E così sia
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E così sia

  1. 396 pagine
  2. Italian
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E così sia

Informazioni su questo libro

«Ho trascorso l'infanzia e la prima giovinezza in un istituto per bambini abbandonati, credendo che la vita, la vita di tutti, fosse simile a ciò che a me era toccato in sorte, sevizie fisiche e psicologiche continue, ignoranza dei più elementari fatti dell'esistenza, miseria profonda. Il giorno stesso in cui ho compiuto 18 anni sono stata buttata in strada. Letteralmente, senza la minima preparazione, abbandonata in un deserto affollato così differente da quello che fino a quel momento avevo conosciuto. E non meno ostile. Gli esterni, gli altri, così diversi, mi sembravano alieni. Poi, piano piano, ho capito che l'aliena ero io.» Emma è la decima di undici figli che sua madre, una donna fredda e dura, che lei ha visto in rare occasioni, ha partorito e abbandonato. Ha trascorso la sua infanzia in un collegio di suore, dove ha conosciuto l'abbandono, la privazione di un qualsiasi gesto d'affetto, e terribili vessazioni. Una volta uscita dall'istituto, com'era prassi appena le bambine raggiungevano la maggiore età e non erano più previste sovvenzioni, si è trovata di nuovo sola, per strada, alla mercé di un mondo che non conosceva, e che di solito tratta i deboli come Emma da preda. Sembra una storia di secoli fa, ma è accaduta negli anni Sessanta, in Italia. A differenza di molte sue compagne di sventura, Emma è riuscita ad affrontare prove inimmaginabili e a costruirsi una vita. Lontana dai mille silenzi dell'infanzia.

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Informazioni

Print ISBN
9788856665475
eBook ISBN
9788858520499

MILLE VOLTE NIENTE

Nota dell’autrice

Al di là di tutto ciò che verrà detto su Mille volte niente, mi preme chiarire quale è stata l’esigenza che mi ha spinta a scriverlo.
Vorrei che tutti si rendessero conto che i danni subiti dai bambini maltrattati in orfanotrofio non cessano al momento delle dimissioni dall’istituto, ma durano per sempre.
Le persone che affollano questo libro sono in fondo semplici comparse. I fratelli, gli assistenti sociali, le persone influenti che ruotano intorno a me nel racconto, ancorché persone realmente vissute, sono fantasmi, marionette guidate dai fili di un destino già segnato.
Non è la loro presenza, infatti, la cosa più importante nella mia storia. I fatti si succedono l’uno dopo l’altro, indipendentemente dai personaggi. Anche se le persone fossero state altre, la mia vita avrebbe avuto la stessa evoluzione. La dimostrazione è nella vita delle mie compagne, le cui storie, anche se diverse dalla mia, sono intrise delle stesse sofferenze e costellate dagli stessi errori.
Introduzione

IO SONO UNA DONNA BAMBINA

Sono una donna bambina.
Una donna segnata da un’infanzia e un’adolescenza trascorse in istituti per orfani.
Io che orfana non sono.
Nel chiuso di quelle stanze sono stata maltrattata, insultata, picchiata. Mi è stata rubata la bellezza dei primi anni, la meraviglia della crescita, lo stupore per il mondo. E ho avuto in cambio dolore, umiliazione, ignoranza. Della famiglia, degli uomini, dei sentimenti, della vita.
Per questo, anche quando la porta di quelle stanze si è spalancata, sono sempre rimasta una donna bambina. Ho dovuto imparare ogni cosa, mentre gli altri sapevano già. E ho scontato la mia inferiorità con enormi sofferenze. La mia carne è stata marchiata dalle dure lezioni che il destino voleva impartirmi.
Il racconto della mia storia riprende da dove l’avevo interrotto.
Un mattino di primavera, il giorno successivo ai miei diciotto anni e poco prima di affrontare l’esame di maturità, vengo espulsa dall’istituto. Buttata in mezzo a una strada, letteralmente. È una legge atroce che nessuno mi aveva mai comunicato. La suora apre la porta senza dire una parola, e senza dire una parola la richiude.
Mi ritrovo sola, senza un soldo, senza una destinazione. Tutti i miei averi sono un diario, un libro di scuola e gli abiti che porto addosso.
Con quelli inizierò a percorrere la mia strada, senza sapere quale sia, senza sapere nemmeno se c’è per me, da qualche parte, una strada. Non so nulla, neppure il significato delle cose più naturali della vita. Le imparerò tutte sulla mia pelle. Incontrerò donne disperate o indifferenti. Uomini che insultano il mio corpo con la violenza più brutale, l’animo con i soprusi. E presenze fugaci, a volte gentili, più spesso evanescenti.
Lentamente imparerò a difendermi. Ma ci vorranno anni e, forse, ancora non mi sento del tutto salda nei risultati che ho raggiunto. Nel corso del tempo imparerò il significato di molte cose, a partire da quelle più naturali, o più scontate.
Una per me è più importante di ogni altra.
La famiglia. Quella dalla quale provengo, che non ho mai avuto. Con una madre che non mi ha riconosciuto alla nascita. Con una sorella bella e capace che si vergognava di me. Con tanti fratelli: conoscenze malferme, affetti sperati e mai compiuti.
E quella che ho cercato di creare, a mia immagine. Non sono pienamente riuscita a coronare il mio sogno. La mia è una famiglia esplosa, divisa in individualità distinte. È il punto di partenza che condiziona l’intero percorso.
E a chi mi chiede che cosa ho raggiunto, rispondo: niente, mille volte niente.
1

RIFIUTATA ALLA NASCITA

È il tramonto di una bella giornata di maggio, l’aria è tiepida, il cielo si tinge di rosso. Sono seduta su una panchina di una piazza qualsiasi. Conosco a stento il mio nome, nulla delle persone di cui brulica la città. Un’aliena proveniente da un altro pianeta, depositata sulla terra, in un posto a caso. Il mio pianeta è quello degli istituti per bambini abbandonati. Sono una ragazza di diciotto anni, li ho compiuti ieri. Oggi le amorevoli suore mi hanno messo alla porta. Senza riguardo. Senza mezzi. Senza riferimenti.
La piazza è molto animata, ribolle di passanti frettolosi e di gente in attesa dell’autobus. Sulle panchine siedono persone anziane, tutti uomini, e la mia presenza attira la loro curiosità. Sono sola e indifesa, sento i loro occhi trapassarmi la pelle: sono terrorizzata.
Nessuna delle mie due sorelle, Vanessa e Clotilde, mi aiuterebbe. Vanessa ha diversi anni più di me e suo marito non mi accetta. Clotilde è appena più grande e abbiamo passato molto tempo negli stessi istituti. Ora frequentiamo anche la stessa scuola: potrei cercarla là. Ma si è sempre mostrata ostile, indifferente. Spesso ho pensato che mi odiasse. Non so dove abita e sono certa che mi respingerebbe.
Così rimango seduta per ore, su una panchina, immobile, incapace anche di pensare. Ogni tanto mi alzo, per allontanarmi dagli occhi dei vecchi. Faccio il giro della piazza e torno a sedermi allo stesso posto.
In questo modo passa il tempo, segnato dalle campane della vecchia chiesa sull’altro lato della piazza. Per un po’ spero di rifugiarmi proprio in chiesa, ma la porta è sbarrata. Scende la notte e la piazza piano piano si svuota. Io sono sempre là, impietrita: i rari passanti mi lanciano strane occhiate.
Ho freddo e paura, le campane battono le ore, guardo insistentemente il portone della chiesa sperando che si apra, ma è inutile.
Mi arrovello e non smetto di pensare: “Perché nessuno mi ha raccontato questa cosa atroce? Perché nessuno mi ha spiegato cosa sarebbe successo una volta compiuti i diciotto anni?”. Non trovo risposta e nemmeno oggi conosco il motivo di quel silenzio. Non saprò mai perché le suore e Clotilde hanno taciuto.
Così trascorro la mia prima notte da donna libera: all’addiaccio, sulla dura panchina, senza dormire un solo minuto.
L’alba mi vede ancora là, disperata.
Non sento la fame e la sete. Non vado in bagno da ieri.
Quando la chiesa apre le porte entro e noto il sacerdote che si prepara a dire messa. Prego Dio con tutto il cuore che quell’uomo mi soccorra, ma subito il suo aspetto mi blocca. Sembra padre Cantalamessa, il mio vecchio confessore: si comporta come se avesse fretta di finire il suo lavoro prima possibile. Non trovo la forza di avvicinarmi e spero che sia lui a notarmi. È un giorno lavorativo e la chiesa è quasi vuota. Prego che accada, prego le anime dei miei fratelli morti che il prete si avvicini. Lui niente, neanche uno sguardo.
«Andate in pace!»
«Amen!»
Ascolto la messa più volte. Rispondo meccanicamente alla benedizione. Poi, sfiduciata, torno in piazza.
Ora sento i morsi della fame. Faccio la posta a un carretto di frutta e verdura, ma non riesco nemmeno a rubare una mela.
La città è piena di gente, io non conosco nessuno.
Finché improvvisamente, al pomeriggio, vedo passare Agata, una mia compagna di classe. Mi avvicino a lei con il cuore in tumulto, come alla mia àncora di salvezza. Ho il fiato spezzato, non riesco a parlare. È Agata a notarmi e dire tranquillamente: «Ciao! Come mai oggi non sei venuta a scuola?».
«Mi hanno mandata via dal collegio,» le spiego con voce rotta «non so dove andare e non ho da dormire. Puoi aiutarmi?»
Lei non sembra colpita dalla mia situazione. Con la crudele irresponsabilità dei ragazzi, dice che non sa cosa fare per me.
«La mia famiglia è povera e non posso ospitarti.»
Poi, con la stessa tranquillità, mi saluta e si allontana.
Con lei se ne va la mia speranza.
E tuttavia non posso rimanere qua, trasformare questa panchina nella mia casa. Così continuo a spremermi il cervello. Mi vengono in mente i ragazzi del complessino con cui suonavo in istituto… Filippo, Luca, Michele e Armando… sì, Armando, Armando Russo.
Di lui ricordo anche il cognome. Era il batterista. Devo trovarlo. Cerco una cabina telefonica, afferro l’elenco. E quanti Russo ci scopro dentro! Non importa, li chiamerò tutti. Li chiamerò anche se non ho monete né gettoni. Fortunatamente, so bene come fare. Basta prendere a pugni la gettoniera. E se non funziona, bisogna battere la levetta d’appoggio della cornetta tante volte quanti numeri devo comporre sul disco.
Non sempre il trucco riesce, non stavolta. Ma io devo telefonare. Devo. Esco allo scoperto e chiedo aiuto alle persone che aspettano il bus. Mi sento profondamente umiliata. Qualcuno finge di non sentire, qualcun altro risponde in modo sgarbato. Infine trovo chi mi porge un gettone.
Faccio un mucchio di chiamate e ogni volta chiedo: «C’è Armando il batterista?». Rispondono che ho sbagliato numero. Che non sanno chi sia. Non c’è mai. Poi, finalmente, per magia, la voce di una persona anziana dice: «Aspetta che te lo pa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. E COSÌ SIA
  4. IL SUONO DI MILLE SILENZI
  5. MILLE VOLTE NIENTE
  6. Copyright