La partita del secolo
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La partita del secolo

Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3

  1. 144 pagine
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La partita del secolo

Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3

Informazioni su questo libro

17 giugno 1970. A Città del Messico va in scena la semifinale dei Mondiali di calcio fra Italia e Germania. Grandi e piccini sono incollati al televisore: battere lo squadrone tedesco è un'impresa possibile. Tutti gli italiani sognano la finale, nessuno si immagina che non sarà solo una partita, ma un'epopea leggendaria. Quattro a tre: Italia-Germania rimarrà per sempre la Partita del secolo, e poco importa se gli azzurri, stremati, perderanno la finale contro il Brasile.
Cinquant'anni dopo, nel racconto di Riccardo Cucchi rivive uno dei momenti più alti nella storia dello sport italiano, insieme ai suoi protagonisti: "Rombo di tuono" Gigi Riva, reduce da uno scudetto irripetibile conquistato con l'amata maglia del Cagliari; Gianni Rivera, rimproverato per la fragilità difensiva e segnato dalla "staffetta" con l'altro numero 10 Sandro Mazzola, ma autore dell'indimenticabile rete della vittoria; capitan Facchetti, campione gentiluomo; la "Roccia" Tarcisio Burgnich; Boninsegna, goleador della classe operaia; le parate e le sfuriate di Ricky Albertosi. Ma anche i campioni tedeschi: il "Kaiser" Beckenbauer, maestro d'eleganza anche con un braccio fasciato lungo il busto; Gerd Müller, centravanti da record, follemente innamorato del gol; il difensore del Milan Schnellinger, che segnò - si dice per caso - l'1-1 al novantesimo. La partita del secolo tinge di azzurro i ricordi in bianco e nero e traccia il filo che unisce il calcio di una volta a quello moderno: le emozioni che solo il pallone può suscitare sono oggi le stesse di allora - come sa Cucchi, che da radiocronista, nel 2006, raccontò un'altra Italia-Germania passata alla storia.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858524688
Anno
2020

Il calcio si fa storia

Nelle case non si placa la rabbia e si fa strada la rassegnazione. I tedeschi sono più forti, più resistenti e sanno attaccare. La nostra nazionale non ci è riuscita per tutto il secondo tempo. Come si può pensare che ce la faccia nei tempi supplementari? Speriamo almeno di arrivare al lancio della monetina: nella semifinale europea di due anni prima la sorte ci ha sorriso… Questo il pensiero che si fa strada tra i sentimenti di delusione che animano le discussioni degli italiani davanti alla tv. Prova a consolarci, e forse a consolare se stesso, Nando Martellini: «È stata una partita avvincente. Possiamo tranquillamente ribellarci a questa sfortuna che ha privato l’Italia, dopo due minuti dalla fine del tempo regolamentare, dell’accesso alla finalissima».
È finita intanto l’altra semifinale. A Guadalajara il Brasile ha battuto l’Uruguay per 3-1. Le telecamere dello stadio Azteca mostrano ampie panoramiche degli spalti. Il pubblico colma ogni spazio delle immense tribune. In campo i giocatori si dissetano, parlottano tra loro in attesa del sorteggio che deciderà la direzione degli attacchi nel primo tempo supplementare. Valcareggi decide per il secondo cambio. Esce Rosato, che non ha perfettamente recuperato dall’infortunio accusato poco prima, e al suo posto entra Poletti.
Le squadre intanto si raccolgono, in modo disordinato, intorno al cerchio di centrocampo. Le telecamere inquadrano Beckenbauer che si tocca la spalla destra. Sembra dolorante. C’è un conciliabolo tra giocatori, allenatore tedesco e arbitro. La Germania ha già effettuato le due sostituzioni: il fuoriclasse del Bayern dovrà stringere i denti e rimanere in campo, per non lasciare in dieci la sua squadra. Intanto il pallone viene collocato al centro del campo. La Germania si schiera a destra, l’Italia nella metà campo opposta. Seeler chiede spiegazioni all’arbitro che sembra dirgli: “Voi avete scelto il campo, il calcio d’inizio spetta all’Italia”. Seeler si allontana, Boninsegna tocca il pallone e il gioco riprende. Ancora mezz’ora per conoscere il nome della seconda finalista di Messico 1970. Mezz’ora di tifo, ansia e speranze.
Nulla appare più importante di questa rappresentazione in mondovisione, nulla in questo momento può distogliere i nostri occhi e il nostro cuore da quel campo, da quel pallone bianco e nero, da quei ventidue calciatori che stanno raccogliendo le energie residue e sgombrando la mente da ogni pensiero che non sia il gioco. Come ciascuno di noi. Una gigantesca comunità di esseri umani che si aggrappa a scaramanzie e preghiere, che invoca un pizzico di fortuna e un gol di Riva – o sull’altro fronte, di Müller. Inseguendo sogni, ancora una volta.
In un primo tentativo offensivo Rivera finta su Beckenbauer appena dopo la metà campo. Il tedesco colpisce l’azzurro. Non è un fallo cattivo ma Rivera, che si tocca la caviglia, lancia uno sguardo di rimprovero, e forse di sorpresa, verso l’avversario. Raro vedere un fallo del “Kaiser”. Mentre Beckenbauer riprende la sua posizione le telecamere svelano una vistosa fasciatura che blocca il braccio destro del fuoriclasse tedesco all’altezza dell’addome, e che interessa anche la spalla. Immobilizzarla è evidentemente l’unico modo per attutire il dolore.
I ritmi per il momento sono blandi. Il pubblico messicano sfoga la sua passione incoraggiando i tedeschi e gridando di tanto in tanto: «México, México…». Non è certo un segno di benevolenza nei riguardi degli azzurri.
Libuda scuote la sua squadra e la partita. Scatta sulla destra e arrivato sul fondo deve fronteggiare Facchetti, che non affonda il tackle. Poi finta con il corpo quel tanto che basta per vedere l’area e crossare con il sinistro. È uno spiovente lento ma preciso. Lo intercetta Müller. Albertosi si tuffa e devia in angolo. Non si contano più gli interventi decisivi del portiere azzurro, sempre concentrato e in posizione ottimale tra i pali. Finora.
A rianimare un po’ i tifosi italiani pensano Rivera e Riva. Il primo con un bel lancio in profondità sulla sinistra del campo, il secondo con uno stop di petto elegante che prepara il tiro in diagonale. Vogts ci strozza l’urlo in gola anticipando la conclusione dell’azzurro e deviando in angolo.
Ma sono i tedeschi a fare il gioco. Overath si assume maggiori responsabilità, viste le condizioni precarie di Beckenbauer che rimane più arretrato; Libuda impegna Facchetti sempre più frequentemente. Il terzino dell’Inter riesce per un soffio a mettere sul fondo un cross a lui destinato in piena area. Ne nasce un calcio d’angolo che i tedeschi battono lungo proprio con Libuda. Müller ha toccato pochi palloni, ma è sempre nel cuore dei sedici metri, vicinissimo alla porta di Albertosi: come in questo caso. La palla spiove in area e Seeler la colpisce di testa. Non sembrano preoccupati, gli azzurri: la situazione è decifrabile, di semplice lettura difensiva. Albertosi sembra pronto all’uscita e c’è Poletti davanti a lui, a pochi metri. Controlla con il petto il pallone avvicinandosi al suo portiere, che forse esita perché la palla è accompagnata dal difensore. Non esita Müller, che come un furetto sbuca tra i due e allunga il piede. La palla si allontana lenta da Albertosi che è piegato sulle ginocchia e pronto ad afferrarla. E beffarda, irridente, crudele rotola in rete.
Tutta l’Italia che è ancora sveglia nel cuore della notte è passata dalla speranza allo sconforto. «È finita» dicono milioni di teste che si scuotono; «È finita» dicono milioni di tifosi arrabbiati, increduli, delusi. La difesa che aveva resistito per oltre un’ora alla Germania si è sgretolata in pochi minuti. Prima ignorando Schnellinger in area di rigore, ora capitolando su un pallone innocuo che mai Seeler avrebbe pensato di veder finire in rete. Un’ingenuità gigantesca. In una semifinale mondiale, davanti agli occhi del mondo, da parte della squadra che vanta nella capacità difensiva il più grande pregio della sua tradizione calcistica.
Brera non perdona: «Poletti e Albertosi fanno la magra: 1-2. Sciagura. Pubblico osannante. Meritiamo, meritiamo, come no?».
È il segno. Questa partita dovevano vincerla i tedeschi perché l’Italia l’ha giocata male. In pochi la pensano diversamente mentre Gerd Müller, calzini abbassati alle caviglie, esulta a braccia levate per la rete del vantaggio tedesco.
L’uomo nato per il gol è il giudice che indirizza la sentenza verso la giustizia, con una rete astuta, di rapina, di destrezza. E spalanca alla Germania le porte della finale.
Gerd Müller era il gol; il gol era la sua vita. «Un’ossessione» come lui stesso la definiva, ma anche una «liberazione» dall’ansia e dal bisogno di segnare. Amava dire: «E poi ci sono quei cinque secondi dopo che la palla ha superato quella maledetta linea bianca…». Cinque secondi per esultare, cinque secondi per respirare l’ebbrezza, cinque secondi per sentire l’ululato del pubblico. E per ricevere l’abbraccio dei compagni. Vita che scorre nelle vene, vita che scorre sulle facce di chi si protende oltre la rete delle tribune e che dal campo appena riesci a scorgere. Il gol che mette in sincrono milioni di cuori, che aumentano i loro battiti all’unisono dopo che tu hai arpionato il pallone e l’hai condotto al suo destino. Un destino nuovo, quello che volevi scrivere, che sognavi di scrivere.
Ogni volta che la palla rotola in rete nasce una nuova trama, si impone una svolta alla storia che si snoda sotto gli occhi di chi vive la partita. E l’artefice del cambiamento sei tu che hai saputo cogliere l’attimo, che hai allungato la punta dello scarpino per cambiare giro a quel pallone, dandogli un’anima, un senso, quello che tu hai chiesto alla vita. Gerd Müller era tutto questo, ogni volta che riusciva nell’impresa a cui era chiamato: era l’uomo del gol.
Quella siglata contro gli azzurri è la nona rete del tedesco di Nördlingen ai mondiali messicani. Nove gol in cinque partite, firmati da una furia compressa in 1 metro e 76. Era agile, scattante, tecnico. Alla fine della carriera Müller avrà segnato 68 volte in 62 partite con la sua nazionale; 661 volte in 725 partite in squadre di club. Cifre da capogiro, cifre da primato. Il segno di un destino cui Müller si era incatenato: sentire la musica prodotta dal cuoio che si lascia abbracciare dalla rete intrecciata della porta. Müller farà fatica a separarsi da questo destino. Una grande fatica.
Ha venticinque anni, quella sera a Città del Messico. È all’apice della sua carriera di bomber. Ha folti capelli neri, una faccia tonda da bravo ragazzo e lunghe basette. Gioca nel grande Bayern Monaco, ossatura della nazionale della Germania Ovest, ed è avviato a confermarsi come il più grande centravanti della storia del calcio tedesco e mondiale.
Ha cominciato nelle giovanili della squadra della cittadina bavarese di Nördlingen, dove era nato da una famiglia poverissima. Deve molto a due tecnici jugoslavi (non si diceva ancora croati in quegli anni in cui la Jugoslavia era un solo paese): Chajkovski (nome che evocava il grande compositore russo) e Zebec. Arriva a Monaco ad appena diciannove anni. E lì trova Maier e Beckenbauer, con cui vincerà tutto: quattro campionati, tre Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, un titolo europeo e uno mondiale con la sua nazionale. E stabilirà l’incredibile record di 85 reti in 60 partite giocate con la maglia del Bayern e della Germania Ovest in un solo anno solare, il 1972. Vincerà anche il Pallone d’oro.
Ha cosce potenti ma un fisico che tende a “rotondeggiare”, tanto che qualcuno lo ribattezza “Kleines dickes Müller”: il “piccolo grasso Müller”. Ma è spietato e lesto davanti alla porta, immarcabile per velocità e imprevedibilità. E innamorato del gol. Ebbro di gol. Si ritrova spesso a evocarli, dopo la partita, in attesa di segnarne ancora. Gli passano davanti come in un film. E sono tanti, tutti importanti, tutti in grado di donargli quella scarica vitale che in campo lo stimola ogni volta che vede la palla rotolare sull’erba: non desidera altro che raggiungerla, colpirla, scaraventarla in rete. Il gol non è soltanto il momento in cui lo realizzi e lo vivi. È anche tutto quello che viene dopo, quando lo rivedi nella tua testa, lo ricostruisci nella tua fantasia. E diventa ricordo vivo, nell’attesa di tornare di nuovo in campo per segnarne altri, sempre da ricordare.
È difficile separarsi da quelle emozioni. Ma finché le vivi non ci pensi. Finché avrai un’altra partita da giocare, andrà tutto bene. Ti preparerai mentalmente a cercare altri gol, ci penserai infilando la divisa da gioco, sottoponendoti ai massaggi per scaldare i muscoli, scendendo in campo accompagnato dal boato del pubblico che è venuto allo stadio per questo: per vedere i tuoi gol, per gridare con te. È la tua vita. L’unica vita che valga davvero la pena di essere vissuta.
Per questo Gerd Müller, il centravanti per antonomasia, cade nel gorgo più profondo e buio quando nel 1981, a trentasei anni, si accorge che la sua testa sogna ancora il gol, che il suo cuore lo invoca, ma che le sue gambe non rispondono più ai suoi desideri. E deve lasciare il calcio, i sogni, la palla che si insacca.
Rimangono solo i ricordi. Niente più ritiri, allenamenti, trasferte. Senza partite Gerd si smarrisce. Senza una palla da inseguire la vita gli appare inutile e non sa più come riempirla. Gli manca l’attesa del gol, gli manca il campo, gli manca lo scopo della sua vita.
«Non ce l’ho fatta a riempire quel vuoto. Sapevo che sarebbe stata dura. Ma non così dura» confesserà più avanti, convinto che difendere, marcare, correre, parare sono cose alle quali puoi sopravvivere. È fare gol che è impossibile da dimenticare. E soprattutto, è non poterne fare più che ti fa sentire un uomo ormai senza scopo. I ricordi non basteranno più, anche se continuerai a pescarli dalla tua memoria. Müller precipita nell’inferno dell’alcolismo, solo, sconsolato, depresso.
Di ritorno da una trasferta i suoi ex compagni di squadra Beckenbauer, Maier e Rummenigge entrano in un bar dell’aeroporto di Monaco di Baviera e scorgono, accasciato in un angolo, un uomo dalla barba lunga, con abiti trasandati e lo sguardo smarrito. In quello sguardo riconoscono gli occhi di Gerd che, con grande fatica e una certa vergogna, riconosce i loro. Müller è invecchiato, perseguitato dal ricordo del gol, confuso dai fumi dell’alcol. Balbetta qualche parola. Sarà un incontro fortunato per lui, un incontro che gli consentirà una “ripartenza”, un contropiede vincente come quelli che gli piaceva concludere. I suoi ex compagni di squadra, da quel momento, si occuperanno di lui e delle sue ossessioni, lo aiuteranno a disintossicarsi ricoverandolo a loro spese in una clinica per alcolisti.
Müller riemergerà lentamente dal baratro. Finché accetterà un incarico nei quadri tecnici del Bayern. Verrà inserito nel settore giovanile, Gerd: capelli corti e incanutiti, vivrà una nuova stagione, nella quale metterà a disposizione dei più giovani la sua enorme esperienza. E più ancora la sua voglia di gol. Sarà una stagione lunga vent’anni, ancora accompagnata dai ricordi. Non più dagli incubi, finalmente ricacciati indietro nel gorgo in cui volevano trascinarlo.
Educato, modesto, persino umile lo era stato fin da piccolo. E fragile, forse addirittura indifeso. Anche quando, da ragazzino, si sentiva dire che era troppo grasso per giocare. Lui non reagiva, non si infuriava, si impegnava di più convincendo i suoi allenatori nell’unico modo in cui era capace di esprimersi davvero: facendo gol.
Beckenbauer sosteneva che Müller fosse “brutto” da vedere in campo. Aveva, in effetti, gambe tozze e spalle un po’ spioventi. Un fisico non propriamente atletico. Ma era velocissimo. Una saetta. I difensori lo perdevano senza nemmeno rendersene conto, come era successo a Poletti e Albertosi all’Azteca.
In una notte di tanti anni dopo, sarà l’imprevedibile e sfuggente Gerd a perdersi. Questa volta per le vie di una città. Forse passeggiava inseguendo ancora il ricordo di qualche gol, un ricordo che si affievoliva, come una luce che appare sempre più lontana, irraggiungibile. Prima di spegnersi del tutto e lasciarti al buio.
Ci vollero quindici ore, dopo l’allarme lanciato dai dirigenti del Bayern, perché fosse ritrovato. Müller apparve ai soccorritori in stato confusionale, smarrito. Soprattutto, senza più ricordi. Nemmeno quelli dei suoi gol. Ancora una volta indifeso.
Su di lui calerà un lungo silenzio, interrotto solo nel 2015. Era il 6 ottobre quando il Bayern Monaco decise di diramare un comunicato stampa: in poche righe si rendeva noto che l’uomo del gol, l’uomo che soffriva una vita di soli ricordi ma che aveva cercato tenacemente di tenerli accesi il più a lungo possibile, era affetto dal morbo di Alzheimer.
Gerd vive in un centro medico specializzato. Forse tenta ancora di ricordare un gol, anche uno solo tra le centinaia che ha segnato. Avrà provato, chissà quante volte, a farlo riemergere dalla nebbia. Perché un centravanti non può separarsi dai suoi gol. I suoi gol sono la sua vita.
All’Azteca, mentre si diradava il boato che aveva accompagnato la rete del vantaggio tedesco, un sorridente Gerd Müller stava recuperando la posizione nella sua metà campo. La Germania aveva ribaltato la situazione completando una rimonta che ancora al novantesimo appariva un miraggio. Martellini registra il cambio nel punteggio con un tono dimesso che condensa l’umore dei tifosi italiani: «Ha segnato Müller, è il suo nono gol nella Rimet. La Germania è in vantaggio».
Il gioco riprende e Libuda impegna ancora Facchetti in prossimità del lato corto dell’area di rigore. «Tutto facile per la Germania, adesso.» Anche il telecronista sembra persuaso che non sarà possibile rovesciare la situazione di nuovo a nostro favore. I tedeschi giocano sul velluto. Hanno ripreso fiducia nelle loro possibilità, oltre che nel destino, il quale, dopo averle voltato le spalle per quasi 90 minuti, adesso sembra mostrare il suo volto sorridente alla compagine in maglia bianca. «Che amaro finale della partita che era stata così bella e travolgente, drammatica per i nostri colori» insiste uno sconsolato Martellini.
Gli azzurri provano a pressare senza troppa convinzione gli avversari, che sembrano aver moltiplicato le energie. Boninsegna e De Sisti vengono “scoperti” dalla telecamera mentre discutono. Agita le braccia l’interista e grida qualcosa; tiene le mani sui fianchi il compagno, lo sguardo fisso sul campo. Boninsegna è arrabbiato, rimprovera qualcosa ai suoi. È come se volesse caricarsi e caricare gli altri, farli uscire da questa sorta di apatia che pare averli travolti. Rivera e Domenghini battono un corner corto. Il cross finisce alto sul fondo. Bordata di fischi dalle tribune.
«È una squadra demoralizzata ormai la nostra. C’è da capirli questi ragazzi che ormai assaporavano la gioia della finale…» La voce di Martellini ci giunge su un tappeto urlante di sostenitori della Germania. Al disappunto, nelle case italiane, è subentrata la rassegnazione. Esattamente come sul campo.
Mio padre non è più arrabbiato. Appoggia la testa sulla poltrona, fissa la televisione e fuma una sigaretta dietro l’altra.
La telecamera stringe su Beckenbauer, che lentamente amministra il pallone nel cerchio centrale con il braccio ancorato al collo. Si ferma, si guarda intorno. Nessun calciatore italiano nei paraggi che provi a disturbare la sua azione. Il “Kaiser” può dialogare tranquillamente con Held, poi Grabowski accelera, salta due uomini in scioltezza e conclude dal limite. La palla è alta sul fondo. L’azione della Germania evidenzia ancora di più i diversi stati d’animo delle formazioni in campo. Sicuri, quasi gioiosi i tedeschi; tristi, quasi cupi gli italiani.
Mentre Albertosi sta per rimettere in gioco il pallone, la telecamera indugia sull’abbraccio tra Grabowski, che ha tirato poco prima, e Müller, che sta uscendo dall’area italiana. Si incoraggiano reciprocamente, si scambiano suggerimenti tattici. Sul rinvio la palla cade nella metà campo tedesca. Vogts si arrampica sulle spalle di Riva per colpire di testa. Si innervosisce il giocatore del Cagliari, e sbraccia platealmente. Punizio...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA PARTITA DEL SECOLO
  4. Venditori di sogni
  5. Il prologo: Boninsegna
  6. La “staffetta”
  7. Il destino è in agguato
  8. Schnellinger: “Der Italiener”
  9. Il calcio si fa storia
  10. Nando Martellini e l’epica dello sport
  11. Gli eroi moderni
  12. Italia-Germania, la storia infinita
  13. Copyright