basso di statura e, quando fu più vicino, Jo notò che aveva l’aspetto emaciato e grigio tipico degli anziani, pur non avendo neanche un filo bianco nella barba rosso ruggine. In una mano reggeva una bottiglia di vino e nell’altra un bastone.
– Latte – disse, accennando alla bottiglia. Quando Rouf la annusò, l’uomo scoppiò a ridere. – Non è per te – fece accarezzandogli la testa. – È per il nostro piccolo amico. Sta morendo di fame –. Poi, rivolto a Jo: – Puoi tenermi il bastone? Non vogliamo spaventarlo, no? –. Consegnò al ragazzo anche il cappello e si tolse il cappotto. – Ho visto tutto, sai. Ho visto anche che scappavi. È il tuo cane? –. Jo annuì. – Si batte come un leone, eh? Un orso come quello è capace di staccarti la testa. Una zampata e via. È stato fortunato. Gli ha solo ferito l’orecchio, è uscito tanto sangue ma ti abbiamo curato subito, vero, vecchio mio? Ora sta benissimo –. Si chinò a versare del latte su una roccia. – Vediamo un po’ se riusciamo a convincere il nostro piccolo amico a bere –. Fece qualche passo indietro e si accovacciò. – Vedrai che sentirà subito l’odore. Dagli solo un po’ di tempo, non saprà resistere –. Si sedette sui talloni in attesa.
Il cucciolo si avventurò fuori dalla grotta, alzando il naso per fiutare l’aria. – Dai, piccolo – lo incoraggiò l’uomo. – Non ti facciamo niente –. Poi allungò adagio la mano e versò dell’altro latte, stavolta più vicino. – Poteva salvarsi, sai.
– Chi? – chiese Jo.
– L’orsa, sua madre. Ci ho pensato su. Voleva portare i cacciatori lontano dal cucciolo. Sono sicuro che l’ha fatto apposta. E gli ha anche dato parecchio filo da torcere, te lo dico io. Hai visto com’è andata? –. Jo scosse la testa. – Io ho visto tutto, be’, quasi. Li ha portati fino in fondo alla valle. Lì per lì non ho capito perché si comportava a quel modo, ma poi tornando a casa per i boschi ho visto questo piccolino e il tuo cane seduto a guardarlo. Era coperto di sangue. L’ho ripulito e sono andato a prendere del latte. È l’unica cosa che mi è venuta in mente. Ecco, guarda, si sta avvicinando –. Il cucciolo avanzò con cautela, toccò il latte con la zampetta, lo annusò, provò ad assaggiarlo e poi cominciò a leccarlo rumorosamente. All’improvviso, l’uomo lo agguantò con la mano libera e lo trascinò verso di sé. Ci fu un turbinio di zampe accompagnato da graffi e miagolii furenti finché l’orsetto fu in trappola. Aveva la testa tutta bagnata di latte, ma si era attaccato alla bottiglia e ciucciava con forza. L’uomo alzò lo sguardo e sorrise. Aveva anche lui la barba sporca di latte, si passò la lingua sulle labbra. – Preso! – esclamò ridendo. Anche quando ebbe svuotato la bottiglia, il cucciolo continuò a tenerla stretta senza mollare la presa.
– Morirà qua fuori da solo, vero? – chiese Jo.
– No, se non lo permettiamo – rispose l’uomo e diede una grattatina al cucciolo sotto il mento. – Qualcuno deve prendersi cura di lui.
– Io non posso – disse Jo. – Lo ucciderebbero. Se lo portassi a casa, lo ucciderebbero subito. Lo so –. Toccò i cu...