Youtuber per caso
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Youtuber per caso

  1. 208 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Youtuber per caso

Informazioni su questo libro

Alfredo diventerà un calciatore, o almeno questo è ciò che vorrebbe suo padre. Lui in realtà è un vero nerd: odia il calcio e adora i fumetti, le serie Tv e la tecnologia. Da grande vorrebbe fare lo Youtuber. Alice, la sua migliore amica, è l'unica che lo sostiene, e lo spinge ad accendere la telecamera e a fare video, anche se Alfredo... be', il suo canale ha solo diciassette iscritti. Un giorno, però, mentre Alfredo è in diretta video, sua madre entra in camera e gli urla che la cena è pronta. Che vergogna! Saranno anche solo diciassette iscritti, ma ora hanno visto tutti che lui è un mammone. Alfredo è imbarazzato e arrabbiato, e urla a sua madre di andarsene, trattandola malissimo. È l'inizio del suo successo: il video viene condiviso da un giovane rapper, e nel giro di poco tempo fa migliaia di visualizzazioni. Alfredo sembra aver coronato il suo sogno, e la sua vita cambia in un soffio. Ma quale sarà il prezzo del suo successo?

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Informazioni

1

Odio il calcio. L’ho sempre odiato.
E allora che cosa ci faccio qui, in una domenica mattina di aprile, fredda e gelata che sembra gennaio, a scaldare la panchina durante una partita di cui non mi importa niente?
Lo faccio per mio padre.
È uno fissato, lui. Uno di quelli che parla solo di calcio, dalla mattina alla sera. E penso che lo deluderei se gli dicessi che non me ne può fregare di meno.
Da quando ha divorziato, le cose non vanno molto bene. Ci vediamo solo nei fine settimana. Mi accompagna alla partita. Poi doccia e subito dritti allo stadio. Tra un commento tecnico e l’altro chiede sempre di mamma.
– Sta con qualcuno? Come se la passa?
Io rispondo a monosillabi, ché mi sembra di tradire la sua fiducia se parlo troppo.
Mi alzo il colletto della tuta. C’è un vento siberiano che mi entra nelle ossa. Getto uno sguardo sugli spalti. Eccolo lì, con gli occhiali da sole, i capelli che sono diventati bianchi all’improvviso e la sigaretta elettronica. Vuole smettere di fumare, dice che fa male, ma intanto il pacchetto mica l’ha buttato!
Proprio adesso lo vedo ingobbirsi con la testa dentro la giacca. Tira fuori l’accendino, un paio di scatti a vuoto, il vento sempre più forte e fastidioso, poi finalmente ce la fa. Aspira vorace, un colpo di tosse e torna a seguire la partita.
Stiamo vincendo uno a zero. A me non cambia nulla, tanto non entrerò neanche stavolta.
Sono il portiere. Di riserva. Non per meriti sportivi, ma perché è il ruolo in cui faccio meno danni.
Papà sognava per me una carriera da attaccante. Da piccolo mi sottoponeva ad allenamenti faticosi e sfiancanti. Ore e ore a stoppare e calciare il pallone. Ma avevo i piedi a banana, se ne è dovuto fare una ragione.
Così mi ha messo in porta. Lì è andata un po’ meglio. A furia di pallonate in faccia ho sviluppato un certo istinto. E poi il portiere è merce rara. È più facile giocare con continuità: nelle partitelle tra amici ti chiamano sempre.
Ero anche bravino, fino a quando in seconda media ho dovuto mettere gli occhiali. Miopia. Da un giorno all’altro, senza preavviso, le scritte sulla lavagna hanno cominciato ad assumere contorni vaghi. Ho provato con le lenti a contatto, ma non le sopporto.
Un portiere con gli occhiali non è proprio il massimo. Tirano certe cannonate che ho paura che si spacchino le lenti. Quando il mister ha deciso di mettermi in panchina ho tirato un sospiro di sollievo.
Un giorno di questi glielo dico a papà, devo solo trovare il coraggio. Gli dirò che a me piacciono i fumetti e le serie Tv, che sono un appassionato di tecnologia e che sogno di fare lo Youtuber. Gli dirò che quella che per lui è una ragione di vita, per me sono solo ventidue ragazzi in pantaloncini che rincorrono una palla.
E mentre sto pensando a tutte queste cose e già mi sento meglio, un urlo dal campo mi fa tornare alla realtà. Ugo è a terra e si contorce dal dolore. Il loro attaccante, un armadio di quasi due metri, è entrato a gamba tesa sulla sua caviglia. Ugo è un portiere bravo e affidabile. Soprattutto uno che non ha paura di tuffarsi a testa bassa a un palmo dalle maglie avversarie.
Le urla si fanno più incalzanti e capisco subito che è qualcosa di grave. Il mister si gira verso di me e con una faccia funerea mi fa: – Alfredo, scaldati. Tocca a te!
Sento il cuore a mille e vorrei essere ovunque, ma non qui.
Faccio un paio di esercizi goffi. Mio padre mi incita dagli spalti: – Vai, Alfredo! È la tua occasione. Dimostra il tuo valore.
Accenno un timido saluto ed entro con le gambe che quasi cedono per l’emozione. Allenamenti a parte, sono mesi che non gioco una partita. Inspiro ed espiro, cercando di calmare l’adrenalina che mi pompa nelle vene.
Mi avvicino a passi malfermi verso la porta. Ugo è ancora a terra. Il medico lo alza a fatica e se lo carica sulle spalle, trasportandolo fuori dal campo come un pacco prezioso.
Sputo nei guanti come ho visto fare in Tv e guardo in direzione di mio padre.
Il cuore stavolta quasi si pietrifica.
Un paio di gradoni sopra di lui, c’è Aurora. La più bella della classe. La ragazza di cui sono innamorato, anche se non ho mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola.
Che diamine ci fa qua?
Miseriaccia!

2

Lunedì. Me ne sto da solo in cucina a cercare di rimediare qualcosa per la cena.
Mamma si è dimenticata di fare la spesa. Al solito.
Non lo fa apposta, è questione di carattere, inutile prendersela. Papà sì che se la prendeva. Ce le ho ancora nelle orecchie le urla, i litigi e le discussioni. Altri tempi, per fortuna.
Mi faccio un tazzone di latte con i biscotti e smanetto un po’ sullo smartphone in cerca di notizie su Il Trono di Spade. Mamma mi sbuca alle spalle dal nulla e quasi mi fa morire d’infarto.
– Cucciolo, com’è andata ieri con papà? – domanda con un sorriso a trentadue denti.
“Cucciolo.” Odio quando mi chiama così. Ho quindici anni, faccio la seconda superiore e mi chiama ancora cucciolo. Come uno dei sette nani. Be’, a dirla tutta come altezza ci siamo. Sono il più tappo della classe. Il dottore dice di stare tranquillo, che non è ancora finito lo sviluppo puberale, ma mica ci sta lui in classe con quelli che non perdono occasione per sfottermi!
– Insomma, non mi dici niente? – insiste mamma. Prende una sedia e si mette vicino a me. Vuole parlare. Che ansia.
– Bene – rispondo laconico senza alzare la testa dallo schermo del cellulare.
In realtà non è andato bene proprio niente. Una giornata da cancellare. A partire dalla figuraccia con Aurora. Manco il tempo di capire dove mi trovavo che pam, avevano già pareggiato. Una fucilata da fuori area abbastanza centrale. Dovevo andarci con i pugni, me lo dice sempre il mister (e anche papà), invece ci ho messo la mano aperta e timorosa e il pallone è entrato in rete.
Da lì in poi è stata una disfatta. La squadra ha perso fiducia, io me la facevo addosso e non vedevo l’ora che finisse.
Su un calcio d’angolo ho avuto la pessima idea di provare a uscire. Era un cross alto, ma il mister dice sempre che nell’area piccola sono tutte del portiere. Peccato che sono alto un metro e tanta voglia di crescere. Sono andato a vuoto. L’armadio che avevano per centravanti ha segnato di testa senza neanche saltare.
Ho fatto in tempo a prendere anche il terzo gol, a tempo scaduto. Su un contropiede. Potevo farci poco, ma tanto, per tutti, ero già io il responsabile della sconfitta.
Nello spogliatoio sono rimasto per i fatti miei, cercando di parlare il meno possibile. Vittorio, il capitano, ha detto a voce alta che i nani non dovrebbero giocare in porta e tutti giù a ridere. Avrei voluto rispondergli, ma non ho trovato le parole. Mi vengono sempre dopo, quando non servono più. Chissà perché.
Sono uscito prima di tutti ed è lì che l’ho vista. Aurora. Se ne stava a una ventina di metri da me, appoggiata a una vespa. Il proprietario della vespa era l’armadio che mi aveva fatto gol. Un bel ragazzo, niente da dire. Se ne stavano a confabulare fitti fitti, neppure si sono accorti di me. Poi lui le ha accarezzato i capelli e si sono baciati.
Ho sentito il cuore esplodere in mille piccoli pezzettini. La testa diceva di andarmene, ma le gambe restavano bloccate. Poi lei ha girato lo sguardo e mi ha visto. Mi si è raggelato il sangue nelle vene. Ha accennato un saluto, io sono rimasto con la mano a tre quarti. Poi ho accelerato il passo verso mio padre che mi aspettava in macchina. Mi è sembrato di sentirli ridere. Probabilmente di me.
Papà in macchina ha parlato poco. Ha capito che ero giù e non ha voluto infierire. L’ho apprezzato. Stavo quasi per confessargli che non ne volevo più sapere di calcio, quando ci siamo incontrati con i suoi amici per andare allo stadio.
Da quel momento per lui sono scomparso. Ha preso a parlare di tattiche, formazioni, scommesse, fantacalcio, e si è completamente dimenticato di me.
Come se non bastasse abbiamo perso. Dico “abbiamo” per spirito di solidarietà, ma in realtà non è che mi freghi qualcosa. Per papà invece è stata una tragedia. Ha passato tutto il viaggio di ritorno a imprecare contro l’arbitro, contro i nostri giocatori, a suo dire rammolliti e strapagati, contro il presidente che non allestisce una squadra competitiva e contro l’allenatore che non ne capisce niente di calcio. Un monologo infinito in cui ho detto a stento mezza parola.
Quando siamo arrivati sotto casa mi ha salutato frettolosamente perché aveva ricevuto una telefonata. Un amico con cui commentare, ancora una volta, la sconfitta.
«Speriamo che la prossima sia una domenica migliore» mi ha detto quando ero già fuori dalla macchina.
Dovrei raccontare tutto a mamma, ma non ne ho voglia.
– Bene? È tutto quello che hai da dirmi? E dai racconta un po’, su – mi chiede complice.
Ma io non stacco la testa dal cellulare. Ora come ora vorrei trovare solo qualche anticipazione sulla nuova stagione de Il Trono di Spade, che ricomincia stasera.
– E mollami un po’, mamma – le rispondo aggressivo.
Funziona sempre così. Finisco con il trattare male le persone a cui voglio più bene. Proprio quelle che non se lo meriterebbero. Chissà perché.
Invento la scusa dei compiti e mi ritiro in camera mia. Sto per accendere la Tv, ma il cellulare mi vibra nella tasca.
Apro WhatsApp e vedo un vocale di cinque minuti.
È Alice. Sorrido.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. 32
  35. Ringraziamenti
  36. Copyright