Una rivoluzione di carta
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Una rivoluzione di carta

  1. 208 pagine
  2. Italian
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Una rivoluzione di carta

Informazioni su questo libro

Tra le macerie si rincorrono voci stupite: "La guerra è finita!", "Hanno firmato la pace!". Il giovane Fridolin è incredulo. Dopo aver a lungo atteso questo momento, non sa che farsene di tanta felicità. Tutto però cambia quando incontra Jella Lepman, che veste la Divisa Verde e sogna di ricostruire il futuro di un Paese sconfitto a partire dall'infanzia. Per questo scrive ai governi del Mondo Libero chiedendo di donarle i loro albi illustrati con l'idea di farne una mostra itinerante per ragazzi. E Fridolin, coinvolto nell'impresa in prima persona, imparerà che la pace ricomincia proprio con i libri, dentro a una silenziosa rivoluzione di carta. Quella di Jella Lepman è una storia vera. A lei si devono la creazione della Biblioteca per l'Infanzia più grande del mondo e la nascita di IBBY, associazione attiva nel promuovere la lettura tra i ragazzi a livello internazionale. Questo libro rende omaggio alla sua opera instancabile a favore di una cultura a misura di bambino.

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Informazioni

Anno
2019
eBook ISBN
9788858522370
Print ISBN
9788856668698

Capitolo 1

Hanno detto che la Guerra è finita. Non è vero. La Guerra non finisce mai.
Ogni mattina, quando esco dal tunnel buio del sonno, un attimo prima di aprire gli occhi, mi concentro e ripeto a voce bassa: – È finita.
Lo ripeto lentamente, dieci volte. Poi respiro a fondo, apro gli occhi… ed è sempre tutto uguale. Lo stesso paesaggio di Macerie.
Quando ho saputo che la Guerra era finita, per un attimo, soltanto per un attimo, mi sono permesso di essere felice. In quell’attimo ho immaginato che il Prima sarebbe tornato, che il tempo si sarebbe riavvolto su se stesso come una lumaca nella sua chiocciola, e io mi sarei ritrovato nella mia vita precedente. Ma quell’attimo è passato, l’illusione è svanita.
E tra le Macerie il pensiero corre a mamma. Ho paura di dimenticare il suo viso, la sua voce, la sua risata, il modo in cui ogni mattina lei inclinava la testa, mi squadrava socchiudendo gli occhi e poi commentava: «Stanotte sei cresciuto ancora». A volte la sua immagine sparisce, e allora sono così terrorizzato che mi accovaccio a terra, mi abbraccio le ginocchia e chiudo gli occhi. La chiamo senza voce, la chiamo forte fino a che ritorna e mi sorride. Allora posso riprendere la Ricerca, che riempie le mie giornate: cerco cibo, qualcosa in più da indossare, un nuovo rifugio dove passare la notte. Cerco, ma raramente trovo qualcosa.
Con la Guerra è scomparso il mondo del Prima, e io speravo che la Pace me lo restituisse. Invece non è successo. Forse perché l’Invincibile Nazione ha perso. Dev’essere così, dev’essere questa la regola che non mi avevano insegnato a scuola: la Pace restituisce il Prima solo alle Nazioni che hanno vinto. Gli sconfitti invece sono condannati a questa vita di Macerie.
Quando il nostro Capo Supremo ha immaginato la Guerra, quando ha cominciato a spostare sulla carta geografica le sue truppe, quando ha escogitato la migliore strategia per conquistare il Mondo, ha regalato il suo sogno anche a noi. Eravamo la Razza Eletta: i più forti, i più intelligenti, gli unici destinati a comandare. È stato bello sentirsi intrepidi, valorosi e necessari! Perfino noi bambini eravamo diventati importanti: con le divise inamidate e i capelli pettinati all’indietro con la brillantina, marciavamo perfettamente a ritmo cantando inni di speranza e di orgoglio. Mi piaceva davvero far parte della Razza Eletta!
Poi cominciarono a sparire delle persone: papà disse che si trattava di impostori che avevano rubato il lavoro e la casa a noi della Razza Eletta. Erano Erranti.
Sparirono il panettiere Oppenheim, che aveva il forno nella via dopo la nostra, e l’orafo Donner, i cui gioielli lasciavano mamma senza parole. Sparì anche il violinista Gross, l’insegnante di musica del mio amico Yosef. Pensai che eravamo circondati da Erranti e non ce n’eravamo mai accorti: sembravano delle persone normali.
«Che razza di ingenua che sei! Quelli sono solo dei ladri! Se non fossero colpevoli, adesso non scapperebbero come malfattori» commentò papà una sera, quando mamma gli disse che la libreria del quartiere aveva chiuso i battenti. Anche il libraio, quindi, era un Errante.
Qualche tempo dopo qualcuno cominciò a raccontare sottovoce, come fosse un segreto, che gli Erranti si erano trasferiti nei Campi, dove potevano praticare in pace la loro religione. In seguito, qualcuno disse che in quei Campi ci andavano anche gli Storpi e i Matti, i Pervertiti, gli Zingari e gli Oppositori Politici, anche se non erano Erranti. Chiesi a mamma chi fossero i Pervertiti e lei mi disse che erano persone che facevano cose terribili, contro natura. Quando le domandai di spiegarmi meglio, però, lei cambiò discorso. Le chiesi allora perché, se gli Erranti andavano in quei Campi per la loro religione, poi vivevano insieme ai non Erranti. Anche a quella domanda mamma non rispose.
Per molto tempo ebbi paura di cadere, rompermi una gamba e diventare uno Storpio. Oppure di arrabbiarmi talmente tanto da fare una scenata ed essere considerato un Matto, perché allora sarei finito in un Campo insieme agli Erranti, che erano tutti ladri e impostori.
Quando mi chiedono come mi chiamo, rispondo Hans, ma non è vero.
Quando mi chiedono quanti anni ho, rispondo dieci, ma non è vero.
Quando mi chiedono dove abitavo, rispondo che non me lo ricordo, ma non è vero.
Il mio nome, la mia età, il mio vecchio indirizzo fanno parte del Prima, e li userò di nuovo quando il Prima tornerà. Il mio Prima tutto intero: con la mamma (anche se in fondo al cuore so che non è possibile), con papà che rientra dal Fronte (anche se lo so che adesso il Fronte non c’è più perché la Guerra è finita), con la mia casa e la mia scuola e la palestra e il mio amico Yosef e i suoi soldatini e i miei libri e il pan pepato a Natale e i brezel a merenda e la torta di mele con la panna al mio compleanno.
Rumori. Macerie smosse da passi prudenti. Resto immobile, in attesa, con il cuore che mi batte forte nel petto. «Se ne vanno, adesso se ne vanno, tranquillo» mi ripeto nella testa. Una, due, tre, dieci volte. Poi mi affaccio sul pianerottolo; una zazzera di capelli arruffati appare nel vano delle scale, e due occhi scintillanti mi trovano nella penombra.
– Sei lì da solo? – mi chiede esitante un ragazzino, guardando verso l’appartamento dove dormo da qualche notte.
Accidenti, pensavo che nessuno sarebbe mai venuto qui!
Il palazzo è stato bombardato, come tutto nella Città di Land, e io ero già passato qui davanti molte volte, senza immaginare che il primo piano sarebbe diventato il mio rifugio. Poi un giorno stavo inseguendo un magrissimo gatto rosso. Non mangiavo carne da molto tempo e qualsiasi animale poteva andare bene: un cane scheletrico, un ratto di fogna o un gatto striminzito, come in quel caso. L’avevo rincorso nell’androne, dove al posto della guardiola del portiere rimaneva solo una cavità annerita. Il gatto aveva infilato le scale e io l’avevo seguito, con la fame che richiamava le ultime energie nelle gambe esauste.
In un balzo quel maledetto gatto aveva saltato il vuoto di alcuni gradini mancanti e io avevo dovuto fermarmi per non precipitare. Guardando verso l’alto, mi ero accorto con stupore che la scala riprendeva intatta, dopo quel salto ingannevole. Così, piano piano, allungandomi oltre il vuoto, mi ero arrampicato, pregando che i gradini non crollassero proprio allora, ed ero arrivato al primo piano. Avevo scoperto che era quasi integro. Vi si affacciavano due appartamenti gemelli privi delle porte d’ingresso e dei muri esterni. Erano completamente vuoti, come se qualcuno avesse rubato tutto, prima che il bombardamento li riducesse così. Ma l’idea di avere un soffitto sulla testa e un pavimento di piastrelle sotto i piedi mi aveva fatto sentire un re.
E ora qualcuno si affaccia alla mia reggia. Potrei dirgli che non sono solo, che tutta la mia numerosa famiglia è impegnata nella Ricerca e tornerà presto. Ma sarebbe una cattiveria inutile. E poi il ragazzino potrebbe tornare più tardi per controllare e si accorgerebbe che gli ho mentito.
– Sì, sono solo. Hai bisogno di un posto dove dormire?
Annuisce. – C’è anche la mia sorellina.
– Va bene, aspetta che ti aiuto – gli dico. Nel frattempo lui ha fatto posto sul gradino rosicchiato dalla Guerra a una bambina con i capelli rossi. Sporgo il braccio, lei mi afferra la mano, il fratello la alza prendendola per i fianchi e con un salto la piccola è sul pianerottolo. Poi tiro su anche lui e per un attimo ci fissiamo diffidenti, valutandoci.
Li guido nell’entrata dell’appartamento di destra, l’unica stanza davvero integra del piano. La carta da parati è verde chiaro, con un motivo a tralci di edera intrecciati, e si vede ancora la sagoma più chiara di un mobile, che ora non c’è più. Portato al sicuro dai proprietari sfollati chissà dove. O più probabilmente bruciato per scaldarsi. Anche nell’ingresso di casa mia c’era un mobile di queste dimensioni, con lo specchio e il portaombrelli. Aveva quattro ganci per appendere le giacche e una mensola dove papà appoggiava il cappello quando rientrava dal lavoro.
La bambina guarda verso l’alto e, quando vede che il soffitto è intatto, mi regala un sorriso soddisfatto. Non le interessa verificare lo stato delle altre stanze: essere al coperto è già un grande lusso.
La guardo con attenzione: avrà più o meno sei anni, la stessa età della Guerra. È infagottata in una gonna scura, sporca e strappata in più punti, e in un maglione rosa enorme, con le maniche arrotolate mille volte che le pendono lo stesso oltre le mani. Le ginocchia sono sbucciate, ma le ferite si intravedono appena sotto una patina grigia.
Tutto nella Città di Land è coperto da uno spesso strato di polvere: è quel che resta dei mattoni delle case bombardate, mischiato alla cenere dei mobili bruciati, impastato con la segatura degli alberi, tagliati anch’essi per far fuoco, rimestato con il pietrisco dell’asfalto distrutto e con la paglia delle stalle trasportata dal vento.
– Grazie per averci fatto entrare. Io sono Karl, lei è Gisela – dice il ragazzino.
Karl puzza, come me. Di capelli unti, di paura e di fame. Stringe forte gli spallacci di una vecchia cartella, come per timore che io possa rubargliela. È vestito di stracci, come me. Pantaloni troppo corti sulle caviglie, una camicia così sporca che non si indovina il colore originale, un pullover fatto di buchi. Per un attimo chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare il profumo dei maglioni puliti riposti nel cassettone della mia camera.
– Come? – chiedo quando li riapro e mi accorgo che nell’aria risuona l’eco di una domanda.
– Ti ho chiesto come ti chiami – dice Karl.
– Mi chiamo Hans – rispondo. Invece sono Fridolin, Fridolin Koch: Frido per mamma e per gli amici. Soltanto papà insisteva a chiamarmi pomposamente Fridolin.
– E quanti anni hai, Hans? – chiede ancora.
Che domande inutili! Tanto domani o dopodomani o fra una settimana non ci incontreremo più, avremo cambiato rifugio, rovine, compagnie, alla ricerca di qualcosa che assomigli al Prima.
– Dieci – rispondo automaticamente, anche se ne ho dodici, visto che sono nato il 20 aprile dell’Anno Trentatré. Papà diceva sempre che ero un bambino fortunato perché ero nato nel giorno del compleanno del Capo Supremo, in un momento speciale per l’Invincibile Nazione. In quel periodo, infatti, Lui era diventato Capo Supremo, aveva cacciato tutti gli insegnanti Erranti dalle scuole, aveva costruito il primo Campo, aveva fatto bruciare tutti i libri che considerava indegni della Razza Eletta. «Un anno straordinario» ripeteva papà con voce carica di orgoglio e di emozione.
– Dieci? Sembri più grande! Io ne ho undici, Gisela invece cinque.
– Quasi sei! Il giorno di Natale ne compio sei, anche se non credo che faremo la festa. L’anno scorso la zia mi ha preparato una buonissimissima torta di mele. Se ci penso, sento ancora il sapore in bocca… A proposito… per caso hai qualcosa da mangiare? – chiede la bambina.
Ho due pezzi di pane vecchio, ma non voglio condividerli con nessuno.
– Noi abbiamo tre carote che ci ha dato una donna in campagna, se vuoi te ne possiamo offrire una – dice Karl frugando nella cartella che si è appena tolto dalle spalle.
Allora tiro fuori da sotto la coperta sulla quale sono seduto il mio pane e cerco di dividerlo in tre parti uguali. Mangiamo lentamente. Cerchiamo di far durare il più a lungo possibile la nostra cena, carote ammollate e pane duro come pietra, per ingannare il tempo e il nostro stomaco. Gisela parla ininterrottamente del Prima: la casa con il piccolo giardino sul retro, il letto con le lenzuola rosa, le amiche del cuore, tutte le prelibatezze che ha mangiato nella sua vita. Ma credo che i suoi racconti siano in gran parte inventati, recuperati magari dalle memorie del fratello, perché è troppo piccola per ricordare davvero il Prima. Mi chiedo se sia peggio non aver vissuto il Prima, oppure ricordarlo e sentirne la mancanza come un topo che ti rosicchia dentro la pancia.
Ci accorgiamo che è quasi buio, e poi in un attimo è buio davvero. Karl fruga di nuovo nella cartella e indovino che tira fuori due coperte e le stende sul pavimento. Sono felice per loro. Ormai è autunno, l’autunno dell’Anno Quarantacinque, e di notte fa freddo.
Sospiro, cercando di sentirmi soddisfatto di aver mangiato, almeno per oggi. Mi avvolgo nella mia ruvida coperta, mi sdraio sul fianco, una vecchia cartella di cuoio come cuscino e la schiena appoggiata alla parete. Mi accompagna al sonno il chiacchiericcio dei nuovi arrivati. Mi fa piacere sentirli parlare, anche se chiacchierano di persone che non conosco, di una casa che non c’è più, di un quartiere che esiste soltanto su qualche vecchia cartina della Città di Land, di un Prima che temo non tornerà più.

Capitolo 2

– Dove andrai per la Ricerca oggi? – mi chiede Karl appena siamo svegli.
Mangiare è il primo pensiero del giorno, l’ultimo della sera e quello che mi fa compagnia la notte, quando non riesco a dormire.
Mi siedo, ancora avvolto nella coperta, soffocando uno sbadiglio. Stiracchio le braccia e allungo la schiena, valutando la luce bianca che arriva dalla stanza che una volta dove...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Una rivoluzione di carta
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Capitolo 11
  15. Capitolo 12
  16. Capitolo 13
  17. Capitolo 14
  18. Capitolo 15
  19. La vera storia di Jella Lepman
  20. Postfazione
  21. Copyright