Il filo rosso
eBook - ePub

Il filo rosso

  1. 346 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Il filo rosso

Informazioni su questo libro

Dopo l'omicidio di sua figlia, e l'abbandono da parte della moglie, Antonio decide di lasciarsi alle spalle un passato doloroso e si trasferisce in un piccolo paese di provincia a condurre una vita piatta, monotona, sempre uguale a se stessa. Per cinque anni funziona, sopravvive. Finché, una mattina, un morto viene trovato nel cantiere dove lavora... all'apparenza sembra un incidente, ma presto Antonio scopre che quel ritrovamento non è casuale. Qualcuno ha voluto lasciargli un messaggio, a cui ne seguono altri. Tutti diversi, tutti da decifrare, ma con un unico intento: risvegliare la sua sete di vendetta. Trascinato nelle maglie di un piano di cui non tiene le fila, Antonio scoprirà la sua vera natura.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2019
eBook ISBN
9788858522301
Print ISBN
9788868369323

Parte seconda

15

L’odore della paura

L’odore arriva prima del rumore.
Così è sempre stato.
Per questo Danko si prende il suo tempo.
Sa che è il Padrone prima ancora che il Padrone avvicini il suo respiro alla porta.
A precedere il suono della chiave c’è sempre quel secondo odore, ogni volta diverso, ogni volta uguale.
L’odore della morte.
Lo avevano gli uccelli, le lepri, le talpe, i topi, i gatti, gli altri cani, dopo averlo incontrato.
È un odore comune, riconoscibile.
Almeno una volta al mese il Padrone si porta questo odore in casa.
E almeno due all’anno si porta pure quello del sangue.
Quelle volte Danko deve stare attento a rimanere controllato.
L’istinto è forte.
Non quanto l’obbedienza, ma è forte.
Il Padrone lo sa e quelle volte, quando rientra, non ordina nulla di specifico, dice solo il suo nome.
«Danko»
che significa: “Controllati fino a quando non mi sarò sbarazzato dell’odore”.
Dopo di che sparisce nella Stanza e se ne sbarazza.
Solo dopo torna da lui.
Danko lo aspetta seduto tra la brandina e il divano, pronto per la valutazione.
Quando Lara entrò nel caffè, per Antonio il senso di déjà vu fu fortissimo. Il vestito color carta da zucchero, non lo stesso che si era fatta fare dalla sarta per il viaggio di nozze, ovviamente, ma così simile, così perfetto, vent’anni dopo. I capelli biondi, diafani, raccolti in un’acconciatura fuori moda, che però su di lei sembrava attualissima, quasi postmoderna.
[È sempre stata così elegante.]
E a ruota un altro pensiero, più vero del primo.
[E lo faceva pesare a Michela.]
La donna che era stata sua moglie, una moglie vera stavolta, sedette composta davanti a lui nello stesso bar che avevano frequentato da ragazzi, entrambi appartenenti alla Piacenza-bene, noncuranti dell’aria rétro, degli stucchi dorati, degli specchi in eccesso. Era il loro posto, lo era sempre stato.
Quando le aveva telefonato a notte inoltrata, qualche giorno prima, pensava che avrebbe dovuto convincerla a incontrarlo, e invece gli era bastato chiederglielo e lei aveva accettato. Era tornato a Piacenza sapendo che lei viveva ancora nella villetta dove era stata trucidata la loro bambina. Aveva letto su un giornale che è normale che le vittime di vicende scioccanti spesso rimangano nel luogo dove è avvenuta l’esperienza peggiore della loro vita. Una sorta di elaborazione del lutto, dicevano. Roba da psichiatri. Antonio ovviamente non capiva, non poteva, non avrebbe potuto mai.
«Ciao Lara.»
«Dimmi.»
Aprì la borsetta, estrasse un cellulare, lo spense. Antonio pensò che avrebbe dovuto anticiparla, spegnere prima il proprio, anche se non suonava mai. Ma soprattutto avrebbe dovuto spegnere il secondo cellulare, quello che appesantiva la sua tasca destra.
[E se poi Lui mi chiamasse?]
Ma Lui non avrebbe chiamato.
«Come stai?»
Lei alzò lo sguardo, come se non riuscisse a capire la domanda.
«Dimmi» ripeté.
Antonio era partito deciso a raccontarle tutto. Michela era stata anche figlia sua, e lei, lei sola aveva subìto le conseguenze immediate della morte, quelle più pesanti, quelle che non ti levi dall’anima. Non c’erano stati facili nascondigli per Lara, e di questo Antonio un po’ si vergognava. Aveva pensato a salvarsi, non a salvare lei.
[Non ci sarei riuscito comunque.]
Voleva dire: “È un momento un po’ difficile”. E invece gli uscì: «Volevo parlarti di Michela».
Lara non reagì. Lo guardava come avrebbe guardato una parete bianca. Arrivò il cameriere, lei ordinò per entrambi, un Martini secco per lui, un Campari per lei. Senza esitazione, come se l’avessero fatto l’ultima volta il giorno prima.
«Cosa vuoi sapere?»
Il tono era educato, neutro, da centralinista. E Antonio d’improvviso si sentì dilaniato dalla colpa. Si aspettava qualcosa del genere, ma non subito, non così. Cercò di mettere insieme una domanda, una qualsiasi. Poi si arrese.
«Io non so niente.»
Lei annuì.
«Lo so.»
Voleva parlarle di quello che aveva fatto, degli omicidi a cui aveva partecipato, voleva dirle che gli stava dando la caccia, che era stato un vigliacco ma ora non lo era più, solo che…
[Solo che ora non sono più sicuro, Lara. Il fattore umano mi sta fregando. Aiutami. Aiutami a trovare l’assassino di nostra figlia.]
«Lo sai che aveva ordinato per posta uno di quegli orridi affari da appendere alla finestra? Le chiamano campanelle. Ne aveva scelto uno inguardabile, di madreperla. Di notte fa un rumore infernale. Anche quando non tira un filo di vento, anche quando la finestra è chiusa. Mi tiene sveglia tutte le notti.»
Antonio la ascoltava, non sapeva cosa dire. Lara continuò.
«Non ho dato via i suoi vestiti. So che ci sono i bambini dell’Africa, ma li ho tenuti. Pure la maglietta, le mutandine e i pantaloncini di quel pomeriggio. Sono tutti strappati, la polizia non voleva ridarmeli, ma lo sai io come sono…» sorrise. Si comportava come se fossero due signore che prendevano il tè. Antonio non trovava la forza di guardarla in faccia.
«Lara, ho bisogno che mi aiuti.»
Lei sorrise e scosse la testa. Poi, inaspettatamente, cambiò argomento.
«Una volta ti ho quasi tradito, sai?»
Antonio alzò gli occhi dal bicchiere. Lara non lo guardava, né per vergogna né per ostentare qualcosa, una cosa qualsiasi. Anche Lara non c’era più e parlava a nome di qualcun’altra, una che un tempo era stata sposata con lui.
«Quasi come?»
«Quasi. Potevo farlo. Magari avrei anche voluto. Ma poi invece non l’ho fatto.»
Antonio tornò a frugare nel bicchiere, in cerca di una qualche risposta emotiva. Non trovò niente nemmeno lì.
«Con chi?»
«Con Gustavo.»
«Gustavo Hamer?»
Lo stupore, almeno quello.
«Sì, Gustavo. Io piacevo a Gustavo.»
«Non me n’ero accorto.»
«Lo so. Non ti sei mai accorto di niente.»
[Reagisci, perdio! O ti massacrerà!]
«Facevo così schifo, come marito?»
«Facevi schifo come uomo.»
Lo disse come se stesse commentando un cambio di stagione, e finalmente Antonio sentì una punta di dolore.
«Allora perché non sei andata con Gustavo?»
Lei gli piantò gli occhi addosso con una tale intensità che Antonio credette che gli sarebbe andata a fuoco la faccia.
«Perché io non facevo tanto schifo. Non allora.» Si scosse, come se si fosse accorta solo in quel momento che lui era lì. Raddolcì il tono, ma non lo sguardo. «Michela aveva tre anni. Io non ero riuscita a buttare giù tutti i chili della gravidanza, ce n’erano tre che proprio non se ne volevano andare…» Scacciò una minuscola scaglia di smalto da un’unghia. «Lui mi aveva offerto libero accesso a quello splendido maneggio, tu non avevi mai temp...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Intermezzo
  6. Parte terza
  7. Copyright