Otto racconti di ragazze e ragazzi nella Resistenza. Da Bari a Roma, da Alba a Bergamo. Da Nord a Sud, dalle città ai paesi di montagna. Otto storie vere, per non dimenticare gli ideali che mossero anche i più giovani a rischiare in prima persona per il bene di tutti. "Quando avevo quattordici anni, in inverno, la prof di italiano si era ammalata e avevano chiamato un supplente. La nostra reazione è facile da immaginare: urla selvagge e grande festa, soprattutto quando il supplente si era rivelato giovanissimo e un po' sperduto. Invece quello si era messo a far lezione di Storia, o meglio, di Resistenza. Ci aveva spiegato che era una cosa vicina, che toccava tutti noi. Ci aveva descritto le lotte partigiane avvenute nella nostra zona. Alcune erano spaventose, altre commoventi. Alcune erano coraggiose, altre tristi, ma tutte avevano dentro una potenza che lasciava senza fiato. Da allora sono trascorsi molti anni. I testimoni diretti sono sempre meno e il rischio è che di questa Resistenza si cominci a perdere la memoria. Scordarci della Resistenza come patrimonio comune è una vergogna e un pericolo. Questo libro, quindi, è per voi. Perché possiate riempirvi la testa di storie, e i cuori di coraggio." dall'introduzione di Davide Morosinotto

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O bella ciao - Racconti di ragazze e ragazzi nella Resistenza
- 176 pagine
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O bella ciao - Racconti di ragazze e ragazzi nella Resistenza
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9788856676341
I BINARI DELLA RESISTENZA
Roma

«Bruno, ci serve il tuo aiuto.»
«Per fare che?»
«Vogliamo rubare una locomotiva.»
Il vecchio ferroviere Bruno Cecconi smise di masticare il suo panino olio e pomodoro, guardò i due ragazzi e si sforzò di mantenere un’aria indifferente. «Rubare una locomotiva? Certo, una robetta da niente. E poi dove la mettete? Sul comodino?»
«Bruno, non stiamo scherzando» disse Marco.
Tito, l’altro ragazzo, aggiunse: «E non vogliamo rubare una locomotiva giocattolo. Ma una vera».
A Bruno passò l’appetito. Erano le due del pomeriggio, l’ora della pausa per chi lavorava nel deposito delle locomotive di Roma San Lorenzo. Alcuni operai dell’officina giocavano a pallone nel piazzale, mentre l’addetto alla piattaforma girevole, bloccato nella sua cabina, seguiva le azioni da lontano.
Bruno chiese ai ragazzi: «E perché vorreste fare una cosa del genere?».
«Vogliamo bloccare i treni dei tedeschi che passano da Roma. Ecco il piano: prendiamo la macchina, la spingiamo a tutto vapore sulla linea e prima della stazione Tiburtina saltiamo giù. La locomotiva fa uno zompo sugli scambi, si rovescia e blocca i binari» spiegò Marco.
Tito aggiunse: «Meglio ancora se esplode».
Bruno stava per mettersi a ridere, e solo con un certo sforzo riuscì a rimanere serio: «Idea magnifica, ma perché non vi divertite in modo più tranquillo, giocando a pallone o con la pista delle biglie? Siete pischelli alti un barattolo».
«Abbiamo quasi dodici anni» precisò Tito.
Marco tornò al punto: «Bruno, non cambiare discorso e pensa alla locomotiva che blocca tutta Roma. L’idea ci è venuta dopo aver ascoltato l’annuncio di Radio Londra di ieri sera. L’hai sentito?».
Il ferroviere li afferrò entrambi per le spalle e li schiacciò con forza contro il muro scrostato della rimessa: «Parlate piano, dannazione a voi. Che io alla mia vita ci tengo. Lo sapete che se i tedeschi vi scoprono ad ascoltare le radio clandestine vi cucinano come porchette e vi servono in tavola con la mela in bocca?».
Marco non si lasciò impressionare dall’immagine di loro due su un vassoio: «Radio Londra dice che gli Alleati stanno sbarcando sulla spiaggia di Anzio. Invita tutte le bande partigiane a sabotare strade e ferrovie, per bloccare i rifornimenti ai nazisti».
«Ragazzi, lo sbarco è una bella notizia, ma voi che c’entrate con i partigiani?»
«Anche noi abbiamo formato una banda.»
«Davvero? Quanti siete?»
«Per ora, in due.»
Con un ghigno sarcastico, Bruno disse: «Eccoli qua in persona, di fronte a me, i terribili sabotatori di Roma, l’incubo dei tedeschi. Vedo i generali della Wehrmacht pronti a telegrafare a Hitler: “O nostro Führer, qui ci sono due guerriglieri che ci tengono bloccati. Che dobbiamo fare?” Hitler sarà disperato».
«Bruno, smettila. Ci aiuti o dobbiamo fare da soli?» gli chiese Marco.
Bruno cambiò tono: «Va bene, parliamo seriamente. Ammettiamo che riusciate a entrare nel deposito delle locomotive, alla faccia delle SS di sentinella, e a rubare una macchina. E poi, chi la guida?».
«La guidiamo noi. Siamo capaci» disse Tito.
«Ah sì? Due mezze caccole come voi?»
«È semplice. Lo abbiamo già fatto almeno dieci volte da Ciampino a Velletri» si vantò Marco.
«Da soli?» chiese il ferroviere.
«No, c’erano anche i macchinisti. Noi viaggiavamo in cabina con loro» spiegò Marco.
«Lo sapete che è vietato?»
«Bruno, nemmeno tu rispetti i regolamenti, ti conosciamo. Durante quei viaggi abbiamo guardato bene ogni mossa dei macchinisti. Dimmi se sbaglio: salgo sulla macchina, apro lo sportello del forno e controllo il fuoco per vedere che il carbone sia sparso bene sulla griglia.»
Bruno lo interruppe: «Fermo lì: avete mai spalato carbone nel forno? Siete capaci di lanciarlo con l’effetto giusto, senza buttarne fuori metà? Con quelle braccine lì, da formaggino sciolto, non reggereste la pala per più di mezzo minuto».
«Sì, lo so» ammise Tito, «è difficile, ma possiamo farcela. Marco, vai avanti tu a spiegare come si guida.»
«Grazie, Tito. Ecco, quando il fuoco è a posto, controllo il livello dell’acqua in caldaia, guardo che la lancetta del manometro segni dodici atmosfere, mollo il rubinetto del freno e tiro su la leva del regolatore. Così il vapore va ai cilindri e la macchina si muove. Tutto qui. Se poi voglio esagerare, do anche un colpetto di fischio.»
Bruno chiese: «Sapete come si frena?».
«Non abbiamo ancora provato» confessò Marco.
«Ah, ecco.»
E in quell’ultima espressione Bruno condensò il terrore che gli ispiravano quei due matti, che nel loro racconto avevano saltato un milione di accorgimenti tecnici indispensabili.
Un macchinista, tutto agitato, si affacciò nella rimessa e chiese a Bruno di preparargli la locomotiva sul piazzale. Subito, era urgente.
Bruno disse ai ragazzi: «Devo lasciarvi. Addio».
«Macché addio. A domani.»
I due ragazzini abitavano come Bruno a San Lorenzo, il quartiere di Roma popolato da operai e artigiani, ma soprattutto da ferrovieri. Questi erano la grande maggioranza, e le loro case si stendevano a fianco dell’enorme deposito delle locomotive e accanto all’ancor più vasta stazione Termini. A circa quattro chilometri di distanza c’era un altro grande impianto, la stazione Tiburtina, nodo nevralgico di comunicazione con il Nord. A far da contrasto, lì vicino, Villa Torlonia con il suo parco, dove il Duce in persona aveva abitato per parecchi anni.
Il quartiere di San Lorenzo era così strategico che i bombardieri alleati lo avevano scelto come primo obiettivo delle loro incursioni romane. L’anno precedente erano morte sotto le bombe più di tremila persone. Perfino il papa era uscito dal Vaticano per portare conforto a chi era rimasto senza casa. Il re aveva cercato di imitarlo, ma siccome Vittorio Emanuele era responsabile della guerra quanto il Duce, i romani avevano salutato il suo passaggio con una sassaiola.
Tito e Marco non erano soltanto compagni di scuola, ma anche amici stretti. Il padre di Tito era macchinista, quello di Marco capostazione a Tiburtina.
Quanto a Bruno, aveva la stessa età dei genitori dei ragazzi, ed era cresciuto con loro nelle strade di San Lorenzo. Con il tempo, tutti e tre erano diventati colleghi, e ora Bruno passava quasi ogni dopocena a casa dell’uno o dell’altro, a chiacchierare e a bere un fiasco di vino.
Tito e Marco erano così abituati a Bruno che gli veniva quasi da chiamarlo zio. Ogni giorno, appena usciti da scuola, correvano nel deposito e lo cercavano per mangiare un panino con lui. Bruno li accompagnava in giro da un capannone all’altro, rispondendo alle loro domande tecniche finché non ne avessero fatto indigestione.
Alle due del pomeriggio del giorno dopo, puntuali come il destino, i ragazzi erano di nuovo di fronte a Bruno, nel deposito. Marco disse al ferroviere: «Ieri sera abbiamo sentito una notizia che non conosce nemmeno Radio Londra».
«Ragazzi, mi fate paura.»
Marco non stava nella pelle dalla voglia di raccontare: «Mio padre era di turno a Tiburtina e io stavo nel suo ufficio a fare i compiti. Ogni tanto mi fermavo per ascoltare il ticchettio del telegrafo. Sai, sto imparando l’alfabeto Morse a orecchio».
«Ma bravo» rispose Bruno, «voglio sentire che cosa ti dirà il maestro, quando vedrà il tuo quaderno pieno di linee e punti. Dai, continua.»
«In ufficio sembrava tutto normale, finché un capotreno ha consegnato a mio padre un plico riservatissimo sigillato con la ceralacca.»
«Mmm.» Bruno cominciava a essere interessato.
«Mio padre ha aperto la busta e ha cambiato espressione. Ha chiamato un suo collega e gli ha letto sottovoce la lettera. Io tenevo la testa bassa sul quaderno, ma intanto ascoltavo.»
Bruno chiese impaziente: «E allora, vuoi dirmi che cosa c’era di strano in quel messaggio?».
«La lettera diceva più o meno che da questa notte e per tre giorni passeranno per Roma dei carri piombati diretti al nord. Nessuno deve avvicinarsi. Quei treni hanno la precedenza su tutti gli altri e saranno sorvegliati dalle SS. Questo era il succo del messaggio. Dopo di che mio padre ha richiuso la busta e l’ha nascosta in cassaforte.»
Tito chiarì: «Treni di ebrei. Destinati ai lager in Germania».
E Bruno rispose: «Grazie, ma l’avevo capito».
Marco continuò: «A quel punto mio padre ha detto un sacco di parolacce. Si è arrabbiato perché, per far circolare quelle maledette tradotte naziste, gli toccherà fermare il traffico. Ma soprattutto gli fanno pena quei poveracci che vanno al macello. Ha detto: “Se bloccassimo quelle tradotte, i partigiani potrebbero darci dentro e liberare quei disgraziati”. Però ha aggiunto che i ferrovieri non possono farci niente, perché hanno i nazisti sempre sul collo».
Tito aggiunse con affanno: «Bruno, hai capito perché dobbiamo rubare la locomotiva? Voi ferrovieri siete controllati, ma noi non siamo sorvegliati da nessuno e possiamo entrare in azione. Tu però ci devi aiutare».
Bruno rimase silenzioso. Rifletteva. Poi disse: «Ragazzi, non potete pensare di pigliare una locomotiva e lanciarla sulla linea senza che nessuno se ne accorga… Non avete messo in conto il controllo all’uscita del deposito, gli scambi, i segnali. Mi dispiace, è davvero impossibile».
«Bruno, ci deve essere un modo.»
«Il modo è di lasciar perdere.»
Chiuso il discorso, il ferroviere tirò fuori da un tascone il suo panino. Dopo due morsi si fermò, parlando con la bocca piena: «A meno che…».
«Bruno, lo sapevo che la tua era tutta scena. Avanti, dicci che hai pensato» si entusiasmò Tito.
«Venite con me, ragazzi, ho voglia di sgranchirmi le gambe.»
Il ferroviere li portò nella lampisteria. Prese un bidoncino e tolse il tappo: «Ragazzi, che cos’è?».
«Petrolio.»
«No, annusate bene.»
Marco aspirò forte: «È inchiostro».
Tito voleva infilare un dito, ma Bruno gli scostò la mano.
Il ragazzo, seccato, chiese: «Bruno, perché ci fai questi indovin...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- PRESENTAZIONE
- INTRODUZIONE. di Davide Morosinotto
- MOSCHETTI DI LEGNO E SCOPE DI SAGGINA. Sant’Anna di Stazzema
- BUMBA E IL PACCHETTO CLANDESTINO. Torino
- I BINARI DELLA RESISTENZA. Roma
- LA RAGAZZA CON I PANTALONI. Longare Costozza
- LA LUNGA NOTTE DEL CARCERE. Alba
- I RAGAZZI DI BARI VECCHIA. Bari
- LE RAGAZZE DEL GUFO NERO. Albinea
- LA BRIGATA DI FERRUCCIO. Bergamo
- LE SCHEDE DELLA STORIA
- I PROTAGONISTI NELLA REALTÀ
- RINGRAZIAMENTI
- Copyright