Un dubbio incagliato nella memoria può portarti alla verità. Quando il pubblico ministero Emma Bonsanti scende dal treno proveniente da Milano alla stazione di Bari, non immagina certo di doversi occupare dell'indagine sulla morte di Roberto Carulli, noto giornalista, e suo amante segreto. Un cadavere a torre Quetta, con le braccia distese sulla battigia, ecco cos'è ora Roberto per Emma. Sulla spiaggia, non riconosce subito il corpo, finché i suoi occhi accarezzano i lineamenti familiari ed è costretta a dare un nome alla cosa. Roberto. Ma Emma adesso può solo contrarre le mascelle e stringere i pugni in tasca, trattenendo le emozioni, perché nessuno deve sapere che lei e Roberto erano tornati a frequentarsi, ad amarsi forse... Si erano ritrovati dopo quegli anni al liceo, in cui, seppur fidanzati, erano divisi da opposte opinioni politiche. Nessuno deve sapere, perché Emma vuole restare a capo delle indagini. Dovrà ripercorrere le ultime ore di vita di Roberto e frugare nel suo passato, scavando nella memoria per recuperare le parole della loro ultima telefonata. Nel fango di una rete di rapporti tra mafiosi, politici e imprenditori corrotti sarà costretta a ridisegnare i suoi ricordi, perdere e ritrovare, questa volta per sempre, il volto di un uomo che credeva di conoscere.

- 340 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
La trappola dei ricordi
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEeBook ISBN
9788858522769
Anno
2019Uno
Certe parole la rapiscono.
Funziona così, funziona che legge una parola, una qualsiasi parola, una parola che in un’altra circostanza avrebbe trovato insignificante, e improvvisamente si ritrova da qualche parte dentro se stessa, in un tempo rarefatto, un tempo diverso da quello che la sua vita le concede. Un tempo utile, ha sempre pensato, perché il tempo inutile è il tempo della velocità. Allora le sembra di vederli, i suoi pensieri, sospesi come nuvole sopra le persone e le cose. E le sembra di poterli modellare con le mani, in quel tempo lieve, di poterli correggere. In qualche modo.
Questo per dire che Emma è impigliata a pagina diciannove da diverse ore quando l’altoparlante dello scompartimento annuncia l’arrivo alla stazione di Bari.
Pochi capitoli brevi, ecco cosa ha letto: Perla arriva ad Auschwitz, sopravvive allo sterminio e, molti anni dopo, muore; la sua vita è raccontata dal figlio in un libricino che Emma ha cominciato ieri sera partendo da Milano e che ancora per qualche istante resta aperto fra le sue mani nel tentativo di recuperare fra le righe la parola che l’ha rapita. Tentativo inutile. Troppo lontana, quella parola, quasi mille chilometri fa. Ma va bene, va bene così: nove ore con i propri pensieri. È per questo che sceglie il treno. Andata e ritorno, due volte al mese, dall’inizio dell’anno. Vagone letto, anche se non dorme. Nove ore senza fumare è un prezzo che paga volentieri per perdersi nel suo tempo.
Il borsone di pelle nera è sulla retina portabagagli. Emma lo tira giù, mette dentro il libro e prende lo spazzolino. Poi commette l’errore di fissare lo specchio sopra il lavandino: occhiaie livide per la notte insonne, e vabbe’. Ma le grinze sottili, che dall’angolo degli occhi di un grigio liquido dal taglio quasi orientale scavano verso le tempie, ora sono rughe bianche evidenziate dal fine settimana in barca. Okay, si dice. Lava i denti. Spruzza un po’ d’acqua sui capelli e sistema in qualche modo i corti ciuffi neri. Poi mette gli occhiali da sole e lancia un altro sguardo allo specchio.
Può andare.
È un lunedì mattina di inizio giugno, poco dopo le otto.
Quando scende lo vede subito, là in fondo, che si sbraccia e pare attraversare a nuoto la folla che ondeggia sulla banchina.
«Dottoressa Bonsanti, sono qui» urla Michele Lorusso. «Signor giudice, signor giudice.»
Emma sventola un braccio in aria, della serie: ‘ti ho visto piantala di gridare’. E intanto pensa che ci può essere una sola ragione se il sovrintendente capo è lì alla stazione, ed è che il turno da pubblico ministero è appena cominciato e c’è già qualcosa da fare. Oppure, che quel bastardo di Fortuna ha fatto il furbo e le ha scaricato addosso l’ultima incombenza del suo turno.
«Tuttapposto, dottoressa?» E i decibel restano quelli, anche se ora è davanti a lei.
Emma annuisce mentre valuta la divisa di ordinanza che si è scelto stamattina: Adidas gialle, calzoni bordeaux, giacchino di renna, maglia girocollo dello stesso giallo delle scarpe. Si abituerà prima lei ai gusti di Lorusso, o lui ai suoi cinquantotto anni?
«Vuole qualcosa, dottoressa? Un caffè, chessò, un bicchiere d’acqua…»
«Sì. Vorrei che abbassasse la voce.»
«Ancora con ’sta storia» sorride lui. «Lo sa che ci dissero all’ultimo aggiornamento? Che dobbiamo parlare forte e chiaro, proprio così, perché quelli che parlano forte non hanno paura di sbagliare, dimostrano autorità, sono sicuri di sé e ottimisti.»
Dopodiché prende il borsone di Emma e si avviano.
Folate di un vento già caldo fischiano sotto le pensiline. Raffiche che rastrellano tutto ciò che resta della primavera in attesa di scatenare la celebre estate barese: sole a palla, che è una sicurezza per i turisti e un’abitudine appiccicosa per gli indigeni. Emma ha vissuto trent’anni fa quelle folate. Ai tempi del liceo, prima di trasferirsi a Milano. Proprio adesso le ricorda dietro una finestra sul mare, onde sbattute sul vetro che scendono in rivoli paralleli, e non si chiede perché le passi per la mente quell’immagine. Non se lo chiede, e si accende una Camel.
I manifesti elettorali invadono l’atrio ottocentesco. Calano dalle volte, avvolgono le colonne, sgorgano dai marmi del pavimento. Non si è mai votato a luglio, ma la situazione è quella che è. Emma e Lorusso passano tra due gigantesche piramidi che garantiscono identità e sicurezza, meno tasse e un lavoro per tutti, un futuro senza immigrati. Le solite stronze promesse.
VIETATO FUMARE, intima il cartello accanto all’edicola.
Emma fa un tiro di Camel prima di comprare Il Mondo e il Giornale del Mezzogiorno. Poi raggiunge Lorusso sotto uno degli archi d’ingresso affacciati su piazza Moro.
«Quei ragazzini si stanno fregando un tergicristallo» dice, e indica con il braccio una macchina parcheggiata a poche decine di metri. «Ma è la sua, giusto?»
Giusto: la Stilo blu è quella del sovrintendente capo.
Il quale ha bisogno di qualche secondo per mettere a fuoco la scena. I ragazzi non raggiungono i quarant’anni in tre, un biondino e due mori. Il biondo lancia un urlo e prima che Lorusso scatti verso di loro è già oltre la fontana, in mezzo alla piazza, la spazzola della Stilo nella mano destra come il testimone di uno staffettista che pare volare su Nike argentate. Uno degli altri due, gambe corte e baricentro basso, si lancia in slalom fra le auto e scompare in pochi istanti. L’ultimo è un ciccione sul quintale che non ci pensa proprio a scappare, ma se ne resta lì, appoggiato alla fiancata della macchina, un pezzo di focaccia al pomodoro tra le mani.
«Mo te ne vieni con me in questura.» Lo strattona Lorusso per un braccio.
«Io? E che c’entro io?» obietta quello, agitando davanti al naso una mano chiusa a carciofo. «A quelli manco li conosco, capo, stavo qui che ci dicevo che non si rubano le cose agli sbirri.»
Lorusso lo squadra. Il ciccione fa una smorfia che lo prenderesti a cartoni: è ovvio che stia mentendo, ed è ovvio che nessuno lo porterà in questura.
«Vattene, va’.» E gli molla il braccio. «Togliti dai piedi prima che ci ripensi.»
«Non v’incazzate, capo» dice quello. «Peggio poteva andare, poteva piovere.» E ciabatta via.
Emma osserva l’asta del tergicristallo che punta solitaria il cielo terso. «Ottimismo, Lorusso» dice. «Ottimismo.»
Il sole spara saette di luce fra le foglie dei platani di piazza Luigi di Savoia. Lorusso inforca i Ray-Ban e spinge sull’acceleratore costeggiando la caserma Picca.
«Un cadavere, a torre Quetta, in spiaggia» dice, piatto, svoltando a destra. «Uomo. Affogato. Una disgrazia, pare.»
Bisogna autorizzare la rimozione della salma, una banalità.
Poteva andarci quello stronzo di Fortuna, pensa Emma.
«Allora può rallentare» dice, invece, piantando una mano sul cruscotto. «O teme la fuga del cadavere?»
«No, dottoressa, è che, non so se ricorda, c’è l’esame di Annalisa e io…»
«Istituzioni di Diritto romano: come potrei dimenticarlo, è un mese che mi stressa con l’esame di sua figlia.» E qui Emma prende in giro, con il suo tono un po’ nasale e la cadenza leggermente milanese. Tuttavia capisce l’ansia di Lorusso. Anche lei sarebbe in apprensione per ogni prima volta di suo figlio, ed è una delle ragioni per cui non ne ha mai voluto uno. «Comunque, mi ha detto che gli esami cominciano alle dieci e mezza. Ha tutto il tempo. Rallenti.»
E Lorusso rallenta, toglie la freccia e si accoda a un autobus.
Un mucchio di gente alla fermata. Qualche impiegato e molti studenti, gli uni e gli altri legati al proprio piccolo mondo digitale con le corde degli auricolari.
«Bene, le andò» dice lui. «Il suo fu l’ultimo treno che fecero passare, poi gli operai della Sidersud invasero i binari e non ci fu più verso. Dice che anche lì vogliono mandarci l’esercito.»
«Bah» esita Emma. «Non possono mica pensare di risolvere così la questione.»
La questione è l’abolizione del contratto nazionale dei metalmeccanici. L’industria detta le condizioni, il lavoratore le accetta. Oppure, appunto, protesta. E se protesta arriva l’esercito. Un’abitudine, ormai: cinquantatré volte nell’ultimo anno.
Io li capisco anche, dottoressa, ma questa è interruzione di pubblico servizio.
«Lo so, lo so…» sbuffa lei, e intanto prende il telefonino dalla tasca dei jeans e lo accende.
La prima conseguenza è il trillo del cellulare di Lorusso. La seconda conseguenza è il trillo del cellulare di Emma.
Lorusso è un buon poliziotto, non gli sfugge la relazione fra i due suoni.
«Un dubbio sul treno c’avevo, ma suo marito lo risolse.»
«Non c’è motivo di chiamare casa mia a Milano» si irrita lei, perché esiste una parte irrimediabilmente vecchia di Lorusso che ogni tanto affiora e cerca ancora la garanzia di un uomo sull’accordo concluso da una donna. «Prendo sempre questo treno quando sono di turno.»
«No, dottoressa, non è come pensa. È che all’idea di telefonare alla Longone, cioè, tiene presente no?, tu chiedi una cosa e quella sta lì mezz’ora a parlare dei suoi amici, a tagliare dietro alla gente… Insomma, non mi andava di sentire alle sue menate.»
Emma non risponde. Anche lei detesta Sonia Longone, la sua assistente, ma non è questo il punto, e il fatto che Lorusso se ne stia in silenzio a tamburellare il pollice sul volante, significa che l’errore comincia a materializzarsi anche nella sua testa.
Quindi lei non risponde, lo abbiamo detto. Apre il Giornale del Mezzogiorno, e non risponde.
Il titolo è a tutta pagina: ASSASSINATO SANTO CAPACE. Occhiello e catenaccio spiegano il contesto: “Guerra fra clan, prosegue la mattanza dopo la strage del Pozzo Vecchio”, “Il cadavere del boss latitante da trent’anni lasciato in un’auto davanti alla prefettura di Bari. Gli inquirenti: è Vincenzo Rabbona il nuovo capo”.
Emma non ne sapeva niente. Del resto, quando è con suo marito stacca da tutto. Niente giornali, niente telefono, niente internet. Preferisce separare la sua vita di Bari da quei fine settimana con Andrea e i pochi amici di Milano che ha voglia di vedere. E la morte di don Santo, pensa con sollievo, non fa neanche parte della sua vita di Bari, visto che le indagini toccano alla direzione distrettuale antimafia.
Lorusso inventa due colpi di tosse. Poi si passa una mano tra i capelli tinti di un nero corvino. «Proprio sotto alla prefettura ce lo fecero trovare a Capace» dice. «Tipo un messaggio allo Stato, una cosa così.»
La Stilo entra sul lungomare Nazario Sauro e punta verso sud. A destra, come un esercito di marmo schierato in faccia al Mediterraneo, si stende la lunga prospettiva di edifici pubblici. Provincia Regione Aeronautica Inps Carabinieri Ispettorato agrario. Le guardie bianche della rivoluzione fascista. A sinistra, i grossi lampioni di ghisa sembrano punti esclamativi di minacce scritte sul mare.
«Ma erano anni che a Bari non c’era un regolamento di conti» butta lì Emma. «Nessuno metteva in discussione il dominio di Capace.»
«È quello che dicono anche i colleghi» scrolla le spalle Lorusso. «Si vede che Rabbona non era della stessa idea.»
Torre Quetta è appena fuori Bari, a sud, subito dopo il canale Valenzano. Prima della bonifica, che l’ha trasformata in una delle passerelle a mare della movida barese, era da queste parti che, sino a neanche troppo tempo fa, venivano sversate in mare le scorie di una fabbrica che produceva manufatti in amianto cemento.
A ogni modo, Lorusso parcheggia nello spiazzo, accanto alla volante della polizia, apre lo sportello e scende. Emma tira su la lampo del giacchino di pelle nera, ché lì fuori il vento ti scaglia addosso quello che trova, e lo raggiunge sui gradini che portano in spiaggia. Lampi di sole riflessi sul mare, alghe secche che pungono come spilli. Il capannello di persone è giù a riva. Lei scende per prima e si avvia a passi cauti sui ciottoli.
A nessuno è venuto in mente di recintare la zona, una ventina di curiosi scambiano commenti a pochi metri dal cadavere che se ne sta supino, gli arti leggermente piega...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La trappola dei ricordi
- 1
- 2
- 3
- 4
- L’uomo
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- L’uomo
- 14
- L’uomo
- 15
- 16
- L’uomo
- 17
- 18
- 19
- 20
- L’uomo
- 21
- 22
- 23
- L’uomo
- 24
- 25
- L’uomo
- 26
- 27
- 28
- L’uomo
- 29
- L’uomo
- 30
- 31
- L’uomo
- 32
- 33
- 34
- L’uomo
- 35
- 36
- 37
- Ringraziamenti
- Anteprima: CARAMELLE DAI CONOSCIUTI
- Copyright