Ripensandoci, la cosa che più mi aveva colpito era che sapeva di non piacermi e non le importava. Una sicurezza del genere alla tenera età di diciannove anni… be’, è insolita. Oppure molto francese. E lei era molto, molto francese.
È Tom che mi chiama per darmi la notizia. Forse questo avrebbe dovuto farmi intuire che qualcosa non andava. Non riesco a ricordare quand’è stata l’ultima volta che mi ha chiamato… Il che non vuol dire che non siamo più in contatto: a differenza della maggior parte dei miei amici maschi, lui se la cava bene con le e-mail. Immagino che mi aspettassi di ricevere una buona notizia, come l’invito a una festa o a un matrimonio. Il suo, magari, visto che è fidanzato con Jenna da una vita.
E invece esordisce con: «Kate, ti ricordi quell’estate?». Sette anni a Boston non hanno cambiato affatto il suo accento: è ancora l’inconfondibile prodotto della migliore istruzione inglese che il denaro possa comprare. Mi compare subito davanti agli occhi un’immagine di lui di due estati fa, l’ultima volta in cui l’ho visto: gli occhi azzurri che spiccavano contro la pelle abbronzata, le lentiggini sul naso aquilino, una chioma disordinata di capelli scuri, lunghi e leggermente arricciati. Non avrà di certo quell’aspetto adesso, dopo un lungo inverno passato nel New England, ma è così che continuo a immaginarlo.
So esattamente a quale estate si riferisce: l’estate dopo la fine dell’università, quando in sei trascorremmo una settimana idilliaca in una fattoria francese. Del tutto idilliaca, o per la maggior parte, o forse solamente a tratti… Non riesco a essere obiettiva visto che io e Seb ci lasciammo subito dopo. Opto per una risposta frivola. «Non è un po’ come con gli anni Sessanta? Se te li ricordi bene, allora vuol dire che non li hai vissuti davvero.»
Lui ignora la mia battuta. «La vicina di casa…»
«Severine.» La leggerezza svanisce di colpo. No, decisamente non sta chiamando per invitarmi a una festa. Chiudo gli occhi, aspettando che dica quello che ormai so che mi dirà, mentre un ricordo risale spontaneamente a galla: Severine, snella e flessuosa con un minuscolo due pezzi nero, la pelle scura abbronzata e perfetta al sole, un’anca inclinata e il piede puntato verso l’esterno come se fosse pronta ad allontanarsi pigramente nell’istante in cui avesse cominciato ad annoiarsi. Severine che si era presentata come “la mademoiselle della casa accanto” senza neppure un accenno di sorriso che potesse addolcire la sua severa bellezza, e che era scomparsa senza lasciare traccia dopo che noi sei eravamo ripartiti per l’Inghilterra.
«Sì, Severine.» Tom fa una pausa e il breve silenzio pare pesare come un macigno. «L’hanno trovata. Il suo corpo.»
Resto in silenzio. Soltanto ieri, se mi fosse tornata in mente quella storia, avrei detto che non sapevo se sarebbe mai stata ritrovata. Ora, sentendo le parole asciutte di Tom, all’improvviso questo mi sembra l’unico esito possibile, come se tutte le altre eventualità fossero destinate a convergere verso l’inevitabile scoperta. Immagino le sue ossa, lucide e bianche dopo il decennio trascorso, il teschio immacolato dal lugubre ghigno. L’avrebbe odiato, l’ineluttabile sorriso della morte, lei che non sorrideva mai.
«Kate? Sei ancora lì?» chiede Tom.
«Sì, scusa. Dove l’hanno trovata?»
«Nel pozzo» dice Tom in tono brusco. «Alla fattoria.»
«Povera ragazza.» Sospiro. Povera, povera ragazza. Poi: «Nel pozzo? Ma allora significa…».
«Sì. Dev’essere tornata. La polizia francese vorrà parlare di nuovo con noi.»
«Ovviamente.» Mi strofino la fronte, poi penso al teschio bianco sotto la mia carne calda e abbasso subito la mano. Nel pozzo. Non me l’aspettavo.
«Stai bene?» chiede Tom con una voce profonda, carica di preoccupazione.
«Penso di sì. È solo che…»
«È uno shock» mi suggerisce. «Lo so.» Lui non sembra scioccato. Ma immagino che abbia avuto più tempo per abituarsi all’idea. «Lo diresti tu a Lara? Non sono sicuro di avere il suo numero.»
«Glielo dico io» rispondo. Lara è la mia migliore amica, c’era anche lei in quella vacanza. Immagino che la polizia vorrà parlare con tutti noi o almeno con i cinque rimasti. Theo è fuori dalla giurisdizione di qualunque polizia… Probabilmente Tom ha già chiamato Seb e Caro o sta per farlo. Sarebbe educato da parte mia chiedere come stanno, ma non lo faccio. «Dovrai tornare da Boston?»
«In realtà sono già a Londra. Sono arrivato stamattina.»
«Fantastico!» Almeno una buona notizia. «Quanto tempo resti?»
«Per sempre.»
«Ma è meraviglioso!» Ma c’è qualcosa di strano nel suo atteggiamento, da quel poco che si riesce a intuire al telefono. «Jenna è venuta con te?» chiedo in tono cauto. Penso di conoscere già la risposta.
«No.» Lo sento espirare profondamente. «Ma è meglio così» aggiunge con un po’ di imbarazzo.
In realtà sono d’accordo con lui, ma probabilmente non è il momento giusto per farglielo sapere. «Bene» dico con decisione. «Penso proprio che dovresti presentarti alla mia porta una di queste sere con una bottiglia di vino.»
«Forse andrebbe meglio del whiskey.»
«Tu porta qualunque alcolico ti venga in mente e io preparerò la cena. Una pessima cena.»
Tom ride, un suono piacevole. «Affare fatto.»
Mi viene in mente che rideva di più, anni fa. Ma in effetti avevamo vent’anni, eravamo senza responsabilità né preoccupazioni e nessuno era ancora misteriosamente scomparso. Probabilmente ridevamo tutti di più.
Un cadavere è stato ritrovato, ma la vita va avanti. Per la maggior parte di noi, almeno… Forse il tempo si ferma per le persone più care, ma d’altra parte è probabile che per loro si sia già fermato dieci anni fa, quando lei è scomparsa. Gli altri tornano semplicemente alla vita di tutti i giorni, il che per me oggi significa una riunione con un potenziale cliente, uno piuttosto importante: un contratto con la Haft & Weil potrebbe dare una grossa visibilità al mio studio. Da poco mi sono messa in proprio, fondando una società di headhunting specializzata nel settore legale. Mi posiziono di fronte allo specchio nel bagno del mio ufficio in affitto a Bloomsbury. Tailleur elegante; camicia di seta di sartoria perfettamente stirata; capelli legati in uno chignon ordinato; trucco discreto che valorizza il verde dei miei occhi. Direi che non manca proprio nulla. Nel complesso una piacevole immagine di una rispettabile professionista. Sorrido per controllare che non mi siano rimasti tra i denti i semi di papavero del bagel che ho mangiato per pranzo e l’immagine del teschio ridente di Severine mi appare subito davanti agli occhi. Il mio sorriso si spegne bruscamente nello specchio.
La mia assistente, Julie, alza gli occhi dal suo computer quando esco dal bagno. «Il taxi è arrivato» dice, passandomi una cartellina. «Tutto pronto?»
«Sì.» Controllo la cartellina. Direi che non manca nulla. «Dov’è Paul?» Paul è il mio socio e come cacciatore di teste è davvero bravo. Ha accettato di imbarcarsi in quest’impresa perché crede in me e crede ancor di più nei profitti che potremmo ricavarne. Ma l’attività deve decollare in fretta: so che Paul non ci metterà molto ad andarsene se il nostro progetto non darà i risultati sperati in poco tempo.
Julie controlla sul computer, lavorando con il mouse con una mano mentre con l’altra si rimette gli occhiali sul naso. «Ha un incontro con quel candidato della Freshfields a Fleet Street.»
«Oh, sì.» Ricontrollo la cartellina.
«Kate» dice Julie con una punta di esasperazione. «C’è tutto.»
Chiudo la cartellina di scatto. «Lo so. Grazie.» Faccio un respiro profondo. «Bene. A più tardi.»
«Buona fortuna.» È già tornata a voltarsi verso il suo computer, ma si blocca all’improvviso. «Quasi dimenticavo, hai ricevuto la telefonata di una persona che forse potresti richiamare dal taxi.» Si guarda intorno per cercare il taccuino con i messaggi telefonici. «Ah, ecco. “Messaggio da Caroline Horridge: per favore, richiamami.” Non ha detto per quale motivo.»
Caro. Che mi chiama. Ma sul serio? «Starai scherzando.»
Julie alza gli occhi, perplessa. «Proprio no. E se fosse una battuta, non farebbe tanto ridere, non credi?»
Prendo il foglietto del messaggio. «Siamo andate all’università insieme» le spiego con una smorfia. «Non eravamo esattamente amiche del cuore. L’ultima volta che l’ho vista è stata circa cinque anni fa, a una festa.» Guardo il numero di telefono scritto sotto il nome nella calligrafia precisa di Julie. «Questo è un numero della Haft & Weil» dico, sorpresa. Ho chiamato il numero di quello studio abbastanza spesso ultimamente da riconoscerne immediatamente le prime cifre.
«Magari vuole chiederti un consiglio.»
Può darsi. Non sapevo che Caro lavorasse lì, ma è un avvocato e potrebbe aver chiamato una conoscente che lavora come cacciatrice di teste nel suo settore. Ma non riesco a immaginare Caro che chiede il mio aiuto. Salgo sul taxi e penso ai fantasmi: alla povera Severine, con le ossa ripiegate come una fisarmonica per entrare in quel pozzo angusto; al povero Theo, fatto a pezzi sul campo di battaglia; al Tom di una volta, quando rideva di più; alla me di una volta; a Lara; a Caro e a Seb. Sempre, sempre a Seb.
Incontrai Seb nel 2000, l’estate del mio secondo anno a Oxford. Io e Lara eravamo lì da abbastanza tempo da non sentirci più delle ingenue matricole, ma non abbastanza da sentirci addosso il peso delle responsabilità: niente esami per tutto l’anno o almeno nessuno che contasse più di tanto, e nessuna necessità di pensare a un lavoro fino al terzo anno. I nostri tutor ritenevano che fosse il periodo giusto per consolidare le nostre conoscenze in vista degli esami dell’anno successivo. Noi pensavamo che fosse il periodo giusto per consolidare le nostre conoscenze dei locali notturni dei dintorni.
Il passatempo preferito dell’estate era imbucarsi alle feste. Impensabile ora… Mettersi tutti in ghingheri e intrufolarsi senza pagare in uno dei balli privati organizzati nei college, servirsi di tutto quello che veniva messo a disposizione solo per farsi due risate. E pensavamo davvero che fosse solo un gioco: nessuno di noi lo avrebbe mai considerato “rubare”, cosa che invece non esito a fare adesso. Forse ora passo troppo tempo a pensare alla legge o ci pensavo troppo poco allora. Ad ogni modo, lo scopo non era mai l’evento in sé, perché i balli alla fine erano più o meno tutti uguali… a volte la band che suonava era migliore o la fila per il bar era più corta, ma lo scenario non cambiava mai di molto. No, lo scopo era imbucarsi: l’eccitazione di fregare le squadre della vigilanza e di farla franca. Era quel brivido a mandarci su di giri, molto più di quanto non facessero le bevute gratis.
La sera in cui conobbi Seb l’obiettivo era il Linacre Ball. Il Linacre non è il college più ricco di Oxford e non è neppure il più grande: non c’era perciò motivo di pensare che quel ballo sarebbe stato particolarmente interessante. L’unica caratteristica che distingueva il Linacre era il fatto che era un college per laureati specializzandi ed è questo che rendeva la sfida eccitante. Loro contro noi, laureati contro laureandi, squadre della vigilanza contro studenti. E studenti ubriachi per di più, visto il consiglio di guerra pre-imbucamento che si era tenuto in una delle residenze di fronte al campo sportivo del Linacre, dove il vino economico era scorso a fiumi. Ricordo che andai al bagno e inciampai barcollando sui tacchi: sarei finita dritta contro un muro se delle mani sconosciute non mi avessero afferrata e rimesso in piedi. A quel punto pensai che avremmo fatto meglio a lasciare la festa prima di essere tutti troppo sbronzi per attraversare il campo, per non parlare di scalare i muri che circondavano il college.
E così ci avviammo, uscendo uno dopo l’altro dalla residenza per studenti per riunirci al campo sportivo. L’oscurità era lacerata a intervalli regolari dai fari provenienti dal college circa duecento metri più avanti, l’erba colpita dalla luce che brillava di un verde quasi irreale, mentre i pali delle porte da rugby proiettavano ombre che si estendevano per tutta la lunghezza del campo. Qualcuno stava dando ordini in un tono militaresco che fece scoppiare a ridere Lara, che inciampò e si aggrappò al mio braccio. Io mi guardai intorno e mi resi conto con sorpresa che eravamo quasi una trentina, pronti a invadere il college. Io e Lara ci ritrovammo staccate dagli altri in un gruppetto in cui non c’era quasi nessuno che conoscevamo. Era difficile dirlo al buio, ma almeno due dei ragazzi intorno a noi non sembravano affatto male… Il sorriso di Lara si illuminò mentre li adocchiava.
Ma non c’era tempo per la sua solita magia: il piano era già cominciato. Fu proprio il fatto che eravamo in tanti ad assicurarci il successo. Ci muovemmo a ondate, correndo attraverso il prato una decina alla volta. Come ci riuscimmo con i tacchi a spillo? Non ne ho la più pallida idea, ma ce la facemmo. Lara non si strappò nemmeno il vestito, che era attillato come una seconda pelle. Il mio si sollevò talmente che me lo ritrovai praticamente sull’inguine. Ricordo l’adrenalina che mi scorreva nelle vene insieme all’alcol; le grida di battaglia e le urla intorno a me; le immagini come tanti flash quando i fari illuminavano persone elegantemente vestite che correvano a perdifiato. Io e Lara ci raggomitolammo alla base del muro del Linacre College, cercando di riprendere fiato tra le risate. Fu probabilmente quello il motivo per cui riuscimmo a entrare: la vigilanza era troppo impegnata ad affrontare la prima ondata, che stava già scavalcando il muro. Persi di vista Lara mentre affrontavamo goffamente la scalata, ostacolate dagli abiti e...