La ragazza dei segreti
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La ragazza dei segreti

  1. 368 pagine
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La ragazza dei segreti

Informazioni su questo libro

In un mondo in cui non ci sono verità, ma solo bugie, una ragazza coraggiosa saprà lottare per i suoi sogni.
E per l'unico amore che conta. Francia, 1953. Tutto è cambiato per Eloïse da quando la guerra è finita. Come tutto è cambiato per la Francia: la fine del conflitto mondiale non ha portato, infatti, la pace sperata, ma un nuovo assetto mondiale basato sul sospetto, la paura e la delazione. È la Guerra Fredda, che ha raggiunto ormai anche la remota Camargue, terra di cavalli selvaggi e grandi spazi, dove Eloïse è cresciuta con la sua famiglia. Ora suo fratello André, grazie anche alla vicina base militare, ha deciso di passare dalla parte degli americani e di partire per Parigi per diventare un funzionario dell'Intelligence. Eloïse, che ha sempre amato più di se stessa il suo coraggioso fratello maggiore, vorrebbe seguire le sue orme. Ma per una donna non è così facile… Le cose si complicano quando André rimane coinvolto in un incidente, e l'ombra del tradimento si allunga su tutta la famiglia. Tra sogni, bugie, amori e l'ineluttabile forza della Storia, Eloïse dovrà decidere in cosa credere, e a chi - o a quale causa - affidare il suo cuore.Il nuovo bestseller di un'autrice considerata la «maestra del romanzo storico al femminile» in Inghilterra, con all'attivo un milione di copie, e tradotta in tutto il mondo.

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788858524084
Print ISBN
9788856675733

1

Parigi, Francia, 1953

È cominciato tutto qui. A Parigi. Nell’ottavo arrondissement. La sera che mi ha sconvolto la vita. Una sera in cui il vento sferzava gelido e il profumo del fiume era pungente. Ero seduta al buio nella mia vecchia Renault scassata in una stradina di fronte a un tetro edificio fatto per non attirare l’attenzione di nessuno. Ma sapevo che dietro a quell’anonima porta nera e sotto quell’innocuo tetto di zinco grigio l’edificio non era cupo per niente. Volevo così tanto entrarci da sentirmi soffocare.
Era tardi. Aspettavo da tre ore, le mani strette sul volante, il sudore che mi colava lungo le scapole, e ogni dieci minuti mi asciugavo i palmi sul cappotto. Le auto sfrecciavano oltre rombando. I fari si susseguivano nella notte lungo Boulevard de Clichy, dove sentivo il traffico intenso che mi superava stridendo, ignorandomi. Un’anziana, nera come uno scarafaggio nei suoi abiti a lutto, si sporse da una finestra illuminata e mi osservò con sospetto. Imprecai, affondai nel sedile e mi rintanai nella sciarpa. Avevo nascosto i lunghi capelli neri sotto a un orribile cappello di feltro, il bavero del cappotto blu sollevato fin sulle orecchie. Sapevo come muovermi in queste situazioni.
Quando finalmente la porta nera si spalancò, vidi un uomo scendere di corsa i tre gradini in un’unica falcata. Studiai il suo volto, in cerca di segnali. Era alto, all’erta, veloce. Si muoveva con sicurezza e concentrazione mentre si affrettava verso la mia macchina. Si chiamava André Caussade, ed era mio fratello.
«Guida» ordinò.
Misi in moto. Si fiondò sul sedile del passeggero e richiuse la portiera con una tale forza che sentii il vecchio telaio stridere. Mio fratello profumava di stivali in pelle lucida.
«Guida, Eloïse.»
Niente grida. Niente panico. Ma la pressione nelle sue parole era chiara. Ingranai la prima e l’auto si allontanò dal bordo del marciapiede. Mi infilai a fatica attraverso il buio nell’incessante flusso del traffico parigino, inserendomi a forza dietro a un camion che arrancava. Era per quello che mi trovavo lì, per aiutare mio fratello. I Caussade riuniti. Ma gli autisti parigini sono come l’esercito di Stalin: non risparmiano nessuno. I clacson strombazzavano. La moralità di mia madre venne tirata in ballo a gran voce da un autista che stava quasi per trascinarsi fino a casa il mio paraurti. Erano le dieci di sera, e nessun francese sano di mente desidera altro a quell’ora se non un bicchiere di vino e una coscia calda da accarezzare.
André non mi fornì alcuna spiegazione. Era un uomo che parlava poco, e quel poco che diceva spesso assumeva la forma di una bugia. Per distrarre. Per farti guardare nella direzione sbagliata. Gli riusciva bene.
Mio fratello lavorava per la CIA, l’agenzia di Intelligence americana. Non lo dico con leggerezza. Lo dico con profondo rispetto. Era quello che volevo fare anch’io, ma non c’ero ancora riuscita. Seguire le orme di mio fratello. Volevo far parte di coloro che aiutano a mantenere la Francia al sicuro coi tempi che corrono. Tempi pericolosi, come pericolosa poteva essere la vita di un agente operativo. André me lo ripeteva di continuo. In quel momento lo stavo imparando sulla mia pelle.
Aveva trascorso l’infanzia a farmi sia da madre che da padre, un padre molto più presente di quanto non sia stato il nostro vero papà. Così quando quella sera squillò il telefono e sentii la voce di André che mi diceva di farmi trovare in macchina fuori da una certa casa su una certa strada mi recai lì in un batter d’occhio.
Chiunque gli stesse dando la caccia non aveva chance. Mio fratello era troppo veloce, troppo sveglio. André era… mi viene da dire invincibile. Ma non è la parola adatta. Mio fratello era il tipo di uomo che avresti voluto con te se ti fossi ritrovato a penzolare sopra a un divorante fuoco infernale appeso a una corda scivolosa.
Credetemi, lo vorreste. Vorreste lui e la sua ferma convinzione di essere più furbo di tutti gli spietati bastardi che il Cremlino avrebbe mai potuto sguinzagliargli appresso. Da ragazzini eravamo cresciuti nel vasto delta acquitrinoso della Camargue, e mi aveva trasmesso sin da piccola la passione per i codici segreti. Ci scambiavamo messaggi in un luogo nascosto che solo noi conoscevamo, era un gioco emozionante. Da quando vivevamo entrambi a Parigi mi aveva portato con sé in riunioni segrete, e mio padre mi avrebbe presa a calci in culo se solo avesse saputo che ci avevo messo piede. Dovete capire che nel 1953 Parigi non era una città. Era una fogna. Ti faceva marcire l’anima. Secondo papà era il buco del culo del diavolo in persona. Da lui all’epoca avevo già imparato che tori e cavalli valevano più dei bambini senza una madre, e che sulle imponenti montagne Dio faceva sentire la sua roboante disapprovazione ogni volta che mi immergevo nuda nelle dolci acque del fiume Rodano.
Papà assomigliava all’Abramo ritratto nella mia Bibbia per bambini. Barba lunga. Bastone d’ebano. E, come lui, offriva un sacrificio a Dio una volta all’anno lassù, tra le aspre scarpate di Les Baux de Provence schiarite dal sole. Non sacrificava suo figlio, certo che no. No, perfino ad Abramo era stato risparmiato un simile gesto.
Ma a Pasqua portava uno dei suoi adorati vitelli neri in mezzo al nulla e tagliava la gola alla povera creatura. Io aspettavo sempre che tornasse, aggrappata alla cima della recinzione e alla disperata speranza che questa volta Joseph – o qualunque altro nome preso dal Vecchio Testamento avessi affibbiato all’animale condannato – sarebbe tornato. Invece no. Mio padre scendeva barcollante dalla montagna da solo, le mani sporche di sangue.
Non ho mai saputo per cosa facesse ammenda, e non gliel’ho mai chiesto. Aveva chiamato il figlio minore Isaac, anche se non eravamo ebrei. Significava qualcosa. E anche il sangue significava qualcosa.
Ma non sapevo cosa.
Comunque, nonostante le imprecazioni di mio padre che mi riverberavano nelle orecchie, me n’ero andata a Parigi, e adesso sentivo l’odore del pericolo addosso ad André. Acido come il piscio di gatto, e avevo paura per lui. Si girò sul sedile accanto a me per osservare il traffico alle nostre spalle, ma non si vedeva altro che un alone indistinto di fari. L’oscurità ci avvolse, e le bianche dita della nebbia si sollevarono dalla Senna, pronte a sottrarci ogni familiare punto di riferimento.
I servizi segreti sovietici avevano una predilezione per le auto nere, e in città ce n’erano molte. Mentre guidavo mi si rizzarono i peli alla base del collo. André mi scoccò un’occhiata – percepiva la mia agitazione? – e nel baluginio della luce giallo zolfo di un lampione colsi uno dei suoi rari sorrisi, la lunga mascella che si ammorbidiva. Capelli e pelle erano del colore della sabbia, come la sua giacca. Diceva che così era più difficile riconoscerlo in mezzo alla gente. Ma io l’avrei individuato in qualsiasi posto.
«Cerca di seminarli» sussurrò.
Non sapevo a chi si riferisse. Ma conoscevo Parigi e i suoi luoghi segreti. Proprio tutti. Sterzai con forza e l’auto salì sul marciapiede, sparpagliando i pedoni come coriandoli, mancando per un pelo un bagno pubblico a cupola con tanto di occupante allarmato. Arrivati in Rue de Richelieu, con i suoi negozi in cui si vendevano oro e argento e le facciate di un grigio formale, mi infilai a fatica tra le strette mura di un vicolo laterale dove sarebbe potuto passare giusto un gatto, e il parafango sul lato destro stridette per protesta mentre gli veniva grattato via uno strato di pelle. Conoscevo le strade secondarie della città come un ragno conosce la propria tela. Le avevo percorse tutte nel sonno, dalle enormi arterie come gli Champs-Élysées alle malfamate strade acciottolate di Montmartre, oltre a ogni angolo affollato di bar e bistrò del Quartiere Latino sulla Rive Gauche.
Notai la macchina che ci pedinava nel momento in cui raggiunsi Boulevard de Sébastopol. Il viale era una specie di autostrada a quattro corsie affiancata da enormi edifici a cinque piani e alberi spogli che gettavano appuntite ombre nere lungo il nostro percorso. Tagliò attraverso il secondo e il terzo arrondissement, e io sfrecciavo dentro e fuori dai vicoli per evitarla. Impiegai solo qualche secondo per identificare la macchina che sterzava all’improvviso dietro di me: una Renault Frégate nero lucido. Era più veloce di noi, ma la mia 2CV riusciva a curvare in uno spazio ridottissimo. Guardai il riverbero dei fari avvicinarsi.
Chi erano?
Cosa cercavano?
Dovevano essersi serviti di almeno tre macchine per riuscire a starmi dietro. In quella zona gli edifici erano più imponenti, le strade più ampie, e accanto a me André teneva sul ginocchio una piccola ma silenziosa pistola High Standard HDM/S, la mano salda come una roccia. Il cuore mi martellava in petto, avevo le dita gelide, ma mi concentrai sulla strada. Attesi fino all’ultimo, poi svoltai a destra. Sfrecciai oltre gli incombenti archi scuri del mercato di Les Halles, poi subito a sinistra. La Renault dietro di me reagì troppo tardi e passò oltre. Respirai. André si profuse in un grugnito d’approvazione e mi precipitai verso il Pont Neuf.
Attraversammo a tutta velocità il ponte più vecchio di Parigi, le file di alti lampioni che gettavano un velo ambrato sulla nebbia che si sollevava dalla Senna e ci avvolgeva come strati di vecchi merletti. L’ampio ponte in pietra non era affollato a quell’ora tarda, anche se un camion che arrancava davanti a noi ci rallentò, così mi ritrovai intrappolata quando una moto sbucò all’improvviso dal nulla con un rombo. Ero pienamente consapevole di quel suo occhio fisso su di noi nell’oscurità, il motociclista nascosto dietro a un passamontagna. Stava deviando bruscamente verso il lato passeggero della nostra auto, il motore che mi rombava nelle orecchie, quando vidi André sollevare la pistola. Strattonai d’istinto il volante. Abbastanza perché la ruota posteriore colpisse la moto. Sentimmo l’impatto scuotere l’auto, lo stridio del metallo, ma non mi voltai a guardare. Non m’importava vedere il motociclista steso sull’asfalto, né sentire le imprecazioni in russo che mi stava lanciando.
Abbassai di poco il finestrino, avevo bisogno d’aria, ma la nebbia si insinuò nell’abitacolo trascinando con sé il puzzo del fiume. Guardai André e lo vidi sorridere.
«Ben fatto» disse. «Qui gira a sinistra.»
«No.» Scossi la testa. «Conosco un posto, un posto sicuro.»
Svoltai a destra e ci immergemmo nel labirinto di anguste strade che permeavano il quartiere della Rive Gauche, svoltando oltre i bar e i bordelli illuminati a giorno finché non fui del tutto certa che dei fari non ci stessero seguendo. Alla fine, in uno squallido vicolo in cui c’erano solo due lampioni funzionanti, il raggio dei miei fanali puntò verso un piccolo arco di pietra, che oltrepassai con sollievo. Dava su un cortile: un intrico di scale in ferro e una fila di garage chiusi a chiave. Spensi i fari, balzai fuori dall’auto e aprii il portone di uno dei garage. Prima che André potesse reagire ci avevo già infilato l’auto in retromarcia richiudendo il portone alle nostre spalle.
Alla fine il cervello mi si placò. Il bombardamento di pensieri cessò e il sangue tornò a fluirmi nelle dita.
Rimanemmo seduti in macchina, in silenzio, l’unico rumore il ticchettio del motore che si raffreddava. Il buio era fitto e soffocante, mi si appiccicava alla pelle.
«Che posto è?» chiese André. «Come lo conosci?»
«È del padre di un amico che ho conosciuto lavorando da queste parti. Sai che conosco le strade di Parigi come le mie tasche, tutti i vicoli e le stradine dove mi porta il mio lavoro. Di solito qui dentro ci tiene le bici, mi sa che sono rubate. Comunque me lo presta perché al momento è in prigione.»
«Perché glielo hai chiesto in prestito?» Si voltò per sbirciarmi nell’abitacolo buio.
«Nel caso mi servisse un posto sicuro.»
Sorrise. «E brava Eloïse.»
Quell’elogio significava molto per me, più di quanto gli volli mostrare. «E chi inseguivano quelli?» chiesi.
«Me, ovviamente.»
«Perché?»
«Oh, Eloïse, meno ti dico e meglio è. Sai che funziona così. Mi spiace.» Mi strinse forte la mano. «Grazie.»
«Per cosa?»
«Per avermi protetto portandomi in questo nascondiglio.»
«Non voglio che mi ringrazi. Voglio sapere.»
«Sorellina, quand’è che ti arrenderai?» Rise, comunque.
Mai, è questa la verità. Quando cresci in una famiglia di uomini tosti e tori ancora più tosti impari a non arrenderti. Non sono quel tipo di persona.
L’avevo portato al sicuro, giusto?
Ma adesso cosa mi sarei dovuta aspettare, là fuori?

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA RAGAZZA DEI SEGRETI
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7. Léon Roussel
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15. Léon Roussel
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20. Léon Roussel
  24. 21
  25. 22. Léon Roussel
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27. Léon Roussel
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32. Léon Roussel
  36. 33
  37. 34
  38. 35. Léon Roussel
  39. 36
  40. 37
  41. 38. Léon Roussel
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42. Léon Roussel
  46. 43
  47. 44. Léon Roussel
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. Ringraziamenti
  54. Copyright