Appunti sull’insurrezione armata di Clodio Albino
Riprenderò il racconto dell’incomparabile scalata al potere di Iulia.
L’impero, ancora una volta, seguendo l’esempio di Augusto, Tiberio e Claudio, si ritrovava con un imperatore che aveva nominato due successori col titolo di cesare. Augusto aveva fatto lo stesso con Gaio e Lucio, i suoi nipoti maggiori; Tiberio con Druso e Germanico; Claudio con Britannico e Nerone. Il fatto che di quei sei Cesari solo uno, Nerone, riuscì a divenire, effettivamente, imperatore – dopo aver complottato contro Britannico – non parve ostacolare la decisione di Settimio, che nominò cesare il figlio Bassiano con il nome di Antonino, eguagliandolo alla dignità e al diritto di successione di Clodio Albino. Severo guardava, evidentemente, all’esempio di Marco Aurelio e Lucio Vero, che governarono in qualità di coimperatori in maniera equilibrata e rispettosa. Forse Albino avrebbe accettato il nuovo statu quo.
Ma i giorni passarono e non giunsero notizie dai messaggeri che Severo aveva mandato in Britannia per informare Albino di quella nomina decisiva nella successione al potere imperiale. Nessuno lo diceva apertamente, ma tutti sapevano che quel silenzio prolungato da parte del governatore della Britannia non presagiva nulla di buono.
Tutti evitavano la spinosa questione durante le lunghe cene nelle quali l’imperatore si riuniva con i suoi ufficiali per dibattere sull’assedio di Bisanzio, i confini di Danubio, Eufrate o Reno, o di qualunque altro tema rilevante con cui intrattenersi nell’attesa di una risposta dalla Britannia.
Anche l’imperatrice evitava l’argomento.
Dobbiamo pensare che Iulia avesse agito con ingenuità, che non avesse previsto o calcolato la possibilità di una reazione violenta da parte di Albino? Ritengo di no. Ogni giorno che passa, alla luce degli avvenimenti succedutisi alla nomina di Antonino a cesare, mi è sempre più chiara l’idea che Iulia prevedesse una nuova guerra; semplicemente la considerava tanto necessaria quanto inevitabile.
Quanto a me, il mio progetto di recarmi in Egitto per ritrovare i libri segreti di Erofilo ed Erasistrato (se erano ancora in possesso di Eracliano ad Alessandria, come mi aveva svelato Filistione a Pergamo, e sempre che quello accettasse di mostrarmeli) si vide di colpo stroncato. La famiglia imperiale non voleva privarsi dei miei servigi in un momento di tale tensione politica e militare. Severo aveva il terrore di essere avvelenato e io avevo il compito di somministrargli regolarmente la theriaca. In verità, l’imperatore desiderava la mia presenza anche per timore che la stessa Iulia, il figlio Antonino o suo fratello Geta divenissero oggetto di eventuali cospirazioni. Ottenni dunque tempo e denaro per riscrivere le mie opere perdute durante l’incendio all’epoca di Commodo, così come mi aveva promesso l’imperatrice, e tutto ciò che desideravo. Ma di viaggiare in Egitto, non se ne parlava.
Ancora una volta, il destino mi impediva di impossessarmi di quei libri che custodivano i segreti dei medici più audaci, di coloro che si erano arrischiati a dissezionare corpi umani. Talvolta immaginavo che si trattasse di una leggenda e che né Erasistrato né Erofilo fossero mai esistiti. Però, dentro di me, sapevo che quello era solo un tentativo per consolare la mia frustrazione, nell’impossibilità di accedere a quei volumi misteriosi. In ogni caso, non potevo fare altro che aspettare. Nessuno era interessato alle mie aspirazioni.
L’unica cosa alla quale tutti coloro che mi circondavano riuscivano a pensare era cosa sarebbe accaduto all’Impero romano. Se Albino fosse insorto contro Severo, da che parte si sarebbe schierato il governatore della Tarraconense Novio Rufo con la sua legione VII Gemina di Hispania? E in questo caso, con lo scoppio di una nuova guerra civile, l’esercito del Reno, controllato dal misterioso Virio Lupo, chi avrebbe appoggiato? E le quattro legioni ai confini germanici? E quelle danubiane, sarebbero rimaste fedeli a Severo oppure, troppo esauste dopo aver combattuto contro Iuliano, Nigro, Osroeni e Adiabeni, avrebbero abbandonato il loro capo coinvolto in quell’infinita concatenazione di guerre? Era tutto da vedere. Lo stesso Severo cominciava a dubitare.
Solo Iulia, come al solito, si dimostrava certa sul da farsi. Sì, l’imperatrice doveva essere consapevole che forzando il marito a nominare cesare il loro primogenito si sarebbe scatenata un’altra guerra, probabilmente la più terribile. Però lei non arretrò mai di un passo. Nella sua mente, nei suoi piani, la parola ritrattare non esisteva quando si trattava della conquista del potere assoluto di Roma.
Pretorio dell’accampamento di Severo, di fronte a Bisanzio
Autunno del 196 d.C.
Bisanzio, ultimo baluardo della resistenza di Nigro in Oriente, dopo aver sopportato un assedio di vari anni senza cedere, alla fine cadde. Cominciarono i saccheggi. I centurioni non ricevettero alcun ordine di contenere la voracità e la brutalità dei loro uomini che avevano passato mesi e mesi a combattere in quell’interminabile assedio, vedendo morire presso quelle mura tanti compagni, colpiti dalle frecce dei difensori.
Non appena le porte si aprirono e le legioni si addentrarono fin nelle viscere della città, Severo si ritirò nella propria tenda e inviò messaggeri affinché suo fratello Geta e i tribuni e i legati Leto, Cilone, Alessiano, Candido, così come altri ufficiali, si riunissero in un urgente consilium augusti.
Ciò che sarebbe accaduto all’interno di Bisanzio non gli importava granché, al di là della speranza che i suoi legionari vedessero ripagati i loro sforzi con il bottino che avrebbero ottenuto dai saccheggi e con la soddisfazione derivata dalla distruzione completa della città.
Seduto sulla sella curulis, in attesa dell’arrivo dei suoi uomini di fiducia, l’imperatore era preoccupato da ben altre questioni.
Iulia, come sempre, stava in piedi alle sue spalle.
Tutti gli ufficiali, entrando, mostrarono la loro esultanza. Al contrario dell’imperatore, Iulia e Geta. I tre rappresentavano le uniche note discordanti nella allegria generale dovuta alla vittoria sull’ultimo bastione del deceduto Pescennio Nigro.
Alessiano fu il primo a notare quella differenza di umore tra loro e gli altri.
«Che succede, augusto?» domandò il marito di Mesa.
Severo inspirò profondamente prima di fare il suo annuncio.
«Clodio Albino ha interpretato la nomina di Bassiano a cesare come un tradimento del nostro accordo, si è proclamato augusto in Britannia e le sue tre legioni lo hanno acclamato imperatore.»
Tutti compresero la gravità della situazione. Una nuova guerra era inevitabile.
«Gli ho inviato dei messaggeri per riferirgli che la nomina di mio figlio non pretende di essere una minaccia alla sua posizione, però non ha voluto sentire ragioni. Vi ho convocati qui per valutare tutte le opzioni.»
E tacque, ma era sottinteso che quella riunione serviva anche a verificare il livello di appoggio di ognuno di loro alla famiglia imperiale severiana nel caso di una guerra civile.
Leto si fece avanti.
«Credo, augusto, di parlare a nome di tutti i presenti quando affermo che resteremo al fianco dell’imperatore Severo fino alla fine. Con una nuova guerra, sette o altre mille.»
Severo sorrise.
«La tua lealtà è confortante, Leto» disse. «Tuttavia ritengo che, in questo caso, sarebbe più giusto che fosse ognuno di voi a riaffermare in prima persona la propria adesione alla nostra causa. Chi non vuole imbarcarsi in un’altra guerra può dirlo. Tutti voi, qui, mi avete servito bene, con onore e coraggio, e avrete la mia stima per sempre. Se qualcuno vuole ritirarsi e non partecipare a questa contesa tra me e Albino, a me basta che si ritiri e non cospiri contro di me in senato, dove Albino possiede molti sostenitori, né impugni armi o muova truppe contro le mie legioni. Naturalmente, coloro che mi seguiranno riceveranno altre ricompense in denaro o cariche di prestigio non appena dominerò completamente l’impero mettendo fine a quest’ennesima ribellione. L’importante è che ognuno decida per se stesso. Dunque, mio fratello Geta, l’unico al quale ho anticipato la notizia dell’insurrezione di Albino, mia moglie Iulia e Leto hanno scelto di restare al mio fianco. Attendo la risposta degli altri e insisto col dire che chi deciderà di abbandonarmi non sarà per questo malvisto dalla mia famiglia né mai subirà rivalse di alcun tipo. Tuttavia voglio che ognuno di voi ci rifletta bene, perché non si accetteranno cambi di decisione: così come intendo dimostrarmi generoso e magnanimo, saprò anche essere implacabile e violento davanti a qualunque dissenso una volta cominciata la guerra contro Albino.»
Calò un lungo silenzio, durante il quale si poterono udire i respiri nervosi di tutti i presenti.
Iulia, con le mani appoggiate sulle spalle del marito, senza nemmeno rendersene conto le strinse con forza. Severo non s’infastidì per quel gesto istintivo della moglie; in realtà avvertiva appena la pressione delle sue mani su di lui, concentrato com’era sulla reazione di quegli uomini.
«Io faccio parte della tua famiglia» parlò per primo Alessiano. «Ne parlammo già a Isso, augusto, e la famiglia resta unita.»
Severo assentì.
«L’imperatore può contare su di me» disse Fabio Cilone.
«E anche su di me» si unì Candido.
E lo stesso risposero tutti gli ufficiali presenti. Nessuno si ritirò dal consilium.
Severo guardò Leto.
«Mi correggo, Leto» disse l’augusto. «La tua lealtà non solo è confortante, ma anche contagiosa.» E scoppiò in una risata a cui tutti i presenti si unirono.
Iulia allentò la stretta sulle spalle del marito. E, molto lentamente, ritirò le mani e fece un passo indietro. Aveva intuito che Severo voleva alzarsi. L’imperatore infatti si avvicinò al tavolo delle mappe e iniziò a dare istruzioni.
«Bene, allora cominciamo subito: per il momento permettiamo ai nostri legionari di soddisfare tutte le loro voglie saccheggiando Bisanzio. La città non merita alcuna clemenza. Poi ci muoveremo verso occidente, però voglio che Cilone e Alessiano ci precedano per avere conferma della lealtà delle province del Danubio e delle altre regioni. Cilone, tu ti recherai in Bitinia, dove hai esercitato come governatore, e da lì in Mesia Superiore. Tu, Alessiano, andrai direttamente a Singidunum1. Voglio essere sicuro che la legione IV Flavia Felix resti dalla nostra parte. Gli altri partiranno, con me in testa, per Viminacium, dove si trova la legione VII Claudia. Ci assicureremo la sua lealtà e poi quella delle altre truppe del Danubio. Da lì vedremo quali sono stati i movimenti di Albino, quante adesioni ha ottenuto, e decideremo se marciare contro di lui o recarci prima a Roma. Ho dato ordine a Plauziano di sondare quante possibilità ci sono in senato per dichiarare Albino nemico pubblico, cosa che ovviamente si potrebbe ottenere con la forza, ma questo non porterebbe i senatori ad appoggiarmi. So che molti di loro vorrebbero vederci sconfitti. Non capiscono che il potere non risiede in loro ma in voi, in coloro che, uniti, proteggono l’impero dagli invasori stranieri. Per il momento, la cosa più urgente è confermare la lealtà delle legioni del Danubio. Domande?»
Nessuno parlò. La spinosa questione dell’esercito delle quattro legioni del Reno o della legione VII Gemina di Hispania, che avrebbero potuto unirsi alle tre legioni di Albino costituendo un formidabile esercito, preoccupava tutti, ma nessuno pensò di sostenerlo davanti a un imperatore come Severo, che se conosceva bene qualcosa, quello erano le legioni e le strategie. Erano convinti che l’augusto avrebbe saputo manovrare con astuzia quelle truppe, specialmente qu...