Le belve
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Le belve

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Ci sono luoghi che diventano malvagi perché malvagie sono state le persone che ci hanno vissuto... In una sonnolenta provincia italiana. Tre banditi senza un piano. Ventuno ostaggi senza scampo. Ventiquattro ore di orrore puro. Questa è la storia...... di Lince, Poiana e Rospo, tre criminali dilettanti che fuggono da una rapina andata male.... di una classe di liceali di Ferrara sequestrati durante una gita in un ex ospedale abbandonato.... dell'ex sanatorio Boeri, che nasconde strati di storie maledette, sepolte nei suoi muri fatiscenti e nelle sue viscere oscure.... di una ragazza con un potere extrasensoriale che le permette di percepire il Male.... di un paese di provincia, Tresigallo, sospeso in una terra nebbiosa e silenziosa, e dei fatti occulti che brulicano sotto la sua superficie all'apparenza pacifica..... di animali e di uomini che certi fantasmi della mente e la ferocia dei loro aguzzini trasformano in belve.

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Informazioni

Print ISBN
9788856674743
eBook ISBN
9788858524213

Tresigallo, Ferrara. 2020

1

Non fidarti di chi incontrerai laggiù

La volante della Polizia tagliò la rotonda di via del Mare a sirene spiegate.
L’autista della corriera inchiodò, lasciandosi sfuggire una mezza bestemmia. L’altra metà se la ricacciò in gola quando realizzò che il professore della scolaresca era seduto alla sua destra. Ragazzi di un liceo di Ferrara, chiassosi e indisciplinati come tutti gli studenti.
La brusca frenata fece battere a Giulia la testa contro il finestrino, risvegliandola dal sonno cupo nel quale era avviluppata. Si toccò la fronte con una mano, controllando istintivamente di non avere del sangue.
«Tutto bene, piccola?»
Accanto a lei sedeva Marcello, il suo ragazzo.
«Eh?» Giulia si sentiva stordita, ma non a causa dell’urto. Era più la sensazione di trovarsi nella zona grigia tra sogno e realtà, a metà strada tra due mondi. Si accarezzò le spalle, come se avesse freddo.
«Che c’è?» insisté lui.
«No… niente.»
Marcello tornò a guardare il punto in cui era sparita l’auto della Polizia. «Chissà che cazzo è successo… In un buco di paese come questo.»
Tresigallo, la meta della loro gita, era una cittadina di poco più di quattromila abitanti dalle architetture singolari, risalenti al Ventennio fascista. Bendati da una nebbia densa e fumosa, gli edifici sembravano uscire da una breccia temporale, un passaggio verso il passato, contribuendo a rendere l’atmosfera irreale e dissonante. Un fascino mesto d’altri tempi.
La faccia di Rachele sbucò dallo spazio tra i due sedili di fronte. «Ohi, Giuli! Siamo quasi arrivati!»
Giulia le regalò un sorriso stentato. Rachele Pedretti era la sua migliore amica, l’unica a sapere tutto di lei, luci e ombre. E stranezze. Soprattutto stranezze.
Dall’altoparlante gracchiò la voce stentorea e dal chiarissimo accento siciliano del professor Clemenza, l’insegnante di Storia. «Forza, ragazzi! Preparate gli zaini, spegnete i cellulari e vestitevi. Tra pochi minuti scendiamo!»
«Don’t trust anyone you meet down there.» Samuele D’Orsi, detto Sam, recitò la frase slogan del suo videogame preferito, Dungeonmare, con espressione rapita.
“Non fidarti di chi incontrerai laggiù.”
Tuttavia non era alle prese con lo schermo del suo S9 ma, attraverso il finestrino, osservava ciò che si stagliava alla fine del grande viale alberato che la corriera stava percorrendo.
Un edificio austero emerse dalla nebbia come un’apparizione malinconica. Le lunghe finestre verticali, la torre bombata, i tre oblò arrampicati in cima, simili a occhi spalancati sul parco adiacente, sbiadito come ogni altra cosa, tutto recava con sé una stanchezza antica, un’aria esausta e sospesa.
Era l’ex ospedale Boeri, meta dell’escursione di quel giorno.
Il brusio all’interno della corriera scemò.
«Ho idea che qui dentro ci divertiremo» disse Enrico Zerbini, in arte Zerby.
Il suo amico da sempre e compagno di banco Rambo (all’anagrafe Rambaldo Boldini) annuì lentamente senza distogliere lo sguardo. Li chiamavano “Inseparabili”, come quei pappagalli che stanno insieme un’esistenza intera e non possono vivere l’uno senza l’altro.
Rambo era tozzo e muscoloso, ma con un viso da bambino. Si spinse gli occhiali sul naso e non trovò nulla da aggiungere. Non quella volta.
Giulia scese tra gli ultimi.
Marcello aveva voluto sedersi in fondo. “Così ce la spassiamo un po’” le aveva detto.
Il figlio del notaio Zamboni. Le studentesse del Galilei se lo mangiavano con gli occhi, gustando con sguardo languido il suo corpo da statua greca. Tra loro lo chiamavano “Meraviglia”; tutte tranne la sua ragazza, che gli aveva appioppato il soprannome di “Piovra”, per via di quelle mani sempre a cercare il suo corpo.
Giulia non aveva problemi a tenerlo a bada, però nell’ultimo periodo aveva cominciato a dubitare che quella relazione avesse davvero senso. Era come se stessero insieme perché tutti pensavano che dovessero stare insieme: i belli della scuola, la coppia più invidiata. E a volte aveva la sensazione che lui la esibisse a mo’ di trofeo. Inoltre era decisa a riprendersi il proprio tempo. Ricucire i piccoli strappi che si erano creati con Rachele a causa della possessività di Marcello.
“La risolverò in questi giorni” si disse per mettere a tacere l’ansia che sentiva crescere quando ci pensava.
Il suono argentino delle sue Converse sul sentiero di ghiaia che si snodava verso l’entrata dell’ex ospedale la distrasse. Le piaceva. Sollevò lo sguardo e osservò la mole imponente e desolata dell’edificio. Una scossa dietro la nuca l’avvertì di una nota stonata.
Il Boeri emergeva dal fiato condensato della terra come un grosso vascello lacerato da una tempesta.
«Benvenuti all’ospedale degli orrori» bisbigliò la ragazza a se stessa. Una battuta di cui si pentì presto.
Ad attenderli sul marciapiede c’era un omino buffo. Vestito elegante, sfoggiava un foulard rosso che spuntava da sotto la camicia e un paio di baffetti bianchi tagliati con la stessa perizia con cui un giardiniere esperto terrebbe in ordine le siepi. A completare il quadro, un riporto imbarazzante che gli ricopriva gran parte del cranio. Nel complesso dava l’idea di un individuo fuori tempo, un agente di commercio uscito da una pubblicità degli anni Sessanta.
«Eccoci qua!» esclamò il professor Clemenza tendendo la mano. «Lei dev’essere l’architetto Isnardi, la nostra guida…»
Un’altra sirena in lontananza.
«Stanno venendo a prendere te, Pirani!» ghignò Rambo.
«Hanno scoperto che nascondi la droga su per il culo» gli fece eco Zerby con la sua voce nasale.
E tutti giù a ridere. Tranne il Pirani naturalmente, l’ectoplasma della 5A, l’“Invisibile Pira”, il ragazzo più insignificante della classe.
«Siete in ritardo» osservò l’omino buffo controllando il quadrante del proprio orologio da polso.
A Giulia ricordò una versione grottesca del Bianconiglio in Alice nel Paese delle Meraviglie. “È tardi, è tardi.”
«C’era traffico…» si giustificò Clemenza.
«La puntualità è la cortesia dei re» sancì l’altro.
«Prego?»
«Ci siete tutti?» tagliò corto l’architetto.
«Ci siamo tutti!» risposero i maschi della classe, scimmiottando i coretti infantili.
«Badate che varcare la soglia del Boeri è come entrare in uno strappo temporale…»
Zerby fece un verso di esagerata sorpresa portandosi le mani alla bocca e sgranando gli occhi.
«La tua bocca è più grande del tuo motore!» esclamò Rambo con voce impostata.
Era una citazione dal secondo Fast & Furious. Gli Inseparabili avevano un’adorazione per tutti i film della serie con Vin Diesel nella parte di Dominic Toretto. Rambo si era procurato una sagoma di cartone dell’attore a grandezza naturale e l’aveva piazzata in mezzo alla sua stanza. Era il santo a cui votarsi prima di una interrogazione o di un compito in classe. Spesso si rivolgeva al cartonato con una frase dal terzo film: «Non mi interessa se sei a letto con la febbre oppure con Beyoncé, io ti chiamo e tu arrivi. Capito, Toretto?» A volte il rito funzionava, ma non si andava mai oltre una stiracchiata sufficienza.
Intorno agli Inseparabili c’erano sempre risatine soffocate, lievi come bolle di sapone. Erano il duo comico della classe, inesorabili compagni di battute. Ed erano adorati, perché chi è capace di far ridere è padrone del mondo. O quantomeno di una classe di diciassettenni.
«Tutto è rimasto com’era al tempo della sua chiusura, negli anni Settanta» proseguì Isnardi ignorando le battute dei ragazzi. «Vedrete sale con ancora lettini, armadi, attrezzature, quasi che l’ospedale fosse stato evacuato nel mezzo della notte.»
Il gruppo avanzò simile a un corpo solo verso l’entrata dell’edificio, un biscione di felpe e giubbotti multicolore, rumoreggiante, inquieto, sotto l’ombra cupa del Boeri.
Un corvo, appollaiato su un cornicione, spiccò il volo gracchiando infastidito e fu immediatamente inghiottito dalla nebbia.
«Proprio non capisco che ci siamo venuti a fare qui» si domandò Rachele. «Questo posto mette i brividi…»
Parlava a Giulia, che intanto esibiva un’espressione assorta. Era successo qualcosa di cui non era sicura, ma che le aveva comunque instillato una certa inquietudine in petto. Nel momento stesso in cui aveva messo piede all’interno del cono d’ombra dell’edificio, aveva sentito chiamare il suo nome.
Una voce di donna.
«Giulia…»
Un’onda sonora racchiusa nel vento.
Si era voltata di scatto, ma dietro di lei aveva visto solo il parco e le cime ondeggianti degli alberi. Quindi, tornando a guardare il Boeri, le era parso di scorgere qualcuno dietro una delle grandi finestre al secondo piano. Era stato un attimo fugace. Forse un semplice riflesso nel vetro, ma tanto era bastato a farla sussultare.
Rachele interrogò con lo sguardo l’amica: “Tutto ok?”.
Giulia sollevò il pollice: “Tutto ok. Tranquilla”.
Anche Sam indugiava. Non visto dagli altri, si fece il segno della croce con la velocità e la perizia di chi ha grande abitudine a quel gesto. Nello stesso tempo le sue labbra si dischiusero impercettibilmente lasciando uscire un brandello di preghiera appena mormorato: «A te, o Eterno, sono rivolti i miei occhi; in te mi rifugio, non abbandonare la mia anima».
«Ehi, Sam! Vieni o resti lì impalato ad ammirare il paesaggio?» lo chiamò Rambo. Con gli Inseparabili faceva un bel trio, tranne la domenica quando Sam spariva e non c’era per nessuno. Quello era il giorno consacrato al Signore e a casa D’Orsi prendevano molto seriamente certe cose.
Sam sorrise e proseguì. Ora si sentiva più protetto.
«Qui si curavano patologie respiratorie come la tubercolosi» riprese Isnardi affrontando i primi gradini. «Ma per un certo periodo un’intera ala fu riservata ai malati psichiatrici.»
«Pazzi schizzati!» esclamò Rambo. «Figo!»
«Bo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tresigallo, Ferrara. 1976
  4. Tresigallo, Ferrara. 2020
  5. LA NUOVA FERRARA. Mistero a Tresigallo. Studenti di un liceo ferrarese scompaiono nel nulla
  6. Tresigallo, Ferrara. 2030
  7. Nota degli autori
  8. Copyright