Milano, 1932. La vita di Pietro Morando, segnata dalle feroci liti tra il padre e la madre, lontani nell'età come negli ideali, cambia in meglio quando, nel caseggiato popolare del Ticinese in cui si è trasferito insieme ai suoi, incontra la famiglia Ronchi. Tutti comunisti, genitori e figli, solidali l'un l'altro e impegnati nella lotta contro il fascismo. Sono loro, in particolare i suoi coetanei Giovanni ed Ettore, che lo introducono nel mondo della lotta clandestina, delle imprese rischiose e delle fughe dalla polizia, loro a offrirgli una casa e una famiglia quando la madre fugge con un altro uomo, loro a fargli incontrare Lucia, la donna che amerà sempre. Ma essere considerato dai Ronchi come un fratello non basterà a distoglierlo dal progetto che ha concepito. Milano, 2008.
Emanuele Morando ha sempre amato il padre, benché diverso da lui e lontano dai suoi valori, troppo concentrato sul denaro e sull'impero immobiliare creato negli anni dell'immediato dopoguerra. Per questo, quando, dopo la morte del genitore, si accinge a mettere ordine fra le sue carte, si imbatte in scoperte che lo turbano profondamente, perché sembrano non coincidere in nulla con la storia che Pietro Morando ha sempre raccontato. Determinato a fare chiarezza, Emanuele ricostruirà la vita di suo padre durante gli anni del fascismo e si vedrà costretto a confrontarsi con rivelazioni sconvolgenti, legate a una famiglia mai nominata prima, i Ronchi, che getteranno una luce sinistra sul passato di Pietro Morando e condizioneranno il futuro di Emanuele.
Carla Maria Russo affronta con maestria una pagina difficile e controversa della nostra storia recente, dove amici e nemici, sodali e traditori si scambiano continuamente di ruolo e dove ogni verità non è che un frammento di molte bugie, regalandoci una saga familiare potente e intensa.

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Una storia privata. La saga dei Morando
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9788856669633
UNA STORIA PRIVATA
Questo libro è un’opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall’autrice.
Alla mia famiglia
Pietro Morando amava, di tanto in tanto, tornare nel piccolo monolocale a piano terra di porta Ticinese nel quale era nato, lungo l’Alzaia Naviglio Grande, a ridosso del vicolo Lavandai, sebbene, a partire dagli anni Ottanta, tutti quei bassi fossero stati venduti a caro prezzo e trasformati in locali tipici, oppure in mostre d’arte permanente di orribili croste dagli improbabili colori.
Una volta aveva condotto con sé anche i suoi figli.
«Un basso, proprio così... non è una parola milanese ma che vuol dire, è una stanza unica in cui viveva tutta la famiglia, fortuna che noi eravamo solo in tre. Magari questi qui sono un poco più luminosi di quelli napoletani, perché danno sul Naviglio e non su un muro alto sei metri che toglie aria e luce, ma insomma siamo lì. Voi non dovete guardare i Navigli oggi, che è cambiato tutto e sono diventati un casino orrendo di locali uno peggio dell’altro, di sporcizia, rumore e traffico, altro che la Montmartre milanese, una bolgia infernale è, caso mai. Mi fate quasi rimpiangere quei tempi, quando lungo l’Alzaia la miseria si tagliava a fette spesse così, disperazione, fame e nebbia, questo erano i Navigli, e catapecchie e lavandaie che si sfiancavano a lavare i panni nell’acqua gelata, piegate su quegli scivoli lì, vedete, qualcuno c’è ancora rimasto. In questo basso qui, di fianco al nostro, abitava l’Ambroeus, che aveva sei figli e stavano tutti qua dentro, che vi credete, altro che una stanza per ogni figlio con il bagno personale, come ha preteso vostra madre, che mi ci sono voluti cinquecento metri quadri di attico per accontentarla, tanti di quei calci in culo a noi ci davano... e la nebbia, voi neppure vi immaginate cos’era la nebbia di Milano perché adesso è scomparsa, io non me lo spiego eppure è così, ma quand’ero ragazzo, da questa sponda non vedevi l’altra parte, si formava una barriera, un fumo denso, impenetrabile, e i vestiti ti si appiccicavano addosso, tanto diventavano bagnati, lì, dove adesso c’è quella birreria e dove fate, com’è che si chiama adesso l’aperitivo, sì, giusto, l’happy hour, che Dio sa che cazzo vorrà dire, prima c’era un barbiere, Michele Brambilla si chiamava, detto trident perché gli erano rimasti solo tre denti davanti, due in basso e uno in alto, e farfugliava nel parlare. La chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio esisteva già quando sono nato io, l’hanno inaugurata nel 1909, mi pare, ma mio padre ha fatto in tempo a vedere quella che c’era prima, una vecchia chiesa del Cinquecento, così mi raccontava... ah, non chiedere a me perché ne hanno buttato giù una antica per costruire questo catafalco moderno, non lo so proprio, ma forse perché agli inizi del Novecento a Milano imperversavano i futuristi, sai, quelli che avevano dichiarato guerra al vecchiume ed erano dei veri iconoclasti, li hanno eletti anche in consiglio comunale e allora ne hanno fatti di danni, anche alle colonne di San Lorenzo, hanno abbattuto la vecchia pusterla e hanno cominciato loro a coprire i Navigli, ’sti stronzi, e adesso si vorrebbero spendere montagne di denaro pubblico per riaprirli.»
Pietro Morando diceva sempre di detestare i tempi, troppo duri, troppo crudeli, della giovinezza, eppure di tanto in tanto si abbandonava al suo personale Amarcord, vittima delle sue gambe, che lo riconducevano da sole nei luoghi dell’adolescenza, e di un imperativo categorico che proveniva dalle profondità della sua anima, cui si sottometteva in modo recalcitrante, svogliato, dolente, perché avrebbe preferito seppellire per sempre quelle vecchie memorie, dalle quali mai avrebbe ammesso di essere ancora tormentato e che, invece, riaffioravano di tanto in tanto e lo ghermivano all’improvviso. Quando lo coglieva una di queste frenesie, come lui le definiva, di questi puerili e sterili rigurgiti del passato, il giro al Ticinese assumeva una funzione catartica. Invece di combatterli, lasciava che i ricordi lo assalissero, lo penetrassero, attraversassero tutto il suo essere come fosse composto d’aria, guardava in faccia, occhi negli occhi, quel tormento, quel prurito di coscienza, che non osava chiamare rimorso, come fosse un antico compagno di viaggio, fastidioso e petulante, un censore ormai senza nerbo, indebolito dagli anni e dalla lunga pratica all’autoassoluzione, e rammentava a se stesso, a una a una, le ragioni delle sue scelte. E la tempesta si placava, le certezze tornavano ad abitarlo, pensavi di vincere tu, rimorso, brutto stronzo figlio di puttana, e invece vinco io, io vinco sempre, nessun dubbio mi farai venire, nessun pentimento, perché io sono sempre stato nel giusto e avevo ragione a comportarmi come ho fatto, e mi resta un unico rimpianto, uno solo, ma tanto lei non avrei mai potuto averla e dunque va bene così.
Durante queste peregrinazioni, i suoi passi gli imponevano una seconda, cruciale tappa, sul corso San Gottardo, al numero ***, quasi all’angolo con la piazza XXIV Maggio, dove tre grandi caseggiati di ringhiera si innalzavano in successione intorno a tre grandi cortili, immutabili e quasi indifferenti al trascorrere del tempo, solo con inquilini nuovi, altrettanto miseri e poveri di quelli di un tempo.
Nessuno immaginava che lui conoscesse ogni angolo, ogni anfratto, ogni appartamento di ciascun edificio, perché vi aveva abitato per molti anni, a partire dal 1932, dopo aver abbandonato il basso lungo l’Alzaia Naviglio Grande grazie all’intercessione del parroco, molto amico di suo padre.
«Al secondo piano dell’edificio centrale, scala D, abitava la ragazza più strafiga del quartiere, Ines si chiamava, una che mi bastava guardarla e non vi dico cosa mi succedeva, no, non era proprio bella bella nel senso che io do a questa parola, però era una gran figa, non so se mi spiego. Anche la Brigida era un gran tocco di ragazza e posso dirlo a ragion veduta. Però ce n’era una... una... quella sì, un sogno, la più bella che abbia mai visto in vita mia.»
In realtà, Pietro Morando, a distanza di svariati decenni, non si era mai riappacificato con quell’agglomerato di linee rozze e popolari, di canne fumarie e balconcini sbilenchi, di panni stesi ad asciugare e di porticine tutte uguali, l’una accanto all’altra, come soldatini sull’attenti, lungo un corridoio stretto e ossuto che moriva in un casottino, simile alla garitta di una sentinella, dove lui ancora ricordava la fila, spesso al freddo, per utilizzare la latrina, i muri sbrecciati, consumati, anneriti, traforati da un intrico di finestre e finestrelle dalle intelaiature sconnesse e le persiane spesso sbilenche, aperte qua e là in disordinata anarchia come fessure di un merletto di scadente qualità, dalle quali gli pareva di percepire ancora, dopo tanti anni, sguardi accigliati che lo scrutavano dietro lo schermo di tende dozzinali, indici accusatori puntati contro di lui attraverso i vetri consumati dal tempo, la distesa infinita, compatta, lugubre di drappi di colore nero appesi ad asciugare al sole, perché le massaie, quelle stronze, avevano deciso di fare il bucato tutte nelle stesso giorno e tutte dello stesso colore, quello del lutto, in silenziosa solidarietà con uno dei loro che era stato catturato e sbattuto in galera, tradito da una spia che nessuno riusciva a individuare, oppure di colore rosso, segnale altrettanto taciturno di trionfo, perché un altro se n’era scappato in Francia, mettendolo in culo ai fascisti. Un giorno avrebbe regolato i conti con quelle pietre malandate, troppo sature di memorie per consentire loro di restare in piedi. Un giorno si sarebbe comprato tutti gli appartamenti, tutti, a uno a uno, e avrebbe raso al suolo i tre edifici, insieme ai segreti, alle memorie e ai rimproveri che ancora, a distanza di tanti anni, gli sembrava di percepire, così, finalmente, il passato si sarebbe dissolto nella polvere di una rovinosa caduta.
Non esisteva altra strada per purificarsi.
Trasformerò queste rovine in case di lusso, per gente ricca e danarosa, diceva a se stesso. Sarà uno degli affari più lucrosi della mia vita. E così il ciclo si chiuderà una volta per tutte. Quelli che ci abitano adesso? Ah, la gran parte è gentaglia, immigrati che non pagano l’affitto, li spazzeremo via. I proprietari, o meglio, i loro eredi, ammesso che ne esistano e siano rintracciabili, saranno ben lieti di sbarazzarsene e ricavarne pochi spiccioli, tanto nessuno di loro abita più qui, incaricherò l’ufficio legale di avviare le indagini quanto prima.
I Ronchi abitavano nel corpo principale, quello che dava sul corso San Gottardo. Scala A, terzo piano. Padre, madre, i quattro figli, e la Gina, con sua figlia.
Erano le finestre su cui Pietro Morando indugiava più a lungo, durante i suoi percorsi catartici, qualche volta persino fischiava, nell’incongrua speranza di vedere affacciarsi alla finestra Giovanni o Ettore.
Oppure di vedere apparire lei, la bella fra le belle.
A volte aveva l’impressione che i tratti del suo viso si componessero nei riverberi del sole, incerti e mossi come quando ci si specchia nell’acqua, eppure percepibili, distinguibili.
E il cuore pulsava in una fitta di dolore, come se cinque dita lo stringessero in una morsa improvvisa. E ogni volta si stupiva che i ricordi fossero ancora così nitidi e le emozioni così intense, come tanti anni addietro, quando si era appena trasferito ad abitare nella nuova casa.
Era la primavera del 1932...
Il pomeriggio in cui sorpresi mio padre al braccio di una giovane sconosciuta mi trovavo davanti agli uffici della Morando Costruzioni solo per una fortuita coincidenza, la prima di una lunga serie che avrebbero ribaltato la mia esistenza dalle fondamenta, senza che io potessi in alcun modo immaginarlo, in quel momento.
Non mi sarei mai dovuto trovare in quel luogo e a quell’ora, non fosse stato che mia madre, per tutta la mattina, aveva tempestato di messaggi la segreteria telefonica del mio cellulare supplicandomi di andare a prendere a scuola Augusto, uno dei quattro figli di mio fratello Lorenzo, e accompagnarlo nella sede dell’azienda di famiglia, la Morando Costruzioni, in corso Venezia, dal momento che la madre era partita per una breve vacanza con il suo nuovo compagno e dunque lui era affidato al padre.
«Ma perché io?» le avevo domandato infastidito, quando finalmente avevo trovato il tempo di richiamarla.
«Perché la babysitter di Augusto è a letto con l’influenza e Dulce ha la sua mezza giornata di libertà.»
«Potresti andare tu, mamma.»
«Ma non senti che vento terribile, oggi? Sono appena guarita dall’influenza, mica posso rischiare di ricaderci. Alla mia età occorre essere prudenti, ti pare?»
«Allora che vada suo padre.»
«No, escluso. Lorenzo proprio non può, per questo ha supplicato me, altrimenti figurati, ma ha una riunione importantissima, non riuscirà neppure a mangiare, sai com’è frenetica la vita in azienda. Così non mi resti che tu, tesoro. Che ci vuole? In un’ora, vai e vieni. Ti prego, Emanuele, non rifiutare questo piacere a tua madre.»
Difficile sfilarsi, le rare volte in cui mi chiama con il mio nome ufficiale, Emanuele, al posto del diminutivo usato in famiglia da che ho memoria, Manuèl, con l’accento sulla e.
Un’alternativa plausibile per togliermi d’impaccio sarebbe stata telefonare a Dulce e supplicarla di rinunciare alla mezza giornata di libertà, civettando un po’con lei e sfruttando il suo debole per me, del tutto ricambiato. Ma, quando ci provai, il cellulare non era raggiungibile e dunque, anche se malvolentieri, mi rassegnai ad accontentare mia madre.
«Guarda, zio!» gridò mio nipote quando eravamo ormai quasi arrivati a destinazione fiondandosi verso il negozio di telefonia «c’è un cellulare nuovo, appena uscito, un mio compagno di classe ce l’ha già, gliel’ha portato suo padre dagli Stati Uniti. Mi ha detto che si possono fare delle foto perfette perché ha tre megapixel, mentre gli altri cellulari ne hanno uno solo.»
«Augusto, per cortesia, non farmi perdere tempo ché devo scappare al lavoro, fa’ il bravo.»
«Ma siamo arrivati, zio, tu vai pure, entro da solo.»
«Nossignore, il mio compito è consegnarti a tuo padre.»
Stavo tirando mio nipote per la giacca quando, dall’ingresso della Morando Costruzioni, vidi uscire a passi decisi Pietro Morando, mio padre, affiancato da una ragazza alta, giovane, snella, avvolta in un giaccone chiaro stretto in vita da una cintura, i capelli fluttuanti che il vento scompigliava scoprendo il collo esile e lungo, il braccio sotto quello di mio padre, le mani che forse si stringevano, o almeno così mi parve di intravedere. Gli camminava al fianco mantenendo la sua andatura veloce, il corpo proteso in una leggera torsione, una posa plastica molto aggraziata, il viso rivolto verso l’orecchio di lui per sussurrargli qualcosa, cui mio padre mi parve rispondere con un lieve cenno di sorpresa.
Notai il grande fascino che ancora emanava Pietro Morando nonostante i suoi ottantotto anni, alto, dritto nella persona, il passo elastico, il volto energico, autorevole, cui le rughe e i capelli quasi del tutto bianchi sembravano aver aggiunto e non tolto attrattiva, e mi sentii fiero di essere l’unico dei quattro figli che assomigliasse a lui come un clone. I miei due fratelli e mia sorella hanno preso la carnagione chiara di mia madre, i suoi occhi azzurri e i capelli biondi, ma anche la statura non troppo alta, con un accenno di pinguedine. Pare che mio padre fosse esasperato e anche un poco umiliato da questa indiscutibile superiorità dei geni della moglie ma poi, a risollevare il suo orgoglio virile, giunsi io, quarto e ultimo della nidiata, un Morando fatto e finito, alto, spalle importanti, ventre piatto, carnagione olivastra, occhi scuri e una massa di capelli neri, che mi valgono gli appellativi di zingaro, gitano, vagabondo, trovatello, apolide, terrone, siculo, epurato (dalla razza ariana, cui appartiene il resto della famiglia).
Sei un grande vecchio, papà, mi sorpresi a pensare ma, nello stesso istante, il vero significato della scena che mi si presentava davanti agli occhi mi apparve in tutta la sua evidenza e mi lasciò perplesso, sorpreso, incapace di decidere il comportamento più opportuno da tenere. Sarei dovuto restare indifferente, anzi, provare addirittura un pizzico di orgoglio, in fondo un uomo di quell’età, con un’amante così giovane, non capita tutti i giorni. E invece quella rivelazione mi disturbò, mi mise a disagio. Che figlio di puttana sei, papà, noi a preoccuparci del tuo cuore e tu a farti di viagra per fare bella...
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