Si sveglia nell’oscurità. Come se avesse gli occhi bendati. Nell’aria pesante, stantia. Un’aria in cui nessuno respira da tempo.
I suoi sensi si riscuotono di colpo. Un’umidità silenziosa, il freddo, un misto di odori. Muffa e qualcos’altro che non riesce a identificare, qualcosa di organico, andato a male. Muove le dita, sente sotto i jeans qualcosa di bagnato, ruvido. Ora comincia a ricordare com’è arrivata qui, e perché.
Come ha potuto essere tanto stupida?
Soffoca il sapore acido del panico che le sale in gola e cerca di mettersi seduta, senza riuscirci. Inspira a fondo e inizia a gridare, un urlo che rimbomba sulle pareti. Grida, fino a non aver più voce.
Ma non arriva nessuno. Perché nessuno può sentirla.
Chiude di nuovo gli occhi, calde lacrime di rabbia le rigano il volto. È paralizzata dalla collera e dalla frustrazione, e per un momento non si accorge di nient’altro. Finché, in preda al terrore, non comincia a sentire le prime, piccole zampe appuntite sulla pelle.
Sbaglio o qualcuno ha scritto che aprile è il mese più crudele? Be’, chiunque fosse, di certo non era un detective. La crudeltà appartiene a tutte le stagioni. Io lo so, l’ho visto. In un certo senso, però, è vero che il freddo e il buio smussano gli angoli. È tremendo fare il mio mestiere con il sole, gli uccelli che cantano e il cielo limpido. Forse dipende dal contrasto tra morte e speranza.
Ed è proprio con la speranza che comincia questa storia. 1° maggio: il primo vero giorno della stagione primaverile. Se siete mai stati a Oxford, sapete com’è da queste parti: non esistono vie di mezzo. Quando piove, la pietra diventa di un grigiore desolante, ma alla luce del sole gli edifici dei college sembrano leggeri come nuvole e non esiste un posto più bello al mondo. E ve lo dice un vecchio e cinico sbirro.
Con i festeggiamenti del May Morning la nostra città raggiunge il culmine della sua eccentricità: è questo il momento in cui è più spudoratamente “se stessa”. Pagana, cristiana e un po’ folle, e tutto allo stesso tempo. Ci sono cori di bambini che cantano all’alba dall’alto di una torre. Musicisti di strada che sgomitano intorno ai furgoni dei venditori di hamburger. I pub aprono alle sei del mattino e metà della popolazione studentesca è ancora sbronza dalla sera prima. Persino i residenti più seriosi di North Oxford arrivano in massa con ghirlande di fiori tra i capelli (dico sul serio). L’anno scorso c’erano più di ventiquattromila persone. Un tizio era vestito da albero. Non so se mi spiego.
Insomma, è una giornata importante sul calendario della polizia. Ma se ti tocca e sei di turno, non ti è andata male, anzi. Certo, dover mettere la sveglia così presto ti ammazza, però è raro che durante la giornata ci siano problemi, e alle bancarelle ti offrono sempre caffè e panini al bacon. O almeno è andata così l’ultima volta che è capitato a me. Allora, però, ero un semplice agente, non un detective. E, soprattutto, non ero ancora ispettore.
Quest’anno è diverso. Quest’anno non è solo la sveglia ad ammazzare.
* * *
Mark Sexton ha ormai un’ora di ritardo. Pensava che se la sarebbe cavata in fretta così di prima mattina, invece la M40 era una coda unica, con le macchine ferme fino a Banbury Road. E, come se non bastasse, appena immesso su Frampton Road, eccolo bloccato dietro a un camion dell’impresa edile. Sexton impreca e inserisce la retro. Alla fine spalanca la portiera e scende dall’auto, evitando per un soffio una pozza di vomito sull’asfalto. Abbassa lo sguardo, disgustato, e si controlla le scarpe. Ma che diavolo le è preso alla città, quella mattina? Chiude la macchina, raggiunge ad ampie falcate i gradini dell’ingresso e poi si fruga le tasche in cerca delle chiavi. Almeno adesso hanno allestito le impalcature. Le trattative per l’acquisto sono andate per le lunghe, ma ora è quasi tutto sistemato. Entro Natale i documenti dovrebbero essere a posto, con un pizzico di fortuna. Sexton ha perso l’asta per una casa in fondo a Woodstock Road e ha dovuto alzare la propria offerta per comprare questa, la sua seconda scelta, ma una volta finiti i lavori di ristrutturazione è certo che sarà una miniera d’oro. In altre zone il mercato immobiliare sarà anche in affanno, ma in quella città i prezzi non scendono mai. Londra dista soltanto un’ora, e a pochi minuti da casa c’è un’ottima scuola per i ragazzi. A sua moglie inizialmente non andava l’idea di una bifamiliare, ma Mark aveva insistito. «Credimi, è enorme»; un’autentica villa vittoriana. Tre piani e un seminterrato che ha in mente di trasformare in cantina e sala proiezione (anche se a lei non l’ha ancora detto). E come vicino di casa hanno un vecchio decrepito, uno che di sicuro non organizza feste scatenate. Certo, la sua parte di giardino è parecchio malconcia, ma possono sempre trovare il modo di separarla. L’architetto che hanno consultato ha proposto di dividere con una siepe. Metterne su una bella fitta pare che sia un discreto investimento, ma sarebbe un metodo rapido per risolvere il problema. Più difficile sarà liberarsi di quello ancor più grosso davanti casa, però. Mark fa scorrere lo sguardo sul vialetto del vicino, con la Ford Cortina – arrugginita e senza pneumatici – appoggiata a quattro pile di mattoni, le tre biciclette legate con la catena a un albero, i pallet marci accatastati e le lattine di birra rotolate a terra dai sacchi dell’immondizia. I sacchi c’erano già alla sua ultima visita, due settimane prima. Aveva infilato un biglietto sotto la porta del vicino per chiedergli di smaltirli, ma a quanto pare il vecchio ha fatto orecchie da mercante.
La porta si apre. È Tim Knight, il suo architetto, con un rotolo di planimetrie in mano. Gli rivolge un sorriso smagliante e lo invita a entrare.
«Signor Sexton, è un piacere rivederla. Credo sarà soddisfatto dei progressi nei lavori.»
«Me lo auguro, cazzo» risponde lui con un sorriso ironico. «Stamattina sta andando tutto storto.»
«Cominciamo dal piano superiore.»
I due salgono le scale, e i loro passi rimbombano sull’impiantito. Di sopra una radio trasmette a tutto volume un programma della stazione locale e ci sono operai in ogni stanza: due stuccatori all’ultimo piano, un idraulico nel bagno della stanza padronale, un restauratore impegnato con il telaio di una finestra. Al passaggio di Sexton alcuni muratori si girano, ma lui non li degna di uno sguardo. Tiene gli occhi incollati al tablet su cui sta prendendo nota di ogni dettaglio, trovando da ridire su tutto.
Concludono il sopralluogo nella veranda sul retro, dove la vecchia tettoia è stata abbattuta per essere rimpiazzata da una gigantesca copertura di vetro e acciaio. Oltre gli alberi che delimitano il confine del prato in lieve pendenza, si intravedono le eleganti ville georgiane di Crescent Square. Peccato non potersi permettere una di quelle, pensa Mark, ma che diamine, da quando ha comprato la casa, le quotazioni sul mercato sono aumentate del 5%, perciò non ha proprio niente di cui lamentarsi. Passa in rassegna con l’architetto il progetto per la cucina («Gesù, non è che vi siete sbattuti tanto. 60.000 sterline e manco una cazzo di lavastoviglie omaggio»), poi si gira verso la porta del seminterrato.
Knight sembra nervoso.
«Ah, ci stavo giusto arrivando. C’è stato un piccolo intoppo.»
Gli occhi di Sexton si stringono in due fessure. «Che genere di intoppo?»
«Trevor mi ha telefonato ieri. C’è un problema con il muro divisorio. Servono i permessi prima di poterlo ristrutturare. Qualsiasi tipo di intervento inciderebbe sui locali del suo vicino.»
Sexton fa una smorfia. «Per l’a...