Il corpo
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Il corpo

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il corpo

Informazioni su questo libro

Melanie è nuova in città e sta cercando un lavoretto estivo, quando trova sul giornale la richiesta di una lettrice affidabile. La proposta sembra perfetta per lei, finché non si ritrova in una grande villa che pare uscita da un romanzo gotico, a leggere per una ragazza paralizzata, Lisa. Mentre scorrono le pagine di Jane Eyre, Lisa trova il modo di comunicare a Melanie che qualcosa di sinistro si cela dietro l'incidente che l'ha ridotta, pressoché muta e immobile, sulla carrozzina. Melanie ricostruisce così una «trama d'orrore» da dipanare con cautela per salvare Lisa... e se stessa.

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Informazioni

Print ISBN
9788856674422
eBook ISBN
9788858524121

1

L’annuncio sul quotidiano era breve e conciso: «Cercasi lettrice affidabile e responsabile. Orari flessibili».
“Sono io” pensò Melanie Jacobs non appena lo vide. Sapeva leggere, era affidabile e le serviva qualche soldo in più.
Quando telefonò, le rispose una donna dalla voce fredda e tagliente in cui, però, si intuiva una punta di sollievo. Forse nessun altro aveva chiamato per candidarsi al lavoro, che consisteva nel leggere a voce alta a un’invalida per circa un’ora al giorno. La paga era discreta.
«Prenda la strada che costeggia il burrone» le disse la donna. «Quando non potrà più continuare, sarà arrivata a casa Randolph.»
Il tempo era grigio e nebbioso mentre Melanie usciva da casa e percorreva in macchina le strade di Clifton, in Massachusetts. Dal giorno in cui ci si era trasferita, alcune settimane prima, praticamente ogni mattina era stata grigia e nebbiosa. Quel lunedì non faceva eccezione.
Quando i suoi genitori avevano deciso di trasferirsi lì, lei ci era rimasta malissimo. Tutte le sue amiche erano in Kansas. Aveva chiesto – addirittura implorato – di poter restare con una di loro almeno fino alla fine del liceo. Niente da fare.
Perciò era un’estranea in una città estranea, e sarebbe stata un’estranea anche a settembre, quando sarebbe ricominciata la scuola. Sola e senza amici, non avrebbe fatto parte di nessun gruppo.
Quando finalmente vide la casa dell’annuncio, si fermò. Le mura di pietra grigia parevano fatte con la nebbia che le avvolgeva. Era una villa a tre piani che si ergeva non lontano dai dirupi a strapiombo sulla città. Sembrava uscita da un brutto film dell’orrore. Lei ci si sarebbe sentita prigioniera, a viverci.
Strinse più forte le mani sul volante e si guardò intorno. Di fronte a lei, incorniciata tre le due colonne che fiancheggiavano il cancello aperto, c’era la facciata della dimora. Un breve viale a forma di U conduceva al portone d’ingresso nero e lucido, con una grande anfora di pietra su ciascun lato. Le anfore erano vuote. Avrebbero dovuto metterci dentro dei fiori o dell’edera, qualcosa di vivo.
La donna al telefono aveva detto a Melanie di parcheggiare sul retro. Quello che avrebbe voluto lei, invece, era fare inversione e andarsene. La casa aveva un aspetto decisamente lugubre.
“Falla finita” si disse. “Il lavoro ti serve. Hai bisogno di fare qualcosa oltre a startene seduta in una casa vuota, a commiserarti perché ti sei dovuta trasferire.” Andò avanti e non vide l’altra macchina finché non fu quasi troppo tardi.
Il veicolo, di un rosso acceso, schizzò fuori dal cancello come una freccia, evitando di pochi centimetri il paraurti anteriore di Melanie che, schiacciando il clacson e i freni contemporaneamente, si fermò con una sterzata.
L’altra auto non rallentò nemmeno. Melanie diede un’occhiata di sfuggita al guidatore, che aveva la bocca aperta come se stesse urlando qualche improperio e il viso parzialmente coperto dagli occhiali neri. Una spruzzata di ghiaia scrosciò contro il suo parafango, e poi l’auto rossa scomparve, sbandando oltre una curva della strada che costeggiava il burrone.
Scossa e furibonda, Melanie appoggiò indietro la testa e respirò a fondo. Non era un buon auspicio. Forse doveva lasciar perdere e tornare a casa.
“No” pensò testardamente. “No!”
Ancora indignata, varcò il cancello e seguì il viale fiancheggiato dagli alberi, andando a fermarsi sul retro della casa. Nell’ampio parcheggio davanti a un triplo garage si fermò accanto a un camioncino verde scuro carico di attrezzi da giardinaggio.
Scese e si guardò intorno: grandi portefinestre si aprivano su una terrazza di pietra con un basso parapetto, sul quale era sdraiato un gatto bianco e nero. Quando Melanie sbatté la portiera della macchina, il micio si girò per osservarla.
Alcuni gradini conducevano dalla terrazza a un prato verde in discesa. Più oltre, un fitto bosco sembrava estendersi all’infinito. Banchi di nebbia vagavano fra gli alberi come fumo, e c’era un gran silenzio. Troppo silenzio.
Con la coda dell’occhio, la ragazza scorse un’ombra muoversi dietro le finestre. Si voltò, poi sobbalzò quando un gemito acuto squarciò all’improvviso il silenzio. Il gatto saltò giù dal parapetto e correndo come un lampo scomparve dietro un angolo della casa. Dimenticando l’ombra alla finestra, Melanie si voltò di scatto e vide un ragazzo in jeans e a torso nudo che sfrondava una siepe con una motosega sul lato più lontano del prato.
Sentendosi una sciocca per essersi spaventata così facilmente, si ravviò i capelli castano chiaro, lunghi fino alle spalle, e s’incamminò su per il largo vialetto lastricato che conduceva a una delle portefinestre. Quasi nello stesso istante la porta si aprì e apparve una donna sulla quarantina, alta e bruna, che rimase sulla soglia a guardare Melanie.
«La signora Randolph?» chiese la ragazza quando fu più vicina.
L’altra accennò un lieve sorriso che, pensò Melanie, somigliava piuttosto a una smorfia. «Sono la signora Hudson» disse la donna. «Georgia Hudson.»
Melanie riconobbe la voce della telefonata. «Io sono Melanie Jacobs» si presentò.
Georgia Hudson annuì e si spostò di lato per farla entrare, dicendo: «Da questa parte, prego».
Melanie la seguì in un lungo corridoio poco illuminato. Superarono parecchie porte di legno intagliato e un ingresso che portava in un’altra ala. Non era mai stata in una casa così grande e lussuosa.
La signora Hudson la condusse infine in una piccola stanza rivestita di carta da parati con un motivo a tralci d’edera. C’erano due sedie, parecchi schedari e una scrivania con sopra un computer e un piccolo televisore.
La signora Hudson si sedette dietro la scrivania e invitò Melanie ad accomodarsi su una delle sedie. Poi disse: «Dirigo la casa per i Randolph. Ho un appartamento al piano di sopra. Stuart... il signor Randolph è consulente di parecchie aziende ed è spesso assente. Sono anche la sua segretaria personale. Conosci il signor Randolph?».
«No» rispose Melanie. «Vivo a Clifton da poco.»
«Oh, già. Ho dovuto indicarti la strada» rammentò la governante. «Perciò non conosci neanche Lisa Randolph.»
La ragazza scosse la testa. «È lei che...?»
«Ha avuto un incidente. È paralizzata.»
«Oh, mi dispiace.»
«Sì, dispiace a tutti.» Georgia Hudson cominciò a giocherellare con una matita, poi la rimise a posto. «Ma i dottori sperano che migliori, o addirittura che guarisca» disse. «Una fisioterapista la segue regolarmente e i suoi amici vengono spesso a trovarla.» La bocca le si contrasse di nuovo in quel sorriso-smorfia, e Melanie ebbe l’impressione che Georgia Hudson non avesse nessuna simpatia per gli amici di Lisa Randolph.
«Però Lisa ha bisogno di qualcos’altro» continuò la donna. «Le è sempre piaciuto leggere e ora non può più farlo da sola. Il medico ci ha consigliato di assumere qualcuno che legga ad alta voce per lei.» Guardò Melanie con gli occhi socchiusi e cambiò argomento. «E ora parlami di te.»
«Be’, mi sono trasferita qui qualche settimana fa. Ho diciassette anni e sto per iniziare l’ultimo anno di liceo. Faccio la baby-sitter per una vicina, ma vorrei guadagnare un po’ di più. La maggior parte dei lavoretti estivi sono stati già presi, e così appena ho visto l’annuncio ho telefonato.»
La signora Hudson gettò un’occhiata fuori dalla finestra. Seguendo il suo sguardo, Melanie vide il giardiniere a torso nudo e si accorse che era più giovane di quanto non sembrasse da lontano. Aveva i capelli scuri, in parte nascosti da un berretto da baseball.
Come se si fosse accorto di essere osservato, il ragazzo si voltò e Melanie ebbe l’impressione che le sorridesse.
Georgia Hudson si alzò con aria seccata e tirò la pesante tenda verde. Poi tornò a sedersi dietro la scrivania.
«Leggere a voce alta per qualcuno non è facile come sembra» disse. «Io ci ho provato, ma temo proprio di non essere adatta; francamente, non ne ho neppure il tempo. Forse tu riuscirai meglio. Ora andremo da lei e vi lascerò sole. Parlale, leggile qualche pagina. Se va bene, ci metteremo d’accordo sull’orario.»
“Una prova” pensò Melanie. Perché no? Il peggio che poteva accadere era che Lisa Randolph si addormentasse per la noia.
E se poi lei non avesse ottenuto il lavoro, non se la sarebbe presa troppo. Quel posto le dava una profonda sensazione di disagio.
La signora Hudson era già sulla porta mentre Melanie si alzava in piedi, quando entrò un uomo con un elegante completo grigio. Doveva avere la stessa età della governante, e sembrava distratto e pensieroso.
«Georgia, mi serve...» Accorgendosi di lei, tacque.
«Signor Randolph, questa è Melanie Jacobs» disse la signora Hudson. «Ha risposto all’annuncio sul giornale.»
«Davvero? Bene.» Stuart Randolph strinse la mano alla ragazza e tornò subito a rivolgersi alla governante. «Non appena avrà finito, ho bisogno di parlarle. È importante.»
«Certo.» La signora Hudson sorrise, e questa volta il sorriso era autentico, notò Melanie.
«D’accordo, allora.» Con un’altra rapida occhiata a Melanie, Stuart Randolph uscì e i suoi passi risuonarono sul lucido parquet dell’ingresso.
Georgia Hudson si ravviò i capelli scuri e guardò l’orologio. «Da questa parte, prego.»
Melanie la seguì nuovamente giù per il lungo corridoio, verso la parte posteriore della casa. Quando raggiunsero le grandi porte di legno, la signora Hudson si fermò. «È bene che tu lo sappia: dal giorno dell’incidente Lisa non ha più parlato, e i medici non sanno bene quale sia la causa di questo suo mutismo.»
Aprì la porta e si fece da parte per far entrare la ragazza.
La stanza era ampia, con quattro portefinestre che dal pavimento arrivavano quasi al soffitto e si affacciavano sulla terrazza di pietra. Sulla parete laterale ce n’erano altre tre.
Nonostante tutte quelle finestre, l’ambiente era piuttosto cupo e buio, forse per via delle pesanti librerie che rivestivano le altre due pareti, dei mobili in legno scuro e del gelido caminetto in marmo.
Avrebbe dovuto essere una stanza bellissima, piena di calore, eppure Melanie fu riassalita dalla medesima sensazione che aveva provato guardando la dimora: quella era una prigione. E la prigioniera era una ragazza della sua età, seduta su una sedia a rotelle al centro di una stanza fredda e tetra.

2

Melanie sapeva che non è educato fissare le persone, ma non poteva farne a meno.
Una mano in grembo e l’altra sul bracciolo della sedia, la ragazza ricambiò il suo sguardo con occhi nocciola spruzzati di pagliuzze d’oro. Indossava una lunga vestaglia gialla, simile a un camicione da spiaggia. I capelli castano chiaro erano tirati indietro con due pettinini di tartaruga. Su una guancia s’intravedeva un livido che stava sparendo, una cro...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. Copyright