La frattura alle costole continuava a non guarire. Anche se avrebbe dovuto stare ancora a riposo, Danny ricominciò ad andare a correre tutte le mattine: tentava con ostinazione di riprendere la sua vecchia vita. Le settimane si trascinavano una dopo l’altra, finché agli inizi di ottobre mi disse, in preda all’impazienza: «Vado in palestra. Voglio provare a vedere se riesco a ricominciare almeno qualcosa. Vieni con me?».
Ebbi un brutto presentimento: Danny provava dolore perfino a salire le scale o a passare l’aspirapolvere, in questa fase non era neanche da prendere in considerazione l’idea delle arti marziali. Dato che comunque non si sarebbe fatto convincere, accettai.
«Guida tu» disse, ficcandomi in mano le chiavi della macchina.
«Danny, prima o poi dovrai superare questa paura di guidare.» Dall’incidente si era rifiutato di mettersi al volante se c’ero io seduta in macchina accanto a lui. Io non me la sentivo di manovrare quella corazzata su ruote e trovavo anche insensato quel suo rifiuto, visto che da solo se la cavava molto bene.
«Non ho paura di guidare, ho paura di coinvolgere te in un incidente» precisò, salendo dal lato del passeggero. Non era il giorno giusto per discutere con lui di quell’argomento: di lì a poco Danny avrebbe dovuto incassare una delusione in palestra – perché non poteva andare diversamente. Accettare di dover ancora aspettare a praticare il suo sport sarebbe stato già abbastanza duro per lui.
Sospirando mi sedetti al volante: anche se mi sentivo abbastanza persa lì dentro, dovetti ammettere che l’auto si lasciava guidare benissimo.
Appena entrammo nel centro di arti marziali l’umore di Danny migliorò. Si diresse subito con decisione verso la zona sul retro, dove si trovavano i due ring di combattimento. Io mi sforzai di non guardare l’angolo in cui così spesso mi ero seduta con Christina.
Dogan venne verso di noi e abbracciò Danny. Ci aveva già chiamato varie volte, per sapere come stavamo e quando ci saremmo finalmente fatti vedere.
«Hai dieci minuti per me?» chiese Danny. «Voglio verificare se le mie condizioni sono buone.»
«Ovviamente, Dan. Per te sempre. Ti aspetto da settimane.» Era davvero felice di vederlo. Danny era il suo allievo di maggior successo e il suo migliore allenatore.
Dogan si molleggiò sui materassi e saltò oltre le corde con una capriola – come in passato aveva sempre fatto anche Danny: quel modo di salire sul ring era una tradizione per loro. In quel momento, però, odiai Dogan per quella entrata.
Danny si tolse le scarpe, le calze e il maglione e si arrampicò sul ring in maniera molto meno elegante. Dopo una breve fase di riscaldamento iniziarono a combattere, e io mi accorsi subito che non avrebbe funzionato. Danny non aveva la minima possibilità: doveva concentrarsi così tanto per bloccare il dolore che non riusciva ad assestare neanche un colpo. Inoltre era troppo lento, le sue condizioni ne avevano visibilmente risentito. La gamba sinistra era sempre stata la sua arma più efficace, ma adesso non riusciva neanche più a portarla in alto. Dogan era più che clemente, tuttavia Danny incassò un colpo – più accennato che ben assestato – e alzò la mano per interrompere.
«Che succede, Dan?» Dogan si chinò in avanti preoccupato, esaminando con attenzione il suo allievo. Per lui era inconcepibile che Danny non fosse in condizione di parare i suoi attacchi, né di metterne a segno uno.
Respirando a fatica e madido di sudore, Danny si lasciò cadere indietro sulle corde. «Dammi solo un minuto.» Tentava di concentrarsi e di richiamare le forze.
«Non sei ancora guarito» constatò Dogan.
«Continuiamo» disse Danny, facendo segno al suo allenatore di procedere con un altro round. Dopo un attimo Danny incassò il colpo successivo. Barcollò, ma sfruttò quell’occasione per usare la sua tattica migliore: con la gamba destra accennò un low-kick diretto al polpaccio del suo allenatore. Quando questi tentò di bloccarlo, Danny mirò con la sinistra alla tempia di Dogan: riuscì ad alzare la gamba e a sferrare un colpo, ma nello stesso istante lanciò anche un grido. Sbalzato all’indietro dallo slancio del suo stesso attacco, inciampò e perse l’equilibrio, poi con un altro grido cadde di schiena sul materasso.
«È tutto a posto?» Dogan gli si inginocchiò vicino e gli tese la mano per aiutarlo ad alzarsi. Io nascosi il viso tra le mani, cercando di trattenere le lacrime. Danny, il mio Danny, che un anno e mezzo prima si era liberato con facilità di cinque avversari, era sdraiato di schiena con le braccia distese e non si rialzava più. In quel momento seppi con certezza infallibile che non avrebbe più recuperato la forma di un tempo.
Danny non accettò l’aiuto di Dogan: se c’era un lato di lui che non si sarebbe mai spezzato, era la sua inesauribile forza di volontà, unita a un orgoglio smisurato. E così sarebbe rimasto fino all’ultimo, trovando il modo di morire libero e indomito.
Si girò lentamente sulla pancia e scese dal ring strisciando carponi. Solo più tardi riuscì a raddrizzarsi: si rivestì e andò da Dogan a stringergli la mano.
«Grazie» gli disse. «Per tutto. Di’ ai miei allievi che mi dispiace. È finita.»
«Dan, cosa…?» Dogan era confuso, ma Danny lo piantò in asso senza altre spiegazioni, uscendo per l’ultima volta dalla palestra.
Io mormorai qualcosa sul fatto che ci saremmo fatti sentire, poi corsi dietro a Danny. Quando lo raggiunsi, era già fuori, vicino alla sua macchina. Si teneva il braccio destro premuto con forza sulle costole doloranti, aveva il respiro sibilante e irregolare. Con la mano sinistra si aggrappava allo sportello del passeggero. «Non posso guidare» sussurrò, soffocando un altro grido di dolore mentre si lasciava cadere sul sedile.
«Fa molto male?» chiesi, e intanto portai la corazzata – come ormai chiamavo in segreto la nuova auto di Danny – fuori dal parcheggio e imboccai la strada per tornare a casa.
«No, per niente.» Danny si costrinse a sorridere. «Non mi sono mai sentito meglio.»
Appoggiò la fronte al finestrino e fissò lo sguardo fuori in silenzio. Ancora prima che io fermassi la macchina, Danny scese ed entrò in casa. Io parcheggiai e gli andai dietro senza fretta. Da quel giorno non avrei più avuto bisogno di correre, l’incubo ci aveva raggiunto. “Ci siamo” mi dissi: il giorno che avevo sempre temuto era arrivato. D’ora in poi si poteva solo scendere verso il basso: stavamo scivolando verso l’abisso, inesorabilmente.
Come mi aspettavo, lo trovai in camera: era sdraiato sul letto e piangeva con il viso affondato nel cuscino. Aprii la porta, che Danny aveva solo accostato, mi sedetti accanto a lui e gli accarezzai la schiena. «Danny, mi dispiace davvero. Era troppo presto, tutto qui. Che cosa ti aspettavi, con due costole rotte?»
«Puoi lasciarmi un po’ da solo, per favore? Devo tentare di elaborare in qualche modo la cosa.» Si tirò la coperta sopra la testa e continuò a piangere.
Sospirando mi alzai di nuovo e chiamai Leika per portarla a fare una passeggiata. Quante volte avevo sospirato nelle ultime settimane? Prima o poi avrei potuto smettere di farlo?
Rientrai dopo pochi minuti, ma la BMW non c’era già più. Sul tavolo della cucina trovai un biglietto:
Torno prima di mezzanotte.
Per favore, non preoccuparti. I’m fine.
Negli ultimi tempi usava spesso l’inglese, sia nel parlato che nello scritto. Era un segno della sua diminuita concentrazione.
Guardai a lungo fuori dalla finestra, prima in giardino e poi verso l’orizzonte, in attesa. Quando andai a letto, la sera tardi, di Danny non c’era ancora traccia. Verso mezzanotte sentii la sua auto.
«Dove sei stato?» gli chiesi mentre entrava in camera con un sacchetto in mano. Ancora prima di finire la domanda, avevo già intuito la risposta.
«Oddio, Danny. No! Non farlo. Per favore, non farlo!» La rabbia mi salì come un fiotto di lava bollente.
«Se già devo morire, che sia almeno indolore.» Si sedette per terra e svuotò il contenuto della busta sul pavimento.
La rabbia mi svanì in fretta come era arrivata, trasformandosi in preoccupazione violenta.
«Quella roba ti ucciderà sul serio, spero che questo ti sia chiaro» sussurrai indicando il pacchetto di alluminio con la polvere bianca.
«In realtà l’eroina non è dannosa» mi spiegò. «Il danno deriva principalmente dalle sostanze con cui viene tagliata.»
«E lì dentro ci sono.»
«In questa sì,» disse «ma ho richiesto roba di qualità superiore, e quella non provoca troppi danni fisici. Andrò a ritirarla la settimana prossima. Mi basterà fino al giorno della mia morte.»
«Dio, Danny!» gridai. «Cosa ci è successo? Adesso dovrei anche complimentarmi con te perché puoi permetterti della droga migliore rispetto al resto del mondo?»
«Tu non devi fare proprio niente. Questa è una decisione solo mia.»
Versò dell’acido citrico in un cucchiaino e aggiunse la polvere bianca. Poi ci tenne sotto un accendino.
«Danny!» urlai. «Molla quella merda!»
«Non ho nessuna intenzione di chiederti il permesso, e tu non puoi fermarmi!»
Scartò una siringa monouso e inserì l’ago.
Improvvisamente fui colta dal panico. «Sai davvero come si fa? È pericoloso anche iniettarsela.»
«Sapevi che il pericolo più grande di bucarsi è la possibilità di infettarsi con l’HIV?» ribatté lui aspirando con l’ago l’eroina ormai liquida. «Buffo, vero?»
«Da morir dal ridere. Sai come devi fare?» ripetei la domanda.
«Questa se la iniettano perfino i tossici mezzi morti. Non può essere così difficile.»
«Ma non puoi iniettartela così, potresti anche rimanerci secco. Una roba del genere all’inizio la fumi.» O almeno così credevo. Non lo aveva spiegato una volta Christiane F. dei Ragazzi dello zo...