Visto che a scuola sono all’ultimo anno del corso di letteratura, qualche mese fa ho seguito un seminario di scrittura creativa a un festival locale. Lo teneva una famosa autrice per bambini e ragazzi. Ne ho ricavato il suo romanzo firmato e ho anche imparato qualcosa su come si scrive un libro (che poi sarebbe questo). La scrittrice ha insistito su quanto sia importante trovare la propria voce narrativa. Ci ho pensato sopra parecchio.
Ciao! Mi chiamo Rob C. Fitzgerald (non chiedetemi cosa vuol dire la “C” perché tanto non ve lo dico, visto che è orribile e imbarazzante) e sono un tredicenne.
Poi mi sono ricordato cosa diceva la scrittrice sul tono. Ho fissato la parola “Ciao!” e mi è sembrata decisamente troppo colloquiale e informale. Ho premuto il tasto CANC.
Mi chiamo Rob C. Fitzgerald (non chiedetemi cosa vuol dire la “C” perché tanto non ve lo dico, visto che è orribile e imbarazzante) e sono un tredicenne.
Mi sono preso la testa tra le mani. Pensa. Sii critico. Le parentesi e le parole che contengono sono necessarie? Se tanto non voglio rivelare cosa significa la “C” (e credetemi, non voglio proprio) allora perché menzionarla? Mi è tornato in mente un consiglio della scrittrice: il tasto per cancellare è il vostro migliore amico.
Mi chiamo Rob Fitzgerald e sono un tredicenne.
Bleah. Terribile. Semplifica ancora.
Sono Rob Fitzgerald e sono un tredicenne.
Due “sono” nella stessa frase. Un errore classico.
Sono Rob, ho tredici anni.
Perfetto, se voglio essere di una noia mortale.
Sentite, forse è meglio se facciamo finta che questo primo capitolo non esista. Se non miglioro come scrittore, avete il diritto di venire a casa mia, legarmi a una sedia e tenermi una fiamma ossidrica vicino ai piedi. Cosa che, se non siete del tutto soddisfatti, è molto meglio di riavere indietro i soldi.
Daniel Smith mi stava aspettando all’entrata della scuola.
Daniel Smith mi aspetta sempre all’entrata della scuola. A volte mi aspetta anche all’uscita. Dipende.
Nota descrittiva: Daniel Smith. Anni: quattordici (o giù di lì, non ci scambiamo i biglietti di auguri al compleanno). Tarchiato, ma non come un bel manzo stufato. Massiccio e muscoloso, con capelli rossi che stanno dritti in piedi e prendono strane angolazioni. Questo gli fa assomigliare la faccia al disegno di un sole che sorge fatto da un bambino di tre anni. Daniel è basso, lo sa e cerca di compensare facendo il bullo, soprattutto con me. Ha le lentiggini, e un modo di stare in piedi, con le mani strette ai fianchi e le braccia a parentesi, che lo fa sembrare sul punto di farsela nei pantaloni. Ha l’abitudine di tendere il mento all’infuori, come se fosse un’arma.
– Ehi, Fitzgerald! – ringhiò, il mento carico a pochi centimetri dal mio. – Mi vuoi menare, eh? Che dici fra’? Il gatto ti ha mangiato la lingua? Mi vuoi menare, eh?
Daniel ama ripetersi. Ama anche l’espressione “il gatto ti ha mangiato la lingua?”. È una delle sue prese in giro preferite, motivata dal fatto che a scuola parlo di rado, a meno che non sia proprio necessario. Per la maggior parte del tempo me ne sto zitto. Daniel mi trova irritante, e la mia timidezza peggiora le cose.
Cercai di schivarlo. Se fossi riuscito ad arrivare nel perimetro della scuola, un insegnante che controlla il cortile ci avrebbe notati. Sfortunatamente ci aveva pensato anche Daniel, così mi bloccò il passaggio.
– Dai Fitzgerald! – mi disse. – Comportati da uomo! Fai l’uomo! –. Mi rise in faccia, che fu una cosa terribile, visto che il suo alito puzzava come il sedere di un babbuino. Ama anche dirmi di “fare l’uomo”: Daniel lo trova divertentissimo, prova che gli mancano un bel po’ di ingredienti per essere una pizza decente.
– Facciamo così, fra’. Tira tu il primo pugno. Eddai. Non posso aiutarti più di così. Avanti. Prima zappata.
Cercai di non indietreggiare, nonostante la fiatella.
Erano mesi che avevamo lo stesso scambio. Ecco cosa avrei voluto dirgli: “Non mi batterò mai con te, Daniel, perché l’intera storia dell’umanità ci insegna che la violenza non risolve niente”, invece tenni la testa bassa.
– Il gatto ti ha mangiato la lingua? – la voce di Daniel gocciolava di contentezza. – Se non vuoi che ti picchi subito sulla testa, di’ qualcosa. Quello che vuoi. Dai, fai l’uomo. Una parola sola –. Mi diede un colpetto sulla spalla: – O non sai parlare?
– No – sussurrai.
– Ahah, hai perso! – ridacchiò. – Hai detto che non sai parlare ma hai usato una parola. Ahah!
– C’è qualche problema, ragazzi? –. Era la professoressa Pritchett, che ha un fiuto incredibile per beccare le potenziali zuffe, come un sesto senso. Era apparsa fuori dal cancello della scuola, il che era notevole perfino per una esperta cacciatrice di zuffe come lei.
– No prof – disse Daniel.
– No prof – dissi io.
– Fantastico – fece lei. – Allora per favore entrate e gironzolate senza uno scopo finché non suona la campanella. È così che fanno gli studenti.
Entrammo e gironzolammo senza scopo come gli altri fino al suono della campanella. Ma Daniel continuava a fissarmi. Le mani strette ai fianchi, le braccia piegate e gli occhi socchiusi. Sembrava avesse un bisogno disperato di trovare un bagno.
Fuori da scuola mi aspettava il nonno, e questo non mise a Daniel solo un bastone tra le ruote, ma un intero albero.
Nota descrittiva: nonno paterno. Nome: Patrick “Pop” Fitzgerald. Età:… anziano. Una volta ha detto di se stesso che era «più vecchio del cane di Dio». Se gli si fa pressione, ammette di essere vecchio come la sua lingua e leggermente più vecchio dei suoi denti. È una collezione di rughe in un nido di grigiore. Una volta era nell’esercito, e ha fatto una guerra oltremare, ma non ne parla mai. Ha una cicatrice raggrinzita sul braccio destro che potrebbe essere un ricordino di una battaglia, ma non ne parla mai. Abita da solo in un appartamento con due stanze da letto in una residenza per anziani. Si riferisce alla residenza come a «un posto in cui un mucchio di vecchie scoregge passa il tempo aspettando di morire». O anche, ogni tanto, «alla sala d’attesa di Dio». Era sposato con mia nonna (ma va’?) ma lei deve essere morta parecchio tempo fa, perché lui non ne parla mai. E neanche mamma o papà. Il nonno dice un sacco di parolacce e non gli piacciono molte persone. Ma io sì.
– Ciao Pop – lo salutai. Era appoggiato al suo bastone e si stava succhiando i denti, come fa più o meno sempre. Spesso produce un fischio acuto che somiglia a quello del vecchio bollitore che mette sul fornello del suo appartamento. Fa accapponare la pelle.
– Ciao giovane Rob – disse. – Ti andrebbe di accompagnare il tuo vecchio nonno al fast food per una merenda?
– Certo, volentieri – risposi.
– Anche se, – aggiunse – non ci sono mai entrato e non ho intenzione di iniziare adesso. Quegli accidenti di posti usano quelle accidenti di interiora –. (Forse dovreste sapere che non ha detto proprio “accidenti” – usate la fantasia.)
– Intecosa?
– Interiora. Budella, cervelli, sederi. Pastellati, fritti e rifritti, e poi in tavola. Che accidenti di criminali.
– Sederi fritti e rifritti?
– Esattamente.
– Allora perché mi hai proposto di andarci?
– Perché sono gentile e fin troppo generoso, accidenti, ecco perché.
– Invece dov’è che dovremmo mangiare?
– Da nessuna parte. Mica li produco quegli accidenti di quattrini, sai?
Ci è voluto un po’ ad abituarsi al nonno. Per me ci sono voluti tredici anni, e ancora ci sto lavorando. Alla fine andammo da lui e mi fece un tè con il suo bollitore fischiante. Trafficava nella credenza succhiandosi i denti, quindi sentivo fischiare in stereo.
– Pop – chiamai. – Mi sono innamorato.
Questo lo fece smettere di trafficare, e di fischiare. Si voltò per guardarmi.
– Di chi?
– Una ragazza.
Si diede una manata sulla fronte.
– Be’, mica credevo che ti fossi innamorato di un ragazzo, accidenti di cretino che non sei altro. Come si chiama?
– Destry.
– Come scusa?
– Destry. Destry Camberwick.
– Ma quello mica è un nome. È un gruppo rock anni Ottanta.
– È perfetta.
– Be’, il nome per niente.
Sospirai, probabilmente in maniera piuttosto teatrale. Il nonno mi fece eco.
– Forza, giovane Rob – disse. – Apro i biscotti, puoi inzupparli nel tè e spararmi tutti i sordidi dettagli, accidenti.