
- 208 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il mistero di Villa delle Ginestre
Informazioni su questo libro
Greta Sullivan si chiede da sempre di che colore sia la faccia di un morto: il mistero l'attrae. Villa delle Ginestre, la casa dei nonni dove sta andando a vivere per qualche tempo, non fa che accrescere questo genere di pensieri. Una notte viene risvegliata dal fragore di una finestra fracassata, e mentre alla villa arriva la polizia per interrogare tutti i presenti, Greta inizia un'indagine parallela per ritrovare il ladro, scomparso nel buio con i gioielli di famiglia. Sul luogo del delitto si ritrovano così due conti, una bambina, una cameriera e un giardiniere, tenuti d'occhio da un commissario sospettoso. Ma forse qualcun altro si nasconde tra le ombre...
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2020Print ISBN
9788856674125eBook ISBN
97888585241141
La morte è imminente
Greta Sullivan se lo chiedeva da un po’. Era una di quelle domande segrete che non poteva fare a nessuno, non certo a sua madre, men che meno alla signorina Bennett, e neppure a suo padre (peccato, perché lui era stato in guerra perciò lo sapeva di sicuro). Che colore ha la faccia di un morto?
Nei racconti dell’orrore era bianca o gialla, ma quella mattina un articolo sul Morning Chronicle parlava di un tizio strangolato trovato “con il volto cianotico” e Greta sapeva che cianotico voleva dire blu. Quindi?
Il mistero s’infittiva.
Ah, se almeno avesse visto un cadavere da vicino! Certo, era stata al funerale del vecchio Winterbottom, ma l’avevano obbligata a sedersi nell’ultima fila con il divieto tassativo di avvicinarsi alla bara. Così Greta era rimasta nel dubbio, e ogni tanto ci ripensava, soprattutto quando si trovava a fare da sola qualcosa di eccitante o insolito, e quindi anche adesso, seduta su una panca di velluto troppo larga, nel vagone troppo vuoto di un treno che viaggiava troppo veloce.
La locomotiva sfrecciava nella notte sbuffando grandi nuvole di fumo color inchiostro. Le ruote di ferro stridevano e sferragliavano con rabbia, mentre il macchinista cercava di recuperare il solito grosso ritardo correndo alla massima velocità.
Minuscola su quella panca gigantesca, Greta sembrava ancora più piccola dei suoi otto anni. L’incedere furibondo del treno la sballottava a destra e a sinistra facendola dondolare come uno spaghetto cotto.
Ogni tanto sbirciava la valigia di pelle che il capotreno le aveva sistemato sulla reticella per i bagagli. Era grande. Pesante. Aveva il fondo rinforzato con piedini di ferro che lampeggiavano minacciosi ai lumi del vagone. Se le fosse caduta in testa l’avrebbe uccisa sul colpo. Sarebbe stato un attimo, il collo si sarebbe spezzato con un semplice croc, neppure tanto forte, e lei sarebbe crollata sul pavimento per non rialzarsi mai più.
La faccenda la intrigava.
Cosa avrebbe provato in quell’istante? Era vero che, quando stavi per morire, la vita ti scorreva davanti come al cinematografo? In quel caso sarebbe stata una visione breve, perché a otto anni una ragazza non è neanche a metà della vita. E però, quante cose aveva fatto! Sarebbe stato un film interessante, sissignori, con almeno tre colpi di scena e anche un cane parlante.
Forse. Non era del tutto sicura che quel setter di Blackpool, l’estate prima, le avesse detto: “Buona la carne di manzo”. Lei andava di fretta, non si era fermata a fare conversazione: aveva perso l’occasione di conversare con l’unico cane parlante del mondo? Otto anni e già un così grave rimpianto! Dopo quella volta si era ripromessa di non avere mai più fretta in vita sua.
Il treno scodò con violenza e la reticella fece il verso di una giraffa che inciampa al galoppo. Greta guardò in alto e stabilì che la valigia non sarebbe caduta. Non per il momento.
Allora tornò a osservare i suoi compagni di viaggio.
Contava sei persone nel vagone, oltre a lei, ma solo una calamitava la sua attenzione. Un uomo.
Era enorme, una specie di orango con la camicia color vino e il petto così gonfio di muscoli che i bottoni sembravano lì lì per saltare via. Aveva le maniche rimboccate e dagli avambracci spuntavano certi peli duri e neri che potevano essere usati come aghi da cucito. Il naso aveva qualcosa di strano, sembrava un foglio di carne accartocciato. E la guancia sinistra aveva una cicatrice a forma di lucertola che si arrampicava su fino alla tempia. Ma la cosa più straordinaria erano gli occhi: in mezzo a quella faccia da scimmia brillavano due occhi verdissimi e intelligenti. Quelli non erano gli occhi di un orango, ma di un inventore, di un mago. Di qualcuno che sapeva cose segrete.
Greta lo fissava rapita, anche se l’uomo non dava segno di badarvi. Ogni tanto le lanciava un’occhiata di sguincio e poi tornava a guardare fuori dal finestrino. Non che ci fosse niente di interessante, là fuori. Solo buio, il nero pastoso della campagna inghiottita dalla notte.

– Tutto bene, signorina?
La faccia tonda e soda del capotreno colse la bambina di sorpresa.
– Oh. Sì.
– Non capita spesso di avere passeggeri così giovani!
Greta sollevò il mento con serietà. – Ho quasi nove anni.
L’uomo soffocò un sorriso. – Mi raccomando, se ha bisogno di qualcosa non esiti a informarmi. Ho promesso alla sua istitutrice che avrebbe viaggiato con ogni comodità, e sono un uomo di parola, io!
– Quanto manca?
– All’arrivo? Oh, pochissimo. Little Moss è la prossima stazione.
– Grazie.
Il capotreno esitò. Se quella fosse stata sua nipote, col cavolo che l’avrebbe lasciata viaggiare da sola. Di sera, per giunta! I Sullivan dovevano essere degli egocentrici. Capitava sovente con i ricchi. Facevano figli per ricevere le congratulazioni, poi li schiaffavano in braccio a una balia e una volta cresciuti li affidavano a un istitutore per dimenticarsene finché non fossero diventati adulti. I soldi facevano male alla famiglia, altroché. Lo sapeva bene lui, che con il suo stipendio da ferroviere poteva permettersi solo un appartamento di periferia, e però aveva una nidiata di figli e nipotini che gli scaldavano il cuore. Una bambina così, viaggiare fino in campagna… bah. Certa gente non si rendeva proprio conto.
– Si sente male?
La voce della bambina lo riscosse.
– Mmm? Io?
– Be’, è rimasto impalato a guardare il vuoto. Pensavo che forse aveva un malore. I malori sono molto frequenti sui treni.
Il capotreno si affrettò a rassicurarla: – Sto benissimo, signorina. Nessun malore.
– Immagino che qualcuno sia morto su questo vagone – proseguì la bambina, guardandosi attorno con morboso interesse. – Lei ha mai visto un morto, signore?
– Un morto? Ma per l’amor del cielo, no! Voglio dire… non certo qui!
– Da qualche altra parte? In guerra?
L’uomo cominciava a provare un certo disagio. – Ma signorina… Non sono pensieri da farsi, questi! Non alla sua età…
La bambina sospirò. – Peccato.
– Perché non si prepara all’arrivo, eh? Siamo quasi a Little Moss ormai. E adesso, se vuole scusarmi…
Le rivolse un sorriso incerto e si allontanò in tutta fretta.
Quel breve scambio aveva attirato l’attenzione dell’orango, che ora fissava Greta con maggiore interesse. La bambina arrossì e fece scivolare gli occhi su un altro passeggero, un tipo lungo e secco che dormiva sepolto sotto un cappello di feltro. Russava con la bocca aperta, le gambe allungate in avanti e i gomiti piantati nei braccioli. Sembrava un appendiabiti che cerca di star comodo in poltrona.
Dietro di lui sedeva una donna rossa e lentigginosa, con una bella cuffia inamidata e un enorme neo sul mento da cui fioriva un ciuffo di peli. Teneva in grembo un cesto di vimini imbottito e ogni tanto vi infilava una mano, rimestando misteriosamente.
Greta sentì la porta scorrevole che si apriva alle sue spalle, e il pesante capotreno ripassò veloce facendo scricchiolare il pavimento del vagone. Proprio allora una costellazione di luci arancioni disposte in righe e colonne sfilò al di là del finestrino. Erano i lumi di un cimitero. In quella notte buia e fredda parevano stranamente allegri, energici. Scaldavano il cuore.
Il treno fischiò, poi iniziò la stridula frenata. L’orango non aveva smesso di osservare Greta, mentre si strofinava i palmi delle mani sui pantaloni.
– LITTLE MOSS! Stazione di Little Moss! – annunciò la voce del capotreno. – Anche questa sera ce l’abbiamo fatta!
Il tizio che russava si drizzò il cappello di scatto e con quattro balzi fu fuori dal vagone. Greta lo vide attraversare il marciapiede a grandi falcate. Doveva essere un tipo impaziente.
A quel punto la donna lentigginosa sollevò la cesta e si alzò, passando accanto a Greta con un sorriso. Dentro il canestro c’era un neonato addormentato con due guanciotte che sembravano albicocche mature.
Anche l’orango si alzò. Rimase impalato qualche istante, in tutta la sua possenza, poi stirò la schiena. Lo scrocchio risuonò come una cascata di ghiaia dentro un secchio di lamiera. Era davvero enorme. Avrebbe potuto spaccare una quercia con un pugno, Greta ne era sicura. Forse dopo averla spaccata l’avrebbe mangiata, ma non tutta. Avrebbe tenuto un paio di rami come stuzzicadenti per togliersi le schegge dalle gengive.
L’uomo mosse due passi verso di lei, quando il capotreno lo aggirò tutto trafelato.
– Mi scusi per l’attesa, signorina! – ansimò, mentre si allungava per prendere la valigia di Greta. – Aveva solo questa?
La bambina annuì e si lasciò scivolare a terra.
Poi cercò l’orango con gli occhi, ma era sparito.
2
La prigione fiorita
– Trasferito?
– Trasferito.
Shakespeare non poteva dire che non se l’aspettasse.
– Non è una punizione, sia chiaro – precisò il sovrintendente. – Il suo stato di servizio, ispettore Shakespeare, è e resta eccellente. Ma l’aria di Londra si è fatta… come dire… pesante. Non la trova pesante, Shakespeare? Ecco. E allora lei mi deve considerare questo trasferimento come un’opportunità. L’occasione di lavorare in un luogo più sereno, più… più pulito. Aria buona, Shakespeare! Altro che questa cappa di smog che ci raschia via i polmoni. La prenda come una vacanza. Anche se di lavoro. Poi appena possibile io la richiamo qui, magari con una bella promozione, e lei mi torna rinvigorito. Allora, lo vede che non è una punizione?
Ovviamente lo era. Il sovrintendente voleva Shakespeare fuori dai piedi, il prima possibile, grazie e tanti...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1. La morte è imminente
- 2. La prigione fiorita
- 3. Uno studio soffocante
- 4. La Villa delle Ginestre
- 5. Il messaggio segreto
- 6. Nascosto nel buio
- 7. Fantasmi, occhi da rana e cani pechinesi
- 8. Il verbale del sergente Pennington
- 9. Due indizi importanti
- 10. In trappola
- 11. Dentro o fuori?
- 12. Un segreto inconfessabile
- 13. Gli affari sono affari
- 14. L’incappucciato
- 15. Senza macchia
- 16. L’uomo rana
- 17. Qualcuno ha rubato, ma non io
- 18. Il cestino delle esche
- 19. Le manette sono inutili
- 20. Venuto da un altro mondo
- 21. Il tassello mancante
- 22. La crisi più terribile
- 23. Le cose che non sembrano
- Ringraziamenti
- Copyright