«Gee, vado di sopra a fare pipì, il bagno di sotto è occupato» gridò Lila dal corridoio. Georgia cercò di calmarsi. Doveva preparare l’insalata e mettere i cucchiai sul tavolo.
Non c’era motivo di andare nel panico. Larissa aveva svuotato i cestini. Era meticolosa, era per quello che la pagava così tanto. E lei stessa aveva ricontrollato le pattumiere, lucidandole fino a farle brillare. A Charlie non erano mai piaciuti i cestini dell’immondizia in bagno. Diceva che facevano un po’ troppo “provincia”, un’espressione che usava spesso per tutto ciò che a suo parere era piccolo-borghese. Un po’ da nuovi ricchi. Tutte cose che apparentemente sarebbe stato disastroso essere. Non avrebbe mai ammesso il suo snobismo con nessuno tranne che con la moglie. La sua carriera glielo impediva. Anche lasciarselo sfuggire con un membro della stampa rischiava di gettare discredito sul suo partito e mandare all’aria le sue ambizioni. Era un segreto ben custodito. La maggior parte dei parlamentari nascondeva amanti o seconde case, mentre Charlie mascherava il suo snobismo. Ultimamente il partito, che si era sempre occupato di chi ha i soldi e vuole tenerseli, doveva comportarsi come se il denaro non gli interessasse affatto. Come se potessero davvero ingannare qualcuno. Scuole private a partire dagli otto anni, poi Oxford e infine l’esercito. La gente era veramente così stupida da pensare che Charlie potesse essere “uno di loro”? Sembrava di sì. Non avrebbe avuto tanto successo se non fosse stato così bravo a recitare la sua parte. Georgia poteva non capire molto di ciò che faceva Charlie, ma questo le era ben chiaro.
Forse era per quello che era così educato con i suoi genitori. Si allenava a parlare con persone che avrebbe potuto guardare dall’alto in basso. Loro lo adoravano, ovviamente. Lui diceva sempre che condivideva con il suocero lo stesso senso dell’umorismo, ecco perché andavano così d’accordo. Ma Georgia sapeva che c’era di più. I suoi si prostravano ai piedi di Charlie perché lo ammiravano. Pensavano che la sua istruzione e le sue origini, il suo titolo e il suo accento lo rendessero l’uomo perfetto. Ogni Natale, quando arrivavano alla casetta felice dei suoi genitori, Georgia vedeva sua madre fare di tutto per compiacerlo e arrossire quando lui si complimentava per il suo buon gusto, e avrebbe tanto voluto dire loro che li stava solo prendendo per il culo, e appena fossero ripartiti si sarebbe fatto beffe delle loro buone maniere. Non aveva mai detto niente, però. Li avrebbe soltanto umiliati. Avrebbe spezzato loro il cuore. Consideravano Charlie come un figlio (a differenza dei consuoceri, che sembravano considerare Georgia poco più di un soprammobile che una volta, per sbaglio, aveva chiamato “bagno” la toilette).
Ma era per questo che lei anni prima se l’era presa tanto quando gli aveva proposto di comprare le pattumiere cromate da Peter Jones. E quando lui aveva detto che «fanno un po’ troppo “provincia”» si era sciolta in calde lacrime di rabbia, balbettando in cerca di parole, ma incapace di fargli capire perché era tanto furiosa, imbavagliata dal suo stesso dolore. Charlie era mortificato. L’aveva riempita di baci, aveva spalancato gli occhi e assunto un’espressione terrorizzata, sembrava pronto a fare qualunque cosa purché smettesse di piangere. E Georgia si era calmata, perché non sopportava l’idea di spaventarlo. Avevano comprato le pattumiere provinciali ed erano tornati a casa insieme in taxi, finendo a letto un attimo dopo aver attraversato la porta. Era la prima volta che cercavano di fare un bambino. O meglio, la prima volta che non facevano niente per impedirlo. Non erano pronti, non proprio. Lei aveva ventisei anni all’epoca. Troppo giovane, o almeno era quello che si era detta. Forse era stato quello l’errore. Forse, se avessero iniziato allora a provarci seriamente, le cose sarebbero andate in maniera diversa.
Ma sul momento era stato un sollievo quando le era arrivato il ciclo, due settimane dopo. Aveva festeggiato con un bicchiere di vino, ridacchiando con Lila per aver schivato un proiettile. Voleva divertirsi ancora un po’ prima di diventare mamma.
Nel pomeriggio aveva perlustrato la casa svuotando ogni cestino e facendo sparire ogni test di ovulazione e di gravidanza. Aveva avvolto tutto in un sacchetto di plastica e lo aveva buttato nel bidone in fondo alla strada. Non poteva correre rischi. Se qualcuno fosse finito nel suo bagno e ne avesse trovato uno (quella ficcanaso di Lila era la prima della lista), non avrebbe retto all’imbarazzo. Per fortuna Charlie era al lavoro. Trovava già abbastanza strano il modo in cui lei si comportava con Nancy e Lila. Non riusciva a capire perché non volesse dire loro della fecondazione in vitro. «Sono tue amiche» la confortava. «Ti starebbero vicine.» Non aveva idea di quanto si sbagliava.
«Georgia?» Lila era tornata. Lei sobbalzò, rendendosi conto di essersi distratta per un bel po’. «Sei strana, cos’hai?»
«Non sono strana» rispose in tono piatto, portando in tavola una caraffa d’acqua anche se nessuno l’avrebbe bevuta.
Come antipasto, Georgia aveva preparato delle pesche grigliate. L’idea era servirle con rucola, aceto balsamico e strisce di halloumi caldo. Ma il “giro” con Nancy le aveva fatto perdere tempo e adesso le pesche erano troppo cotte. Alcune erano accettabili, altre si erano trasformate in una poltiglia arancione. Selezionò con cautela le fette migliori, assegnandole a Nancy e Brett. Non le importava cosa sarebbe toccato a Roo e Charlie, e Lila era troppo impegnata a sbronzarsi per accorgersene.
«Vogliamo accomodarci?» suggerì, cercando di farsi sentire da tutti.
«Dove ci sediamo?» chiese Roo.
«Dove volete» rispose, fingendosi tranquilla. Perché non aveva previsto uno schema per i posti a sedere? Ci sarebbero voluti pochi minuti e sarebbe riuscita a tenere Lila lontana da Roo, con cui avrebbe sicuramente iniziato a litigare dopo il prossimo bicchiere, o da Brett, con il quale si sarebbe messa a flirtare.
«Voi due non potete stare vicini» disse Charlie a Roo e Lila. «È cattiva educazione sedersi vicino alla propria moglie. Tu mettiti lì, Brett, vicino a Nancy. Si prenderà cura di te.»
Il cuore di Georgia sprofondò quando Lila si accomodò a capotavola, lasciando vuoto soltanto il posto in fondo, vicino a Roo. Ci sposteremo per il dessert, si disse. Non voleva restare isolata per tutta la serata.
«Non c’è vino a tavola» protestò la voce infantile di Lila. Georgia non aveva neanche bisogno di guardarla per sapere che lo diceva con un broncio teatrale.
«Ho tirato fuori una bottiglia un minuto fa!» disse Charlie.
Georgia si voltò e vide Lila, seduta a gambe incrociate sulla sedia, girare a testa in giù una bottiglia di vino bianco. Ne sfuggì una minuscola goccia, planando sulla tavola.
«Maledizione, ragazzi. Di questo passo ci finirete le scorte.» Charlie rise della sua stessa battuta mentre si avvicinava alla cantinetta a prendere delle altre bottiglie. Non gli sarebbe mai venuto in mente di far sentire a disagio qualcuno sottolineando, per esempio, che un vino da quarantotto sterline andava gustato. Non ingollato come se fosse carburante per alimentare la prossima sbronza plateale di Lila.
Georgia si sedette e si ricordò subito perché non aveva mai messo il vestito che Lila l’aveva costretta a indossare. Le stringeva i fianchi e la pancia, aggrappandosi a ogni grammo di grasso.
«Sembra piuttosto buono» commentò Brett ad alta voce. La sua dedizione alla causa di passare una bella serata era ammirevole, soprattutto di fronte a un assortimento di ospiti tanto strano. Forse aveva sangue inglese.
«“Piuttosto” in America significa “molto”» spiegò Nancy. «All’inizio non me ne ero resa conto, ci sono stati diversi equivoci divertenti.»
«Piuttosto divertenti?» la prese in giro Brett.
Ah, davvero, tu vivi in America, Nancy? avrebbe voluto dirle Georgia. Non lo sapevo proprio, non ne parli mai!
«Tipo?» chiese Charlie.
Nancy piegò la testa di lato. «Come, scusa?»
«Che genere di equivoci divertenti?»
Nancy assunse un’aria offesa. «Non mi vengono in mente, così su due piedi.»
Charlie non disse niente, e tornò a guardare il piatto.
Georgia si sentì, e non per la prima volta, slealmente compiaciuta di quanto poco suo marito potesse soffrire la sua migliore amica. Aveva accennato alla cosa solo in qualche rara occasione. Ma ogni volta che le lanciava una frecciatina per lei era un piccolo trionfo.
Charlie non aveva mai osato suggerirle di tagliare i ponti con Nancy o chiederle perché fossero amiche. Si rendeva conto che doveva trattarsi di una magia profonda che lui non avrebbe mai capito. A Georgia questo piaceva. Aveva messo in discussione il loro rapporto una sola volta, quando si erano appena fidanzati. Una sera erano a letto insieme e, sfiorandole pigramente la pancia con la punta delle dita, le aveva detto: «Non chiedere a Nancy di farti da damigella».
Lei era rimasta scioccata. L’idea che Charlie si esprimesse sull’argomento le sembrava inconcepibile.
«Perché mai?» gli aveva domandato.
«Perché non ci tiene a farlo» rispose. «E se lo farà non ne sarà felice.»
Georgia aveva risposto che invece le avrebbe spezzato il cuore se non glielo avesse chiesto, e che loro due erano legate da una storia molto più vecchia di quanto Charlie potesse immaginare. Lui aveva sorriso, si era scusato e nel suo discorso il giorno del matrimonio aveva ringraziato Nancy per il suo incredibile sostegno. Quello che non sapeva era che farle da damigella d’onore sarebbe stata una vera e propria tortura. Avrebbe dovuto indossare un vestito, un bellissimo, costoso vestito leggero come una nuvola, vaporoso e rosa pallido. Perfetto per Lila, ma che sarebbe stato malissimo a lei, perché faceva a pugni con il suo taglio di capelli e il suo corpo spigoloso. Sarebbe dovuta restare al fianco di Georgia per tutto il giorno, a ripetere quanto fosse bella e quanto si meritasse una vita di felicità, senza potersi mai mostrare irritata o sarcastica. Avrebbe dovuto interpretare la perfetta damigella. E non aveva alcuna via d’uscita. Rifiutare, avrebbe significato mettere in dubbio la loro amicizia. O, peggio ancora, qualcuno alla festa avrebbe pensato che Georgia non glielo avesse chiesto. E così lo aveva fatto. Dio, che grande soddisfazione.
«Io una volta ho fatto una figura tremenda in America» intervenne Roo, con il bicchiere in mano. «Volevo mangiare qualcosa di sano e ho chiesto alla reception dell’albergo dove potevo trovare dei finocchi. Non suonava bene, lo ammetto.» Tutti risero della vicenda, che probabilmente era inventata, e che comunque non è che fosse proprio così divertente.
«Quindi andate a Parigi dopo?» chiese Georgia, rompendo il silenzio che si era creato.
«Non lasciar ordinare il vino a Nancy, mi raccomando!» rise Lila.
«Cosa?» chiese Brett, ridendo a sua volta. «Perché no?»
Nancy scoppiò in una risata falsissima. Georgia sapeva che non aveva molto senso provare tanta soddisfazione nell’osservare Nancy costretta a fingere modestia e a ridere di se stessa di fronte a Brett e a tutti quanti. Ma non ci poteva fare proprio nulla.
Nancy spiegò: «Ho sbagliato a ordinare una bottiglia di vino durante una gita scolastica a Parigi – all’epoca il mio francese non era il massimo – e si è scoperto che costava quasi settecento euro. Abbiamo dovuto chiamare mio padre e chiedergli un prestito».
Georgia rise, ma allora non era stato per niente divertente. Avevano tutte controllato i loro conti, cercando di racimolare i soldi per pagare, e Georgia si era sentita morire al pensiero di spendere i risparmi degli ultimi cinque anni per un terzo di una bottiglia di vino.
«E le vostre famiglie?» chiese Brett. «I vostri genitori sono tutti cool come quelli di Nancy? È una cosa inglese?»
«I miei sono a posto» disse Lila, agitando una forchettata di insalata. Continuava ad avvicinarla alla bocca, senza inghiottire niente. Georgia conosceva quella routine: faceva assaggiare parte del suo cibo a chiunque fosse seduto vicino a lei (anche se mangiavano tutti la stessa cosa). Cani e bamb...