Una nuova indagine per Kate Burkholder
L'anima del male, il nuovo thriller di Linda Castillo, è un capolavoro di suspense, atmosfera e colpi di scena, dalla penna di una vera maestra del genere.
Sono molti i segreti sussurrati di bocca in bocca a Painters Mill. Nelle case degli amish, in cui il tempo sembra essersi fermato e l'unica luce è quella delle lanterne a olio, ci sono cose che non devono essere dette ad alta voce. Mai.
Lo sa bene Kate Burkholder, capo della polizia della piccola cittadina sprofondata nelle campagne dell'Ohio, un tempo amish lei stessa, prima che ogni cosa cambiasse nella sua vita. Ma il passato, per il comandante Burkholder, non è che un capitolo chiuso: Kate non crede nelle ferite aperte. Soprattutto adesso che la sua vita sembra finalmente sul binario giusto.
È per questo che, sfidando il silenzio e la nota ritrosia della comunità amish, è decisa a venire a capo della morte di Daniel Gingerich, diciotto anni, bruciato vivo nel rogo di un fienile. Daniel era un ragazzo devoto al culto amish e gran lavoratore: la sua morte appare come un crudele scherzo del destino. Ma il comandante Burkholder ha il sospetto che non ci sia nulla di accidentale nella sua atroce fine. Decide così di indagare, scavando tra le bugie, i legami, il passato di quelli che lo conoscevano, arrivando a scoprire i tremendi lati oscuri della vita del giovane Daniel. E di chi, nonostante tutto, ne sta proteggendo il ricordo.

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- Italian
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L'anima del male
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9788856670950
1
Sei mesi dopo
Si era messo in tiro. Jeans, maglietta bianca e gli stivali da cowboy che aveva comprato per una cifra spropositata al negozio di abbigliamento occidentale nella cittadina vicina, Berlin.
Lasciò la stanza e uscì nel corridoio buio, fremendo di impazienza. Non gli piaceva il suo lato nascosto, la parte di sé che ormai stentava a riconoscere. Ma non c’era modo di annullarla e aveva imparato a conviverci. In qualche modo l’aveva accettata.
La porta della stanza dei suoi genitori era socchiusa, e sentiva suo padre russare. Quella della camera delle sorelline, invece, era aperta per metà. La superò sorridendo, gli sembrava quasi di sentire il loro dolce profumo. La terza porta era chiusa: sua sorella più grande aveva preso quell’abitudine più o meno da un anno. Stava crescendo anche lei. E anche le ragazze hanno i loro segreti.
La possibilità di venire scoperto non lo preoccupava più di tanto: in fondo era in pieno rumspringa. Negli ultimi mesi aveva fatto più o meno tutto quello che gli andava, mentre i suoi genitori fingevano di non vedere. D’altra parte, era il rito di passaggio dei ragazzi amish, e non c’era nulla che potessero fare. Aveva assaggiato il whisky, comprato la sua prima macchina, preso la sua prima sbronza e fumato la sua prima sigaretta. Restava fuori fino a tardi e tornava a casa a orari improponibili. Mamm e datt non approvavano, lo sapeva, ma tenevano a freno la lingua e giustificavano il suo comportamento davanti alle sorelle. «Sta lavorando tanto...» dicevano, e intanto pregavano per la sua anima. Faceva tutto parte dell’educazione amish. La parte migliore, forse.
La casa era buia e silenziosa, l’unica luce proveniva dalle finestre del salotto, grigi rettangoli gemelli murati nell’oscurità totale. L’aroma della lampada a olio e degli avanzi dei sandwich abbrustoliti che avevano mangiato a cena si mescolava all’aria fresca che filtrava attraverso le zanzariere. Si sfilò il biglietto dalla tasca ed entrò in cucina. Fermo accanto al tavolo, estrasse la piccola torcia dalla tasca posteriore dei pantaloni, puntò il fascio di luce sulla carta e lo rilesse per l’ennesima volta.
Ci vediamo nel fienile a mezzanotte. Non te ne pentirai, lo prometto. :-)
L’aveva scritto con un inchiostro viola. C’erano dei cuori al posto dei puntini sulle «i» e piccoli graziosi ghirigori sulle «t» e le «p». La faccina gli strappò un sorriso. Quasi non poteva credere di essere riuscito a convincerla: dopo settimane di lusinghe e un centinaio di notti insonni, preda di un desiderio sempre più impellente, finalmente sarebbe stata sua.
Non c’era tempo da perdere.
Mentre usciva dalla porta sul retro pensò, infastidito, che aveva dimenticato di lavarsi i denti. La notte era umida e ventilata, il cielo punteggiato da migliaia di stelle. A est un sottile spicchio di luna accarezzava le cime degli alberi. Di fronte a lui, a una cinquantina di metri di distanza, riusciva a malapena a scorgere il profilo del fienile. I suoi piedi scricchiolarono sulla ghiaia mentre percorreva il vialetto e imboccava la strada in salita. La porta scorrevole era leggermente scostata. Datt la chiudeva sempre per tenere volpi e coyote lontani dalle galline. È arrivata, pensò, sentendosi attraversare da una scarica elettrica tanto forte che le sue gambe tremarono, e incespicò.
Entrò, accolto dall’odore intenso dei cavalli e del fieno. Era buio pesto, ma conosceva ogni centimetro di quel posto e, anche se non riusciva a vedere a un palmo dal suo naso, sapeva esattamente dove trovare la lanterna. Allungò la mano per prenderla, ma per qualche motivo non era al suo posto.
«Cazzo» sussurrò, estraendo la torcia dalla tasca dei pantaloni. La accese e le ombre si ritirarono, rivelando un universo fluttuante di pulviscoli argentei di polvere.
«Ehi?» chiamò. «Sei qui?»
Rimase in ascolto, ma non ci fu risposta.
Stupito, si avvicinò al carro carico del fieno che lui e datt avevano raccolto il mese precedente. Lì accanto giaceva abbandonato lo spargiletame con la ruota rotta che aveva promesso di riparare una settimana prima. Si chiese fra sé come mai i cavalli, dagli stalli, non avessero salutato il suo ingresso. Adoravano gli spuntini e di solito non si facevano scrupoli a chiederli. Si avviò alla scala che conduceva al piano rialzato dove conservavano i sacchi di iuta pieni di avena, grano e becchime per i polli. Si fermò, spostando la torcia da destra a sinistra. Sorrise quando notò il sottile fascio di luce che filtrava sotto la porta della selleria.
«Dove ti nascondi? Vieni fuori!» Abbassò la torcia e iniziò a percorrere il corridoio. All’inizio gli sembrò strano che avesse scelto proprio la selleria, ma, a pensarci bene, quell’ambiente era piccolo e pulito, il pavimento di legno veniva spazzato tutti i giorni e profumava di cuoio e sapone. Era il posto in cui riponevano i sottosella, le cavezze e i finimenti. E, soprattutto, la porta era dotata di una serratura. Datt si era convinto a installarla dopo che, un paio di mesi prima, gli avevano rubato una cavezza, una sella e due bardature di cuoio. Sapeva che era stato l’Englischer in fondo alla strada. Probabilmente aveva venduto tutto all’asta di Millersburg per un po’ di contanti. Quel tizio era un ladro. E un ubriacone, per giunta.
Non l’aveva ancora vista ma, man mano che si avvicinava alla selleria, sentiva crescere l’eccitazione, quella che suo padre chiamava lusht. L’aveva più volte messo in guardia dal suo potere. Ma che ne sapeva un vecchio della lussuria? Ricordava cosa significa avere diciotto anni? E se Dio l’aveva messa nel cuore degli uomini, come poteva essere cattiva?
Raggiunta la selleria, girò la maniglia e aprì la porta. La stanzetta era inondata da una luce dorata. Si sentiva l’odore del cuoio lucidato di fresco e del cherosene. Due sottosella erano stati adagiati sul pavimento. Una candela fissata a un piattino bianco tremolava su una vecchia tanica da quasi duecento litri. Aveva persino portato una bottiglia di vino. Due bicchieri di plastica, di quelli con lo stelo. Il suo sorriso si trasformò in una risata.
«Manca soltanto una persona...» sussurrò, sapendo che lei doveva essere a portata d’orecchio, in ascolto. «Chissà dov’è...»
Con i sensi allertati, certo della sua vicinanza, spense la torcia e si avvicinò ai sottosella. La bottiglia di vino era già stappata. Sistemò la torcia sulla tanica e si sedette a gambe incrociate, appoggiando le mani sulle ginocchia.
«Se non viene fuori in fretta dovrò bere questo vino tutto da solo» disse a voce un po’ più alta, aspettandosi di vederla entrare da un momento all’altro, sorridente e pronta a offrirsi a lui. Il suo membro si era già indurito, il respiro si era fatto affannoso. Fantasticava sul calore di quel corpo morbido contro il suo, sul seno sodo, e gli sembrava incredibile che quella notte avrebbe potuto farla sua.
Si allungò per prendere la bottiglia e si versò un bicchiere, pregustando il sapore dolciastro del vino rosso sulla lingua. Stava pensando a tutto quello che avrebbero fatto di lì a poco quando la porta cigolò. Un breve fremito di impazienza, poi il battente si chiuse con uno schianto tale da far tintinnare le cavezze appese lungo la parete.
Allarmato, posò la bottiglia e si alzò.
Quando sentì il rumore della serratura che si chiudeva corse alla porta. «Che stai facendo, piccola?» Provò a smuovere la maniglia, inutilmente.
«Ehi!» chiamò. «Piccola... guarda che me la paghi!»
Dei rumori attirarono la sua attenzione. Un oggetto trascinato sul pavimento. Qualcosa di pesante che colpiva la porta. Perplesso, scosse lievemente la maniglia e scoppiò in una risata forzata. «Cosa stai combinando?»
Avrebbe voluto dirlo in tono leggero, ma la voce tradiva la sua tensione. Non era dell’umore giusto per quel genere di scherzi. Non quella sera.
«Andiamo, dai!» sbottò. «Basta giocare! Vieni qui a farmi compagnia...»
I rumori cessarono. Incuriosito, posò l’orecchio contro la porta e ascoltò. Niente.
«Se mi costringi a buttarla giù te ne pentirai, giuro!» Cercò di mantenere un tono allegro e sembrare spensierato, ma iniziava a perdere la pazienza. «Mi senti?»
Aspettò un momento. Gli sembrò di udire dei passi. Legno che raschiava contro altro legno. Che diamine stava combinando?
«Va bene, piccola. Come vuoi tu...» Scosse di nuovo la maniglia, reprimendo un’ondata di irritazione. «Vorrà dire che mi verserò un bicchiere di vino e lo berrò senza di te.»
Nessuna risposta.
Si allontanò un po’, puntò la spalla contro il legno e spinse per saggiarne la resistenza. La porta tremò, ma non si aprì. Accigliato, scosse di nuovo la maniglia.
«Andiamo, piccola, fammi uscire. Non so cosa ho fatto, ma mi farò perdonare.» Nessuna risposta. Stava iniziando ad arrabbiarsi. Diede una spallata alla porta. Un tremolio lo fece ben sperare. Stava per darne un’altra quando si accorse dell’odore di fumo. Non erano le candele e nemmeno la lanterna. Non era una sigaretta. Qualcosa stava bruciando.
Imprecando fra sé, abbassò lo sguardo e contemplò allarmato le volute di fumo che filtravano da sotto la porta. Qualcosa stava andando a fuoco. Legno e paglia, forse cherosene. Che diavolo...?
Abbandonò ogni finta allegria e colpì la porta a palmi aperti. «Apri!» gridò con rabbia. «Qui brucia tutto, piccola! Andiamo. Non è divertente!»
Fece un passo indietro, prese la rincorsa e diede un’altra violenta spallata alla porta. Il legno scricchiolò, ma non cedette. Lo tastò con la mano, la superficie era calda. Ma cos’era? Una specie di scherzo? Cosa le era saltato in mente?
«È pericoloso!» gridò. «Smettila di scherzare e apri questa porta. Subito!»
Rimase in ascolto, ma sentì soltanto il crepitio delle fiamme. Brividi di paura gli risalirono la nuca, scariche di terrore simili ad artigli affilati gli arpionarono la spina dorsale. Indietreggiò di un passo e sferrò un calcio contro il legno, vicino alla maniglia. Un altro scricchiolio. Sollevò la gamba e colpì di nuovo. Una parte dello stipite si spezzò. Adesso riusciva a intravedere l’ottone della serratura. Il fumo continuava a filtrare da sotto la porta, scuro, denso e soffocante. Iniziò a tossire.
«Andiamo!» gridò. «Ma sei completamente pazza? Apri questa porta!»
Tossendo, arretrò di nuovo e si lanciò in avanti, colpendo di schianto la porta con una spallata. Avvertì una fitta di dolore alla clavicola, ma non gli importava. Il battente si era aperto di un centimetro. Spinse con tutte le sue forze. Qualcosa stava bloccando la porta. Qualcosa di troppo pesante da spostare. Fiamme e fumo attraversarono lo spiraglio, bruciandogli il viso e le mani e facendogli lacrimare gli occhi. Sentì l’odore bruciacchiato dei suoi capelli e della maglietta. Incespicò all’indietro, sconvolto dalla violenza dell’incendio, incredulo al pensiero che lei potesse essere stata tanto irresponsabile. E che quell’incubo fosse vero.
«Ehi! Va’ a chiamare aiuto!» Si guardò intorno disperato e afferrò la bottiglia di vino, l’unico liquido che aveva a disposizione, e infilò il collo nello spiraglio. Il vino schizzò sul fuoco e sulla porta, ma non servì a nulla. Anzi, sembrava che l’incendio lo bevesse e gliene chiedesse dell’altro.
Un’ondata di calore lo costrinse ad arretrare. Il fumo continuava a entrare attraverso lo spiraglio, nere volute incandescenti che si torcevano e salivano, tormentandolo, lambendo la sua pelle. Affondando il viso nell’incavo del braccio, si scagliò di nuovo contro la porta. Il fuoco gli ustionò la spalla, il lato del viso e l’orecchio, ma non sentì il dolore. La serratura aveva ceduto e lui aveva guadagnato un altro centimetro. Per un istante il suo cuore si aprì alla speranza, ma nel giro di una manciata di secondi dallo spiraglio entrò un’ondata di fiamme feroci e affamate di nuovo combustibile che prese a inghiottire il legno secco, mangiando il pavimento.
«Aiuto!» gridò. «Cazzo! Aiuto!»
Dall’apertura continuavano a entrare fiamme e fumo. Il calore gli scottava il viso, gli arroventava i polmoni, rendeva l’aria irrespirabile. Si sentiva ansimare e boccheggiare, a ogni respiro gli sembrava di avere un attizzatoio incandescente piantato in gola. Si guardò intorno tossendo, cercando qualcosa, qualunque cosa, da usare per aprirsi una via di fuga.
Attraverso la barriera di fumo intravide la rastrelliera artigianale per le selle: due tavole di legno che formavano una V capovolta inchiodata alla parete. Spostò la sella con una spinta, sollevò il piede e colpì le tavole con lo stivale. I chiodi si staccarono con uno stridio e la struttura si inclinò. La colpì di nuovo e le tavole cedettero, rovinando sul pavimento. Si sentì attraversare da una nuova ondata di speranza e sollevò un’asse, l’impugnò come se fosse una mazza e l’abbatté sulla porta. Una volta. Due.
Al terzo colpo l’asse aprì uno squarcio nella porta. Un attimo di sollievo, poi con un boato lo spiraglio venne inghiottito dall’incendio, una bestia feroce avvolta da vampe tanto alte da lambire il soffitto.
Il panico gli squarciò il petto. Le fiamme ormai erano fuori controllo. Il piano rialzato era occupato da una trentina di balle di fieno, secche e infiammabili, un arsenale pronto a esplodere. Se l’incendio le avesse raggiunte, non ne sarebbe uscito vivo.
Arretrò, tossendo e imprecando. Il caldo era diventato insopportabile e c’era troppo fumo. Si strappò di dosso la maglietta e si mise in ginocchio, premendosi il tessuto sul naso e sulla bocca. Si distese sulla schiena, sollevò le gambe e sbatté violentemente le suole degli stivali contro la porta. Una volta. Due.
La porta cedette. Fu investito da una pioggia di legno, cenere e scintille, i tizzoni gli ustionarono il petto nudo, le braccia e il viso. Un flusso d’aria bollente lo colpì in pieno. Fumo acre in bocca e negli occhi. Attraverso la caligine intravide i carboni ardenti sui suoi jeans, il tessuto che bruciava, sentì il dolore acuto delle ustioni. Provò disperatamente a spostare i tizzoni, ma erano troppi. Faceva troppo caldo. Non c’era aria. Dio...
Le fiamme fecero irruzione nella stanza, il cal...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’anima del male
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- Ringraziamenti
- Copyright