Nero a Milano
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Nero a Milano

  1. 352 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Nero a Milano

Informazioni su questo libro

LA SCOMPARSA DI UN RAGAZZO DELL'ALTA SOCIETÀ. UNA STRAGE FAMILIARE IN UN QUARTIERE DI PERIFERIA. UN'UNICA DRAMMATICA MILANO. Una villetta abbandonata da anni, alla periferia di Milano.
Due cadaveri carbonizzati, nessun indizio, nessun movente.
È questa la matassa che il commissario Luca Betti deve sbrogliare, in uno dei periodi più complicati della sua vita. La separazione dalla moglie e il difficile rapporto con la figlia fanno crollare quelle deboli certezze di poter contare su degli affetti stabili. Ma non c'è tempo per i dolori personali, risolvere l'indagine è l'unica priorità che può dare uno scopo alla sua vita e farlo sentire ancora vivo.
Marco Tanzi è diventato un investigatore privato di successo. Sembra essersi lasciato alle spalle le tremende esperienze vissute negli ultimi anni, ma la realtà è ben diversa. Per sfuggire ai suoi fantasmi personali, accetta un caso che rischia di farlo ripiombare negli incubi del suo passato più oscuro. Deve rintracciare un diciottenne con problemi mentali, figlio di una coppia dell'alta borghesia milanese, fuggito per andare a vivere fra i clochard. E quando uno spietato serial killer inizia a far strage di senzatetto a colpi di rasoio, la sua indagine si trasforma in una corsa contro il tempo.
Mentre sulla città incombe un cielo più nero che mai, le strade dei due amici ed ex colleghi torneranno fatalmente a incrociarsi. E si troveranno, ancora una volta, davanti a scelte dolorose destinate a segnare per sempre le loro vite.

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Informazioni

Print ISBN
9788856672237
eBook ISBN
9788858522592

1

Ho piazzato una sedia davanti allo specchio, in camera mia, me ne sto seduto, a osservarmi. Ho la mia Glock in mano, col colpo in canna e la sicura disinserita.
Guardo la mia vita. Mi scorre davanti agli occhi come se fosse un film, interpretato da qualcuno che l’ha vissuta al posto mio. Guardo me stesso mentre mangio, lavoro, mentre percorro i miei dieci chilometri di corsa quotidiana. Mentre scopo con quelle donne disponibili, che si affannano alla ricerca di un antidoto contro l’incubo di invecchiare, di non piacere più, di morire.
A mano a mano che mi avvicino ai cinquanta, mi sento sempre più forte, bellissimo e disperato. In quei rari momenti di lucidità o di follia in cui ancora riesco a sentire qualcosa.
Le immagini dentro allo specchio si muovono veloci, come una giostra di cavalli che aumenta, inesorabile, il ritmo delle rotazioni. E anche il tempo vola via, mentre si assottiglia la riserva di quello che mi resta da vivere.
Mi chiedo che senso abbia questo girotondo. Le domande che mi pongo sono semplici, niente di esistenziale, roba del tipo: “Cosa rimpiazzerà lo spazio che occupava il mio corpo, quando sarà disintegrato sotto due metri di terra?”.
C’è chi sostiene che sia l’amore a dare un senso alla giostra. Ma io ho bevuto a quella fonte avvelenata, e non è stato un granché, grazie. È una trappola, una buca che ci scaviamo da soli e dove finiamo per cadere. I figli? Quelli sono una condanna biologica, un marchio indelebile impresso a fuoco dentro all’anima.
E poi nient’altro.
A parte la crudeltà umana, la follia, l’egoismo, la solitudine senza speranza. Solo queste sono le cose reali, indiscutibili. Sono così evidenti, così incontestabili. Nessuna scusa, quindi, solo un’ultima domanda: che ci faccio qui? Né futuro, né passato… e il presente non esiste.
Il solito bivio, con la solita direzione obbligata da seguire. L’unica che abbia un senso, l’unica che mi sembri accettabile. Stringo l’impugnatura della mia pistola, appoggio la canna sotto il mento. Sono sereno, rassegnato. Mi avvio verso il bivio puntando dritto in avanti e all’ultimo istante faccio quello che faccio sempre.
Prendo la direzione opposta.
«Pronto? Parlo con Diletta Leonardi?»
«Sì. Sono io… lei è…»
«Sono Marco Tanzi, l’investigatore privato.»
Silenzio.
«Signora Leonardi… È ancora lì?»
«Sì… ci sono. È che dopo ieri non mi aspettavo una sua chiamata.»
«Già, nemmeno io. Comunque volevo dirle che ci ho pensato e ho cambiato idea. Accetto l’incarico.»

2

Commissario Luca Betti, Milano

Mezzanotte meno un quarto: l’orario è quello giusto.
Sono su viale Abruzzi, a due passi da piazzale Loreto. La scritta luminosa, intermittente, è un invito irresistibile, un messaggio chiaro per gli indecisi. Una sola parola che si presta a più interpretazioni.
OPEN.
Sulle vetrine, immagini di ragazze meravigliose in ambienti accoglienti fanno da sfondo all’elenco di prestazioni altamente professionali. Massaggio connettivale, olistico, hawaiano, Chakra, shirodhara e altre misteriose delizie esotiche. Niente di più lontano dalla realtà che si cela dietro a quella lastra di vetro rivestita da carta adesiva rosa confetto.
Sospiro, do una rapida occhiata al marciapiede, tante volte passasse un conoscente. Ma è deserto. Mi decido a suonare il campanello.
Mi apre una donna, forse sui quaranta. È difficile capire l’età di queste cinesi. Minigonna, top, calze di nylon color carne e scarpe col tacco di pessima qualità. Obiettivamente brutta. Sarà alta un metro e cinquanta, ha un viso dalla forma strana, concavo. Sembra un personaggio dei cartoni animati che ha cozzato la faccia contro una sfera prendendone la forma al contrario.
Sorride, come da copione, e mi fa entrare. L’ingresso misurerà sei metri quadrati scarsi. Pareti dai colori sgargianti, un divanetto incassato in una rientranza del muro, sulla destra, dove un’altra donna, forse un po’ più giovane di lei, sgranocchia qualcosa coperta da un plaid.
«Tu massaggio?»
«Sì, massaggio.»
«Plima volta?»
«No, già stato.»
«Plego» mi dice indicandomi una porticina sulla sinistra, subito dietro un minuscolo bancone con un ricevitore di cassa, una ciotola di caramelle e l’immancabile gatto di plastica che saluta con una zampa.
Entro sapendo già che tipo di ambiente mi aspetta. Un lettino ricoperto da un lenzuolo di carta con un foro in corrispondenza della testa. È per respirare quando ti stendi a faccia in giù. Luci bassissime, un paio di stampe alle pareti con pellicani stilizzati e tramonti dorati. Una vasca da bagno di legno (sì, proprio di legno) è piazzata in fondo, a un metro dalla fine del lettino. La stanza misurerà quattro metri per due e mezzo.
Un gancio attaccapanni alla parete e una sedia di plastica nell’unico angolo libero. La tipa entra insieme a me e mi chiede a bassa voce: «Che tipo massaggio?».
«Che cosa offre la casa?» chiedo.
«Mezz’ola tlenta, un’ola cinquanta, lomantico ottanta, con bagno cento…»
Romantico sta per masturbazione finale. L’apoteosi del romanticismo.
«Facciamo mezz’ora romantico con bagno.»
Ci pensa un attimo perché la combinazione non è banale.
«Novanta.»
Il conto non mi torna ma annuisco.
Lei sorride: «Tu plepala, lagazza viene subito».
Quindi non sarà lei a fare il massaggio. Richiude la porta e io mi guardo intorno. In questo posto, di stanzette simili ne avranno almeno tre, se non quattro. Inizio a spogliarmi. A terra, delle ciabatte di plastica, del tipo traforato che si usava negli anni Settanta. Dove diavolo andranno a pescarle? Roba da modernariato. Preferisco rimanere scalzo piuttosto che usare quelle schifezze. Chissà quanti piedi di panciuti idraulici o anziani sporcaccioni hanno ospitato.
Spogliarsi in questi posti è complicato come quando devi pisciare in un cesso dell’autogrill dove, per non entrare in contatto con i microbi sparsi in giro dagli altri, tocca improvvisare esercizi di equilibrismo estremo.
Esiste una tecnica particolare per appendere un intero vestiario invernale all’unico gancio disponibile. Prima gli indumenti leggeri, altrimenti rischi che, a massaggio iniziato, la ragazza, muovendosi, li faccia cadere rovinando l’atmosfera. L’ordine esatto è: mutanda, maglietta, camicia, pantalone, eventuale giacca e giaccone. Le calze dentro le scarpe che vanno sistemate sotto al lettino, o la ragazza rischierà di inciampare. Soldi, cellulare e orologio nelle tasche del giaccone. Nella stanza, come sempre, è presente un condizionatore, ma è spento visto che siamo a marzo. Ultimo, immancabile particolare: il sottofondo di musica cinese, giapponese o quel cazzo che è. Più che creare l’atmosfera serve a non farti sentire ciò che accade dall’altro lato della parete di cartongesso dove qualche sfigato si sta facendo smanazzare in attesa della pugnetta finale.
La tipa entra quando sono già disteso a faccia in giù.
«Ciao.»
«Ciao» le rispondo sollevando un po’ la testa. Fra i venti e i trent’anni, stranamente alta, tutto sommato non male.
«Come tu chiama?»
Ah, è un tipo cordiale questa. In genere sono di poche parole.
«Luca.»
«Luca. Plima volta qui?»
«No, già stato.»
«Che tipo massaggio?»
«L’ho detto prima, alla tua amica. Mezz’ora romantico con bagno.»
«Olio o non olio?»
«Olio.»
«Folte o piano?»
«Piano, è meglio.» Ricordo che una volta, dopo un massaggio «folte» rimasi bloccato tre giorni con la schiena. Doveva avermi incrinato qualche vertebra, quella deficiente.
Affondo la testa nel buco nero del lettino e lei inizia a massaggiarmi le spalle. Le tecniche sono diverse anche se il finale è sempre lo stesso. È preferibile che a metterti le mani addosso siano le più anziane e brutte, che compensano l’inadeguatezza fisica con una maggiore attenzione e un massaggio un po’ più eccitante, concentrato in particolare nella zona anale. Le giovani e le carine se ne fregano di compiacerti, ti strapazzano, guardano l’orologio dell’IKEA appeso al muro dedicandosi alla fascia lombare e alle scapole. A quel punto hai solo voglia che il tempo passi in fretta così si arriva a quella benedetta sega e non se ne parla più.
«Come ti chiami?» le chiedo.
«Hai Gin» o qualcosa del genere. «Tu di Milano?»
«Sì, di Milano.»
«Tu sposato?»
«No, separato.»
«Quanti anni?»
«Quarantotto.»
«Quanti?»
«Quarantotto.»
«Nooooo… tu no qualantotto… Tu bello…»
«Eh, grazie, anche tu bella.» E intanto si accanisce sulla mia spina dorsale. «Puoi fare più piano, per favore?»
«Sì, scusa. Così bene?»
«Benissimo, grazie.»
Dopo venti minuti circa, l’atteso invito: «Tu gilale».
Mi giro. Finge di massaggiarmi un po’ gambe e torace e dopo nemmeno due minuti arriviamo al punto. Guardandola mi accorgo che è davvero carina. «Posso accarezzarti?»
Sorride e fa segno di no. Stronza. Qualcuna si lascia toccare le tette, magari con un piccolo incentivo di dieci o venti euro.
La faccenda dura poco perché ho ben altri pensieri in testa e un programma preciso da rispettare. Alla fine mi pulisce con dello Scottex: «Tu felmo qui io plepala bagno».
Mette un telo di plastica dentro la vasca di legno e apre l’acqua. Guardo il soffitto pensando a quanto sia miserabile l’essere umano. Non io in particolare… l’essere umano in genere. Tanto per buttarla sull’esistenziale e non sentirmi una merda, come capita sempre in questi casi.
«Tu vieni, bagno plonto.»
Mi alzo e, con cautela, entro nella vasca che sembra una trappola, per quanto è scivolosa. Mi siedo e lei inizia a lavarmi con dosi massicce di bagnoschiuma alla vaniglia. Non so perché ci sia sempre lo stesso bagnoschiuma in questi posti, l’azienda e il governo cinese devono aver fatto un accordo su scala mondiale.
La ragazza si muove con competenza impartendo ordini precisi. «Alza blaccio. Pi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. NERO A MILANO
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. 41
  46. 42
  47. 43
  48. 44
  49. 45
  50. 46
  51. 47
  52. 48
  53. 49
  54. 50
  55. 51
  56. 52
  57. 53
  58. 54
  59. 55
  60. 56
  61. 57
  62. Epilogo
  63. Ringraziamenti
  64. Copyright