Teo si è appena trasferito a Bologna con sua mamma, quando viene investito da un ciclone con le sneaker ai piedi e i capelli nerissimi. È Yang, che presto diventerà anche il suo compagno di banco, in una classe dove nessuno è uguale all'altro. C'è Tree, uno spilungone con i rasta e il reggae nel cuore e c'è Svetla che corre sui tetti in una nuvola di capelli biondi. Teo e gli altri tre diventeranno amici per la pelle e si ritroveranno anche a combattere contro una banda di strozzini della malavita cinese. Così Teo, che intanto deve fronteggiare la scomparsa di suo padre e l'ombra di un passato oscuro e doloroso, finirà per organizzare un gruppo di giovanissimi X-Men improvvisati e per infilare tutti in un'impresa troppo grande per loro.

- 272 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Quasi piccoli dei
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9788856669442
1.
Non è stata una buona idea uscire proprio oggi con le scarpe nuove. Queste sneaker rosso fiamma dai fregi dorati con suola high tech e plantare memory foam saranno davvero fantastiche, il meglio da infilarsi ai piedi per tirarsela come si deve tra gli amici e i compagni di scuola, ma quando bisogna correre veloci, proprio veloci, servirebbero le scarpe più comode e leggere del mondo e queste, purtroppo, quando si deve solo pensare a scappare, sono invece più pesanti di due blocchi di cemento armato. Ci vorranno giorni di rodaggio prima che si adattino alle pieghe del piede e diventino perfette, le compagne inseparabili di lunghe e fantastiche passeggiate.
Ma adesso non c’è tempo per passeggiare, non c’è tempo per rilassarsi. Non c’è tempo e basta.
Facendo un rapido calcolo gli inseguitori impiegheranno dai dieci ai venti secondi per raggiungerlo, afferrarlo per i capelli o il cappuccio della felpa, placcarlo e gettarlo a terra prima di riempirlo di botte.
Andrà più o meno così e su questo non hanno dubbi né la preda, né il branco di lupi che le sta alle calcagna.
Sì, perché un po’ lupi sembrano, questi inseguitori implacabili. Ringhiano, mostrando denti aguzzi e bianchissimi, in netto contrasto con il resto dell’aspetto, dove il nero è padrone assoluto, a parte una fascia rossa con scritte incomprensibili che avvolge la fronte di tutti loro. Avanzano compatti, pronti a colpire il bersaglio.
Tanto la preda quanto i cacciatori sono cinesi di Bologna, quindi anche italiani.
I lupi lo chiamano, urlano il suo nome.
E lui fa del suo meglio per non farsi prendere.
Fa quello che può.
Cerca di correre più veloce, deviando all’improvviso il percorso, alternando il marciapiede alla strada con il rischio di farsi mettere sotto da macchine e scooter di passaggio. Rovescia spargendo per terra qualsiasi cosa gli capiti fra i piedi durante la fuga. Senza pensarci ha anche dato una pedata al carrello della spesa di una signora anziana, che stava uscendo dalla bottega di un pakistano. Alle sue grida di stupore e di rabbia non sa se fermarsi e raccogliere le buste di verdura, i pelati e il pane finiti sul marciapiede o continuare a scappare. Dopo meno di un attimo decide di proseguire. Anzi, accelera l’andatura.
E poi c’è il tombino aperto dove sta per precipitare – e magari sarebbe una provvidenziale via di fuga o, più probabile, una caduta clamorosa – e poi arriva la minaccia dei cumuli di cacca di cane e schifezze varie spalmate per terra, che bisogna dribblare assolutamente: le scarpe nuove vanno preservate, non si scherza. Un insidioso percorso a ostacoli con l’aggravante di uno o due barboncini bianchi che gli si accodano, abbaiando.
Quegli altri, i lupi con la fascia rossa stretta sulla fronte, non mollano; anzi, guadagnano terreno. Il tempo stimato per il placcaggio è ormai sceso a sei o sette secondi al massimo. Può già sentire il loro fiato sfiorargli la nuca.
Sta per compiere una sterzata a destra, molto brusca, quando si apre la portiera di una macchina in doppia fila. Ne esce un tipo, più o meno un ragazzo come lui con i capelli lunghi e la pelle chiarissima, come se non avesse mai preso sole, un vampiro in pratica; è intento a trascinare fuori dall’abitacolo una valigia rossa enorme. Fra le più grandi mai viste. Lui non può fare niente per evitare di rovinare addosso a entrambi: ragazzo e baule.
Sarebbe necessario il ralenty per capire la dinamica e il momento dell’impatto. Lui si ritrova per terra, dopo una breve impennata sospesa per aria. Fortuna per lui che poggiando le mani ha evitato di schiantarsi con la faccia.
Nemmeno il tempo per stupirsi e mandare a quel paese il vampiro pallido con la valigia – che a sua volta è finito seduto sull’asfalto – e arrivano i lupi, saltatori nati: senza troppi problemi superano la valigia e ormai stanno per agguantarlo.
– Porca miseria!
Tra l’esclamazione e ciò che succede immediatamente dopo non trascorre nemmeno un nanosecondo.
I lupi famelici vengono falciati da un corpo contundente grigio sporco, piuttosto voluminoso e dotato di ruote. Vengono colpiti in pieno, finendo gambe all’aria, schienati e spanciati.
Il cassonetto dell’indifferenziata rovescia addosso ai corpi distesi una pioggia di spazzatura. Puzza in un modo terribile visto che il camion della nettezza urbana non è ancora passato. Lo spettacolo fa proprio schifo, quelli bestemmiano in cantonese mentre si tolgono di dosso bucce di banana e lische di pesce. Lui rimarrebbe a godersi lo spettacolo facendosi anche una bella risata, ma sa che è meglio approfittare di quel regalo inaspettato e si dilegua correndo fino a farsi scoppiare le arterie. Gli sembra quasi che i suoi passi facciano sfrigolare l’asfalto.
Corre.
Accidenti se corre.
In testa c’è lo spazio solo per un altro pensiero oltre alla fuga: ma il cassonetto da dov’è saltato fuori?
Se lo chiedono anche i lupi mentre riprendono l’inseguimento, disorientati. Hanno perso tempo prezioso e schizzano alla cieca da tutte le parti. Imprecano rabbiosi.
Se lo chiede anche il ragazzo pallido con la valigia gigante che sta trascinando a fatica il bagaglio di piombo nell’ingresso di un palazzo.
Non è sicuro, ma gli è sembrato di vedere un’ombra, un qualcosa di vagamente umano che spingeva con forza il cassonetto in un impeto di muscoli e gambe, per poi dileguarsi in un cortile poco distante. Ma si sa che le ombre, anche se vagamente umane, non lasciano tracce. Infatti, quando ha controllato, il cortile era vuoto, a parte una vecchia bicicletta azzurra incatenata a una ringhiera.
Così il ragazzo pallido torna alle sue operazioni faticose di scarico dei bagagli che riempiono l’auto. Non gli passa minimamente per la testa di alzare lo sguardo e osservare il tetto del palazzo di fronte.
Accovacciata sulle tegole in pendenza ma ben salda a un robusto comignolo in muratura, una figura avvolta in una giacca a vento nera aderente osserva la situazione. Qualche ciocca biondissima liberatasi dal cappuccio si agita rabbiosa, sferzata dalla brezza insistente d’autunno. Poi si alza di scatto e corre leggera come se i tetti fossero casa sua.
Sembra che le sneaker robuste sfiorino appena le tegole.
Potrebbe anche essere immateriale e invisibile.
Un fantasma che sparisce al di là di un’antenna satellitare.
Restano solo il tetto, la strada di sotto e il ragazzo pallido che chiude con un calcio il portone difettoso.
Molto più in fondo, in un vicolo che fa angolo con un’enoteca deserta, il ragazzo con le sneaker rosso fiamma è appoggiato spalle al muro e cerca di riprendere fiato. Si accascia sul gradino di un portone da cui non vorrebbe più alzarsi, ma poi al primo rumore di passi scatta di nuovo in piedi e riprende a correre ansimando, sbuffando e sudando anche se non fa affatto caldo.
Corre sperando che passi l’autobus, il numero 11, per salirci al volo.
Sa che i lupi non salgono mai sugli autobus.
Non si abbassano a tanto.
Loro cacciano e le prede come lui fuggono.
E allora continua a correre.
2.
Gli avevano detto che in Italia c’è sempre il sole. Una specie di California, dove si mangia bene ma non la pizza che è sempre troppo piccola, e dove la gente urla per le strade, che sono strette, piene di buche e sporche.
Gli avevano detto un sacco di cose, però Teo non è che ci avesse creduto poi tanto. È fatto così, lui.
In Italia c’era stato un paio di volte da piccolo, l’ultima nel Natale della prima elementare. Ma era stato tanti anni fa e nel mentre i ricordi si sono confusi, intrecciandosi ai racconti e alle fantasie.
Di quel Natale si ricorda il gran freddo, le bancarelle di sciarpe e dolciumi sotto un lungo portico illuminato e la nonna paterna piccola e fragile sempre avvolta in una vestaglia di velluto pesante, che si muoveva al rallentatore come una tartaruga.
Quel Natale era stato l’ultimo in cui aveva visto la nonna e l’Italia.
Poi era successo tutto.
Ed è anche per questo tutto – soprattutto per questo tutto, doloroso e decisivo – che Teo e sua madre alla fine dell’estate hanno deciso di andare a vivere proprio in Italia.
Quasi un ritorno.
Quella prima mattina di scuola Teo si è svegliato molto presto, da solo, senza suoneria e senza mamma a chiamarlo, con quella brutta sensazione, quasi di panico, di non capire bene dove si trova.
Non è più nella sua bella camera della casa di Portland e non si può ancora dire che sia nella sua nuova camera nella casa di Bologna. Intorno regna solo la confusione creata dagli scatoloni del trasloco, certi già aperti e altri ancora sigillati, e dai vecchi mobili, carichi di cimeli e oggetti vari, rimasti al loro posto dal giorno in cui la mamma era andata a vivere in America.
Sembra di vivere in un accampamento in tempo di guerra, dove era difficile ritrovare anche solo le pantofole. E camminare scalzi sul pavimento di graniglia gelata non è il più piacevole dei risvegli.
Mentre aspettava che il tè si raffreddasse, sua madre Linda si è alzata per andare alla finestra, aprirla e poi accendersi una sigaretta. Non sta mai ferma, è peggio di un passero impegnato in un’inesauribile ricerca di cibo da beccare. Un’anima in pena.
Da quando sono arrivati a Bologna, poco più di una settimana fa, è diventata apprensiva, iperprotettiva come se si fossero trasferiti in un avamposto di frontiera oltre la quale c’è solo la giungla selvaggia.
– Te la ricordi la strada? Se vuoi ti accompagno. Guarda che non mi costa niente.
– Ciao, mamma.
Mentre scende le scale Teo sa che sua madre è ancora lì sullo stipite, in felpa e piedi nudi, perché anche lei al risveglio non ha trovato le infradito.
Sa che lo sta osservando con la paura, mai ammessa, di perderlo.
– Ciao, mamma! – ripete a voce alta, voltandosi di scatto e sfoggiando il più bel sorriso possibile in una piovosa mattina d’autunno mentre si va in una scuola nuova in un paese nuovo per la primissima volta.
Chissà come saranno i compagni. Chissà come saranno i professori.
La scuola, invece, l’ha vista qualche giorno fa.
È vecchia.
Mentre scende le scale di casa Teo contava i gradini. Non ha mai vissuto in un appartamento, tanto meno in un appartamento al quinto piano con un ascensore strettissimo dove non ci sta neanche la spesa, perché quel palazzo e tanti altri simili sono nati senza ascensore e per incastrarlo tra scale e muri durante la ristrutturazione si sono dovuti fare i salti mortali. Quando ci sale gli sembra di stare chiuso in un sarcofago ammuffit...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Registrazione n. 46 - 11 marzo - ore 4.42
- 1.
- 2.
- Registrazione n. 53 - 20 marzo - ore 3.14
- 3.
- 4.
- 5.
- Registrazione n. 25 - 17 dicembre - ore 2.22
- 6.
- 7.
- Registrazione n. 64 - 19 aprile - ore 3.26
- 8.
- 9.
- 10.
- Registrazione n. 84 - 9 maggio - ore 2.34
- 11.
- 12.
- 13.
- Registrazione n. 93 - 16 maggio - ore 3.12
- 14.
- 15.
- 16.
- 17.
- 18.
- Registrazione n. 100 - 22 maggio - ore 1.38
- 19.
- 20.
- 21.
- 22.
- 23.
- 24.
- 25.
- 26.
- 27.
- 28.
- 29.
- 30.
- 31.
- 32.
- 33.
- 34.
- 35.
- 36.
- 37.
- 38.
- 39.
- 40.
- Ringraziamenti
- Copyright