«Cercavo lupi, ho trovato me». «Il mio lupo mi ha tagliato la strada un pomeriggio d'estate a pochi chilometri da casa. È balzato nella provinciale all'improvviso, ma calmo, e l'ha attraversata con un passo lento e sicuro, quasi a non sfiorare l'asfalto. Si è voltato a guardarmi, ci siamo fissati un istante, il tempo di lasciarmi un messaggio, e come un angelo è sparito, infilandosi nella vegetazione fitta oltre la cunetta. Mentre tutto sembrava insuperabile, il lavoro finire, il fallimento chiudere il cuore in una morsa, le amicizie allontanarsi, mentre la vita sembrava collassare su se stessa, un lupo è apparso come un lampo di luce alle porte del mio inferno personale. La sua apparizione senza senso, in un luogo strano, a un orario altrettanto strano, mi ha donato una grande fiducia nel futuro, nonostante nulla in quel momento sembrasse avere soluzione. Ma io gli ho creduto, ho stretto i denti. A volte gli angeli custodi assumono strane sembianze».
Si è messa sulle tracce dei lupi da studentessa di Scienze Naturali, quando come tesi doveva cercare segni di presenza del lupo per studiarne la genetica. Non li ha più lasciati. Oggi Mia è una "lupologa", ed è una delle più preparate. Tra le sue attività, è impegnata anche a insegnare alle persone a convivere con l'animale di cui gli uomini hanno una paura ancestrale e un'attrazione infinita.
L'esperienza personale di Mia si intreccia con la storia più grande del lupo in Italia, ed è il racconto di un amore sconfinato, di cuccioli salvati e rimasti nel cuore, come Achille, e di altri perduti, un amore a volte corrisposto, a volte no. Ed è anche la storia di come i lupi le hanno insegnato a seguire la strada della libertà.

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La ragazza dei lupi
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9788856669251
1
Pace
Li ho visti stupendi e sicuri, attraversare il prato, il mantello bagnato dalla pioggia, le orecchie all’indietro, infastiditi dal vento, li ho visti scappare, coda tra le gambe, li ho visti correre verso i loro cuccioli, rigurgitare la preda, scodinzolare ai fratelli, leccare il muso alla madre, li ho visti ringhiare di paura, li ho visti ringhiare sgomenti, li ho visti dormire, li ho visti in trappola convinti fosse la fine, li ho visti attoniti in un fosso, con le zampe o la schiena spezzate da un’auto, li ho visti avvelenati ma ancora vivi sbavare, ansimare, seduti in un bosco, li ho visti feriti dal fucile, li ho visti uccisi dal fucile, li ho visti attraverso l’obiettivo e li ho visti attraverso il satellite, li ho visti nell’intimo delle loro cellule, li ho visti puri e sporcati di cane, li ho visti morti da poche ore, morti da un mese e morti da anni, intonsi come fossero spazzolati e putridi pieni di vermi, li ho visti così tanto che ho perso il conto. E di una cosa sono certa: non mi hanno mai fatto così tanta paura come l’animo di certa gente.
Amate il lupo, temete l’uomo.
Ho 36 anni e ho appena fatto pace con me stessa. Suona un po’ banale, ammetto. È tipico delle donne litigare, tanto che alla fine litighiamo persino con le noi che vorremmo essere e non siamo, con le noi che siamo diventate e non avremmo voluto, con le noi piene di rimpianti o rimorsi, con le noi troppo deboli o troppo perfette.
Abbiamo litigato per anni, io e me. Con i lupi che ci tiravano per le maniche della giacca dicendoci “basta”. Ora che sono quassù, ora che siamo tutti quassù, io, me, i lupi, ora è tutto chiaro. Ora ho finito. Non è stato necessario arrivare in cima, non ce n’era bisogno. Mi sono fermata sulla cresta, in piedi, in bilico su una balconata di roccia. Lo faccio sempre e a lui, Ray, non piace molto. A lui che mi ha detto: «Inizia questa storia così». Dalla fine. Anche la nostra storia è iniziata dalla fine ed è il più grande straordinario lieto fine che io abbia mai visto.
Le nuvole attraversano la mia testa e i miei capelli a grande velocità, ammassi spaventosi di acqua soffiati da un vento freddo a 2.000 metri di quota. E tutto a un ritmo simile a un violento time lapse. Sotto di me praterie gialle, sentieri tracciati dagli animali, una foresta di faggi e abeti e montagne a perdita d’occhio, con i denti aguzzi delle Alpi Apuane a masticare altre nuvole, più lontane, più lente.
Nessuno sul mio sentiero. E chi ci viene su di qua con un tempo così? Settembre si è mangiato gli ultimi fiori, la pioggia ha lavato la terra, l’erba è morta. Io, per la prima volta dopo anni di questo incredibile lavoro, di questa impossibile vita, mi sento al mio posto, cioè perfettamente al centro di me stessa. È il mio ultimo anno nell’Appennino tosco-emiliano. È una specie di testamento quello che sto lasciando con i miei pensieri al vento. È il contrario di quello in cui avevo creduto, che avevo sognato, che avevo desiderato. Pensavo che la mia vita si sarebbe radicata qui. Che mi sarei sposata. Che avrei avuto due gemelli. Che avrei voluto dei figli, comunque. Che avrei fatto un minimo di carriera. Che ciò che avevo contribuito a creare sarebbe diventato qualcosa di grande e io con lui. Credevo che sarei stata felice. Invece mi ritrovo qui, pronta a dichiarare la fine, l’armistizio.
Crinale spartiacque tra l’Emilia e la Toscana. La giacca a vento del parco nazionale chiusa fino al mento, il cappuccio calato fin giù al naso, gli occhi che vedono a malapena attraverso il bordo antipioggia. Le mani in tasca. Gli scarponi ben stretti ai piedi. E tutte le mie convinzioni, tutti i miei “vorrei” legati come nastri ai polsi. Nastri legati male. A ogni passo perdo una certezza. A ogni sasso inciampo in un “avrei voluto ma ora non più”. Io sono la colpevole di questo disastro. Io ho sbagliato. Ho vissuto per quasi dieci anni con l’ansia di dover dimostrare qualcosa. Su ogni fronte. O forse mi è stato chiesto di dover sempre dimostrare qualcosa. Su ogni fronte. Ho vissuto protesa nello sforzo costante di dimostrare che valevo, che meritavo. Il risultato è che ho dimostrato solo di essere molto debole e che c’è un mondo là fuori che mi vuole un gran bene. Il che è una fortuna, perché il mondo di solito non ama i deboli, li elimina. In gergo tecnico si dice che li controseleziona. Io, invece, oltre ad aver indietreggiato più volte ho anche conservato una corte di amici, amiche e persone più o meno sconosciute che hanno visto cosa bruciava dietro tanta fragilità e non mi hanno mai persa di vista, pronti – prima o poi – ad assistere al miracolo.
Questo lavoro non si fa senza pagare un prezzo. Ho 36 anni e faccio la “lupologa”. È il termine, completamente inventato, che l’opinione pubblica utilizza per descrivere il mio mestiere. Mi occupo di lupi. I lupi mi danno uno stipendio, uno stipendio base, attraverso un ente pubblico, nel mio caso un parco nazionale. In realtà i soldi arrivano in gran parte da Bruxelles, grazie al lavoro di chi candida progetti nel parco nazionale. Insomma faccio la lupologa sotto la bandiera dell’Unione Europea, che oltre vent’anni fa ha scelto la strada della coesistenza con i grandi carnivori e li ha integrati non solo nel paesaggio ma anche nelle sue politiche ambientali, nelle direttive e convenzioni e in imponenti programmi finanziari.
Entrare nel dettaglio di ciò che ho fatto in questi dieci anni non è semplice. Il rischio è quello di rendere banale un lavoro molto complesso, nel quale competenze tecniche, competenze scientifiche e capacità diplomatiche, politiche e sociologiche si integrano a vicenda. Potrei dire che mi sono occupata di creare le condizioni affinché i lupi continuino a esistere, in un’ottica di convivenza con l’uomo il più possibile pacifica.
Come io abbia creato queste condizioni non si riassume in una riga, né in dieci. Sicuramente non l’ho fatto da sola, il lavoro è sempre di squadra e mi prendo in tutto questo pochi meriti. Non perché io non li abbia, ma perché non ne ho voglia, perché sono tranquilla ora, ma stanca. Lascio brama di meriti e gloria a chi ha voglia di prendersele. Io posso dire di essermi divertita molto, di aver ottenuto buoni risultati, alcuni straordinari, di aver dato molto e aver preteso poco e anche di essermi sbagliata grossolanamente nel gestire il mio lavoro qua. La verità è che ho sbagliato perché avrei potuto essere una grande figlia di puttana e invece ho sempre scelto il passo indietro.
Il branco di lupi che mi accompagna dall’inizio di tutto questo è un branco numeroso, formato da lupi provenienti da ogni angolo d’Italia, lupi appena nati, lupi vecchissimi, lupi zoppi, lupi rimasti mutilati dalla fucilata di un bracconiere, lupi rognosi, lupi stupendi e forti, lupi malati, lupi feriti e poi guariti, lupi madri e lupi padri, lupi ibridi, lupi neri. Adesso sono tutti qui, seduti accanto a me, su questa cresta piegata dal vento, e guardano come me lo spazio vuoto davanti ai nostri occhi, perché siamo così in alto che tutto è sotto o lontano. Davanti c’è solo una possibilità: volare.
Come in ogni racconto che si rispetti, sulle nostre teste, sul mio cappuccio verde, sulle loro orecchie a punta, volano a decine i corvi imperiali. Corvi e lupi sembrano essere stati disegnati insieme da una mano astuta. Entrambi intelligenti, opportunisti, scaltri e privi di timore. I corvi a questa quota sembrano aquiloni impigliati nelle nuvole, così fermi nell’aria; eppure l’aria si muove, soffia intorno alle loro sagome in modo indiscutibile. Come riescano a restare fermi, con raffiche di vento che superano i 50 km/h, lo ignoro completamente. Mi immagino vista dall’alto, una figura tutto sommato minuta, sfidante, testarda, simile più a un camoscio che a un essere umano.
Dicono che in me ci sia annidato qualcosa di ultraterreno che ricorda Artemide, dea della caccia, protettrice delle fiere, e allo stesso tempo di profondamente ancorato alla Terra. Del resto mi hanno chiamata Mia Gaia Luna. Mi immagino il corvo che piega la testa in giù e un po’ di lato, per osservare la cresta sulla quale sporgo come se non potessi mai cadere, circondata dai lupi.
Manca ancora un anno alla fine, eppure io sono già pronta. Ma loro, i lupi, sono pronti? Quello che ora vedo con chiarezza da quassù è una me che troppo spesso si è tenuta aggrappata al lupo per paura di perdere tutto. Credibilità, stima, fiducia. Quando invece queste piccole, significative questioni dovrebbero scaturire a prescindere da ciò che utilizziamo per ottenerle. Dovrebbero esserci date per quello che siamo e io so, solo adesso, che me le sono sempre meritate comunque. E che i lupi, tutti i lupi che ho incontrato e che mi hanno accompagnata quassù questa mattina, non sarebbero mai scappati se io li avessi lasciati liberi e avessi vissuto tutto questo con più libertà. Semplicemente avrebbero compiuto qualche giro di perlustrazione più lungo del solito. Qualcuno avrebbe tentato la dispersione, qualcun altro avrebbe continuato a seguirmi come un’ombra. Non se ne sarebbero andati, non li avrei persi, non mi sarei persa.
E adesso? Mi chiedo. Dove andremo? Cosa faremo? Cosa diventeremo?
Luce, che è appena morta, mi lancia uno sguardo languido e si lecca una zampa. Una leccata dopo l’altra, pigra, lenta, ma concentrata. Lava via la polvere del sentiero, l’odore dello sterco di pecora che abbiamo calpestato salendo. Ruota leggermente la zampa per pulirsi bene anche sotto. La sua aria leggera, il mantello dorato, i denti piccoli e aguzzi ricordano Paillette, una dei protagonisti dell’Occhio del lupo di Daniel Pennac: «Paillette si annoiava, rideva tanto, era distratta».
Lazzaro e Filippo continuano a guardare nel vuoto annoiati. Giovani, entrambi inciampati nell’uomo, chi avvelenato e chi investito, e salvi per miracolo, sono i tipici giovanotti di provincia, le giornate spese vagando per le montagne per poi trovare una situazione di comodo per mangiare o tornare a casa da mamma e papà. Ricordo come fosse ieri gli occhi sbarrati di Filippo, rotondi, sgomenti per la paura e il dolore. In una foto li ho fissati per sempre come ho fissato l’espressione curiosa e confusa di Lazzaro, avvolto in una copertina colorata.
Mirco piange. È stato un grande lupo, con un antenato cane come il colore del suo mantello tradisce, e gli mancano i cuccioli di cui si è sempre preso cura alle porte di Bologna. Il suo pelo lungo e unto, il palato sfondato dalla zannata di un cinghiale, l’espressione buona, amichevole, dolce, del pastore tedesco.
Leon, Paolino e Cecco pestano i piedi perché vogliono andare. Più arditi degli altri, quando è stato il momento hanno percorso centinaia di chilometri in cerca di una compagna. Si sono imbarcati nella più grande avventura che un lupo possa conoscere nella sua intera vita: lasciare il branco, lasciare la famiglia, lasciare il proprio sicuro, conosciuto territorio per attraversare migliaia di chilometri quadrati di boschi, prati, pascoli, campi coltivati, fiumi, strade, autostrade, ferrovie, paesi, e ancora valli, calanchi, montagne, creste, passi, laghi. Sfidare altri branchi di lupi, rischiare la vita, uccidere prede senza avere la guida dei più adulti, trovare una compagna, riuscire a costruire il proprio branco.
Furio, Cosmo e Lamar hanno girovagato tra l’Emilia e le Marche, si sono insediati, hanno marcato il territorio, lo hanno difeso, a volte hanno vinto, altre hanno perso.
Agata ha gli occhi tristi. La lupa più mite tra le lupe, morta per mano di un bracconiere con la colpa di essere ciò che è, una lupa, cioè se stessa. La tristezza di questo destino l’accompagna come un piccolo corvo appollaiato sulla spalla destra. Non se ne fa una ragione. Non faceva del male a nessuno, non aveva mai fatto del male a nessuno: mai un comportamento scorretto verso gli uomini che pure incrociava spesso nella campagna toscana.
Frodo, Ulisse e Spartaco non prendono il mio pensiero sul serio. Di loro ho amato Spartaco per l’essersi spinto piccolissimo sull’orlo della morte e Ulisse perché è stato il cucciolo che mi ha restituito il mio angolo d’Appennino perfetto con la maggiorazione del sogno, là dove i lupi mi avevano sempre snobbata, non facendosi trovare mai durante gli anni della tesi. Si spingono a spallate per invitarsi al gioco, incuranti di quello che sto cercando di dire a tutti, di quello che le mie parole stanno per fare con le loro storie, le loro vite.
Achille infila la testa sotto il mio braccio, come quando era piccolo e voleva dormire. Achille è stato come un figlio, è come un figlio. So che da qualche parte, nelle foreste del Casentino, c’è un lupo che una volta si addormentava solo tra le mie braccia. Achille significa “colui che non è mai stato allattato dalla madre” e il nome mi è stato suggerito dai suoi occhi blu, prima ancora di conoscerne il significato. Perché questo è stato il destino di Achille.
Luna ci osserva un po’ distante, con il suo mantello pallido e pulito, il muso ammaccato dei lupi vecchi, e mille storie nascoste tra i denti marci che non racconterà mai più. Luna che mi aveva avvisata e io non l’avevo ascoltata. Mi aveva puntato i grandi occhi gialli addosso, la notte che l’avevamo catturata, prima che la vedesse il resto della squadra, prima che gli altri interrompessero, con le loro frontali, l’accalappiacani e l’anestetico, l’inizio della nostra conversazione. Stava stranamente ferma, completamente priva di quel panico che avevo visto invadere tutti i lupi nel momento della cattura, il piede nel laccio. Aveva iniziato dicendomi: “Mia, cosa ci fai qui, non lo vedi? Sei in un laccio anche tu. Io lo conosco più di quanto lui si conosca, sono anni che ci incrociamo su questi sentieri. Non è per te, non ti ama. Non ti amerà mai. Ma io sono vecchia e sola, io non ho più nulla da perdere”. Sono rimasta immobile a pochi metri da lei, la mia torcia puntata sul suo muso schiarito dagli anni, dietro di lei un muro di faggi, una coltre di nebbia e la luna, come un immenso punto, sopra di noi. Come se satellite e lupo, perfettamente allineati, formassero in quella radura un chiarissimo punto esclamativo. “Scappa!”
Ventasso, orecchie indietro, occhi socchiusi, si prende tutto il vento, la testa sollevata verso l’alto, come volesse ululare, ma a farlo è Reno, che chiama la compagna che non ha più. L’invito di Luna a scappare, arrivato come un’eco dal passato, li sorprende e li interrompe. La voce di Reno si strozza, Ventasso drizza le orecchie. Mi guardano. Reno sorride. Inclina la testa. Mi ricorda di quando gli ho toccato un orecchio, mentre dormiva, prima di fare ritorno in natura, e una mano aveva spostato con sgarbo la mia, interrompendo quel contatto. Reno aveva già visto tutto. “Mia,” mi dice “spero che ora che sei giunta alla fine la lezione ti sia servita: devi imparare ad ascoltare gli amici.”
Epico annusa un’impronta di cervo, cercando di ricordare qualcosa dei tempi in cui cambiava vallata passando di qui.
Ligabue pensa, seduto accanto a me. Posto d’onore per te, amico, di cui ho tanto sentito parlare. Ligabue attraversava la tangenziale di Parma anni prima che io iniziassi a lavorare qui, ridisegnando la geografia del lupo, aprendo un nuovo mondo sulle capacità di dispersione della specie e dimostrando a molti che i lupi frequentavano colline e pianure già da un po’. Lui era il vero lupo epico.
Connor e Giotto si sono acciambellati in un punto riparato, mentre Lara e Ares si strofinano le teste sul corpo, poi restano immobili, appoggiati uno sulla schiena dell’altra. Messi insieme per forza del caso, sono diventati amanti e si sono presi cura di altri lupi più giovani, come Ulisse e Achille, facendo loro da genitori adottivi.
Zelda e Lubiana, le cattive del branco, le femmine adulte, osservano i corvi con aria severa. Zelda un pomeriggio mi ha insegnato a indietreggiare di fronte a un lupo. Mi ha chiusa all’angolo, mi ha messa al mio posto, con la sola esibizione di una fila di denti bianchissimi. Senza emettere il benché minimo suono. Poi si è voltata e ha preso la direzione che le interessava, con me fuori dalla sua traiettoria.
Alberta, figlia di un lupo e un cane, e Bandia, figlia di Lubiana e grande mangiatrice di cani, hanno fatto amicizia, anche se ogni volta che ad Alberta scappa un abbaio a Bandia viene l’acquolina.
Seduti lontani, come un esercito silenzioso, ci sono gli altri, sono decine e sono tutti i lupi che ho conosciuto quando erano già morti. Distinguerli ora è impossibile, perché si confondono con le nuvole, prendono le forme dei corvi, a ogni raffica scompaiono nel palestro e tornano lupi. Valentino e Lilith li hanno raggiunti così presto che fanno la spola tra noi e loro e stanno sempre insieme.
Non capisco ancora se sto per tradirli o se sto per compiere il più grande gesto d’amore di cui io sia in grado, per me e per loro. Sicuramente tutto è mosso da un sentimento profondo e nuovo, che da dentro oggi mi ha spinta fin quassù. La libertà. Se io sono finalmente libera di essere me stessa, dimostrando se valgo qualcosa, quanto io valga e quanto valga poco, allora anche i lupi sono finalmente liberi. Io ho cercato di mettere loro lunghi guinzagli, loro mi hanno tirata per i lembi della giacca quando non li seguivo. Siamo tutti finiti dentro una grande trappola e ci siamo ritrovati a correre su una ruota come piccoli criceti. Io inchiodata ai tempi e ai personaggi di uno spettacolo teatrale tragicomico, loro incastrati nella trama con un ruolo deciso da sempre, quello del mito.
Si diventa miti quando si muore, e forse se noi smettessimo di caricare il lupo di un ruolo tanto pesante allora i lupi smetterebbero di morire.
Vorrei prendere respiro prima di parlare. Sento il cuore salire dentro la gola, senza spingere troppo. L’ansia che precede il salto nel vuoto, in quel vuoto che ho davanti e nel quale stiamo tutti guardando, io, me e i lupi, è un’ansia leggera ma non mi lascia andare. È l’ansia che mi toglie il fiato da mesi, che mi blocca il respiro. Per fortuna Luce sbadiglia, così di riflesso sbadiglio anche io e riesco a prendere aria, sento i polmoni espandersi fino allo stomaco, i muscoli del collo si di...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA RAGAZZA DEI LUPI
- 1. Pace
- 2. Dell’ultimo anno e delle vie d’uscita
- 3. Un rapporto difficile con Cappuccetto rosso
- 4. La scelta della tesi
- 5. Vacche pericolose
- 6. La mia prima predazione e gli eterni tortelloni
- 7. WM3 - wolf male n. 3
- 8. La voce dei lupi
- 9. Un anno in laboratorio
- 10. Neve
- 11. Di notte
- 12. Ibridi
- 13. Io, canara
- 14. Lupi di mare
- 15. Lupi da salvare
- 16. Lupi mangiacani
- 17. I lupi sulla linea del tempo
- 18. Traslochi senza lupi
- Appendice scientifica
- Bibliografia
- Ringraziamenti
- Inserto fotografico
- Copyright