A un passo da un mondo perfetto
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A un passo da un mondo perfetto

  1. 336 pagine
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A un passo da un mondo perfetto

Informazioni su questo libro

Germania, 1944. Iris ha undici anni, quando si trasferisce con la famiglia in un paese vicino a Berlino. Il padre è un capitano delle SS promosso a vicecomandante del campo di concentramento che sorge laggiù, mentre la madre è una donna autoritaria con una grande passione per i fiori. La nuova casa è bellissima, grande e circondata da un immenso giardino, di cui si prende cura un giardiniere. Di lui Iris sa ben poco, sa solo che è ebreo e che tutte le mattine arriva dal campo, per poi tornarci dopo il tramonto. A Iris è vietato rivolgergli la parola perché è pericoloso, ma la curiosità è più forte di lei. Comincia ad avvicinarsi di nascosto a quello sconosciuto con la testa rasata e la divisa a righe. Comincia anche a lasciargli piccoli regali nel capanno degli attrezzi, in un cassetto segreto, e lui ricambia con disegni abbozzati su un quaderno. Così, giorno dopo giorno, tra i due nasce un'amicizia clandestina fatta di gesti nascosti e occhiate fugaci, un'amicizia in grado di far crollare il muro invisibile che li separa e di capovolgere il mondo perfetto in cui Iris credeva di vivere.

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Informazioni

Anno
2019
eBook ISBN
9788858522172
Print ISBN
9788856668704
Prima Parte
1

Di Helga, Doris e Madame Elena

Strano. Helga sarebbe di nuovo venuta alle due.
Helga era l’insegnante di Iris. Sostituiva la scuola tradizionale. Era arrivata in casa Hammer quattro anni prima. Non era mai mancata un giorno. Non si era mai neppure ammalata. Cinque mattine a settimana, alle nove, puntualissima, suonava il campanello. E adesso, improvvisamente, per il secondo giovedì di seguito, Helga sarebbe venuta alle due. Solo il giovedì. Molto strano.
La mamma di Iris, Witta, era stata la prima insegnante della bambina. Aveva studiato per diventare maestra, ma non aveva mai voluto insegnare, diceva che non era portata. In effetti Witta cambiava umore spesso. Certe giornate era incostante, impaziente. Altre era dolce, serena, accogliente. Per un anno aveva insegnato lei, a Iris, le prime nozioni elementari. La bambina aveva sofferto un po’ del doppio ruolo della madre. Come istitutrice Witta era più severa che come mamma. Comunque, i giorni più inquieti per lei arrivavano soprattutto con il mal di testa. Terribile e interminabile. Witta era intrattabile fino a quando non decideva di isolarsi da tutti e stendersi sul letto, immobile.
Finalmente, una mattina, era spuntata Helga. L’aveva selezionata, e poi scelta, Witta, per il suo rigore e la sua fermezza. Quando i genitori gliel’avevano descritta, Iris si era subito immaginata una donna col viso arcigno. Il giorno che la vide capì subito che era tutt’altro. Helga aveva lunghi capelli neri, mossi. Gli occhi marroni, grandi e tondi, esprimevano tanta dolcezza. Parlava a voce bassa, scandendo bene le parole, come se le stesse scegliendo con cura, ogni volta. Iris si innamorò subito della voce della sua insegnante. Le lezioni erano belle, con lei. Helga vestiva sempre di chiaro, tinte delicate, mai colori forti. Però sui suoi abiti non c’era mai un ricamo, un fiore, una fantasia, neppure una spilla, perciò dava l’impressione di vestire severamente. Era rigorosa, come piaceva alla mamma: all’inizio della lezione spiegava sempre alla bambina cosa avrebbero fatto quel giorno, fin dove sarebbero arrivate. E non c’era verso di mancare l’obiettivo. In compenso, Helga era sempre paziente, attenta ad ascoltare le domande e i dubbi di Iris. Il sorriso divertito di Helga, anche dopo l’ennesima interruzione, le infondeva serenità. Con lei Iris non si era mai sentita indietro, o «poco pronta alla soluzione del problema», come le diceva Witta.
«Ci sono bambine che hanno sempre la risposta pronta. Hanno un’intelligenza veloce, come uno schiocco di dita. E poi ci sono le bambine come te. Magari ci arrivano dopo alla risoluzione di un problema: in testa girano tanti pensieri, domande, dubbi. Sei più portata alla riflessione filosofica che non alla velocità, Iris. Stai tranquilla, l’importante è l’impegno che dedichi allo studio. Ognuno di noi eccelle in qualcosa, scoprirai presto in cosa anche tu, Iris.»
Come la tranquillizzava Helga! Certe volte con sua madre, che si aspettava risposte immediate e fulminanti alle domande, si era sentita come se fossero state in cinquanta dentro la stanza, e lei avesse risposto per ultima. Che fatica!
L’unica cosa che non restava mai a lungo sospesa sulle labbra di Iris era la curiosità, glielo faceva notare divertita anche la sua istitutrice. Era più forte di lei.
Infatti, il secondo giovedì che Helga arrivò alle due, andò dritta al punto e le chiese perché non poteva più arrivare la mattina.
– Doris deve vedere il medico per una terapia al mattino, Iris – le rispose la donna. – Devo accompagnarla io. Sarà così per un po’ di tempo. Non so ancora per quante settimane.
– Ma perché? Doris sta male?
Iris non si arrendeva. Aveva visto la figlia di Helga una volta sola. Al suo terzo compleanno. Doris aveva sei anni, adesso. Quando Helga era con Iris, la bambina restava con la nonna.
– Che malattia ha Doris? – chiese di nuovo Iris.
In quel momento era presente anche la madre. Helga non aveva risposto subito e istintivamente aveva guardato Witta.
– È una malattia che richiede una terapia lunga, cara – le rispose la madre. – Bisogna seguire le indicazioni del medico perché Doris possa guarire e diventare come tutti noi. Vero, Helga?
Ma l’istitutrice non aveva detto che era vero. Non aveva detto niente.
A Iris non era sfuggito un altro particolare. La madre aveva detto che Doris sarebbe guarita se fosse diventata come noi.
Voleva spiegazioni: – Cos’ha di diverso da noi Doris?
La bambina interrogò con lo sguardo prima sua madre e poi, visto che non rispondeva, fece lo stesso con Helga.
Ma questa, ancora una volta, non rispose.
Però la prese per mano e l’accompagnò verso il pianoforte. Le sorrise. La bambina notò che il sorriso le si spegneva presto quel giorno, anche se Helga lo richiamava subito. Ma non riusciva a farlo durare. Era evidente che c’era qualcosa che la preoccupava.
– Oggi cominciamo con la musica – le disse. – Riprendi a suonare il brano di ieri…
«Strano anche questo» pensò Iris mentre si sedeva sullo sgabello. Di solito il pianoforte arrivava alla fine della giornata.
Anche quel pomeriggio, per il terzo giovedì di fila, Helga sarebbe venuta alle due.
Ma prima che arrivasse accadde qualcosa di strano.
Iris si avvicinò alla finestra della sala. Mancava poco. L’istitutrice sarebbe apparsa all’angolo, in fondo alla strada, dove c’era un negozio di cartoleria che aveva dei bellissimi quaderni, illustrati con i personaggi delle favole. Iris si fermava sempre a guardarli con la madre. Era come una vetrina di pasticceria, per lei. Ne era golosa, Helga lo sapeva.
Tante volte, anche loro due, tornando dal parco, nelle giornate di sole, si erano fermate in silenziosa contemplazione delle vetrine.
D’altra parte, il negozio di Madame Elena aveva molti ammiratori. Era il più visitato del quartiere. La proprietaria, di origini italiane, aveva sposato Serge, un signore francese con gli occhi blu scuri pieni di luce. Lui faceva il dentista. Chissà come erano finiti ad Hannover. Le vetrine le preparava lei, Madame Elena, cambiandole ogni settimana. Le piacevano gli oggetti artigianali: i pezzi unici, irripetibili, come i suoi quaderni rilegati, gli astucci di lana, i diari in cuoio e stoffa, le matite a righe, le penne con le piume, le carte da regalo dipinte a mano.
Ogni oggetto aveva una targhetta con il nome dell’artigiano o dell’artista che lo aveva reso un pezzo unico. Madame Elena sceglieva tutto personalmente. Conosceva artigiani in tutto il mondo. Le piaceva viaggiare. Anche lei era un’artista. Dipingeva.
In fondo al suo negozio, stretto e lungo, esponeva i suoi quadri. Non erano granché, a dire il vero. Erano case perlopiù. Non c’erano mai le persone. Solo abitazioni. Al mare, in montagna, sui fiumi, sul lago, in città, in campagna, nel bosco e nella foresta. Cambiava la natura intorno, i colori, le forme, i materiali e le architetture, ma restavano case. Però Iris ne era incuriosita perché Madame Elena una volta le aveva raccontato che erano tutte le abitazioni che lei aveva visitato.
«Viaggio tanto, Iris» le aveva confidato «per cercare gli oggetti che poi vendo qui in negozio. Sono entrata a vedere tutte le case del mondo, e poi le ho disegnate. Ma solo di fuori, perché dentro ci trovi i segreti. E spesso i segreti non sono gentili con chi li scopre» aveva concluso la donna.
Iris aveva pensato che Madame Elena dovesse essere tanto vecchia per aver visto già tutto il mondo. O che il mondo non fosse poi così grande come le sembrava. E come le diceva Helga.
Comunque, Madame Elena i suoi quadri non li vendeva.
«Tanto non li prenderebbe nessuno» aveva risposto un giorno a Witta che glielo aveva chiesto. «Nei miei quadri non c’è la creazione dell’artista, ma solo i ricordi del viaggiatore. Chi non ha visitato tutte queste case, non ci vede che posti. E un posto vale l’altro se non conosci chi lo abita, non crede?» aveva concluso con un sorriso seguito da un’alzata di sopracciglio, un’espressione di complicità che spesso le solcava il viso, ma che la madre di Iris non raccolse.
«Be’, sì, certo» aveva risposto Witta, anche se non ci aveva capito molto del suo discorso strambo. D’altronde, Madame Elena le era sempre sembrata un po’ stramba. «Ma che ti vuoi aspettare da una che si fa chiamare Madame solo perché ha il marito francese» era stato il secondo pensiero di Witta.
Comunque Iris ci finiva spesso dentro a quella cartoleria, soprattutto con la madre. Era la bambina che insisteva per entrare. Ogni volta diceva che aveva bisogno di una matita o di un quaderno. Quelli normali, gli altri costavano troppo. Lei non era povera, ma Madame Elena chiedeva davvero un bel po’ di soldi per un «semplice quaderno dipinto», le aveva detto Witta. A Iris erano concessi solo fogli senza pretese per studiare. Ma tanto a lei bastava entrare. Guardare, toccare i quaderni unici, perdersi fra le pagine con i bordi dorati e i disegni sempre nuovi.
Un pomeriggio, curiosando fra i quadri di Madame Elena, Iris aveva visto un diario piuttosto piccolo, chiuso con una minuscola chiave dorata. Era illustrato con alcune scene tratte dalla fiaba Hänsel e Gretel, la sua preferita insieme a Frau Holle. Iris fece i conti: mancavano cinque settimane al suo compleanno. E avrebbe tanto voluto un diario segreto!
Intanto Witta l’aveva richiamata già due volte per uscire, ma lei non l’aveva neppure sentita.
«Ti piace quel diario, vero Iris?» Madame Elena l’aveva raggiunta.
«Sì, tanto» aveva risposto lei. «Chiederò ai miei genitori se è possibile comprarlo per il mio compleanno. Ma è fra cinque settimane. Lo troverò ancora?»
Madame Elena aveva preso il diario e lo aveva messo dentro un cassetto.
«Adesso lo ritroverai» le aveva detto strizzandole l’occhio in segno di intesa. «Se poi non te lo comprano, sono certa che il diario non potrà fare a meno di aspettarti. Ora vai, Iris, tua madre ti cerca.»
In quel momento era entrato un cliente e Witta aveva chiamato con voce perentoria la bambina. Dovevano andare subito via.
Iris era tornata dalla madre, ma non sentiva i rimproveri che le stavano piovendo sopra. Pensava a come era stata gentile Madame Elena con lei. Avrebbe dovuto dirle almeno grazie. Ma, nella fretta, se n’era dimenticata.
La prossima volta lo avrebbe fatto, tanto chissà quante volte ancora sarebbe andata nella sua cartoleria preferita!
Così credeva, Iris.
Il suo compleanno sarebbe arrivato presto. Sperava che i suoi genitori accettassero di regalarle il diario che Madame Elena aveva messo da parte per lei. Ma non sarebbe stato facile convincerli. La guerra aveva reso tutti più poveri, così le ripeteva la madre.
A proposito, l’ultimo Natale cosa le avevano regalato? C’era già la guerra?
Altroché.
Se ne ricordò. Si trattava, ancora, di una creazione che aveva visto da Madame Elena.
Una statuetta di Gesù bambino scolpita in legno, semplice e bellissima, da mettere nel presepe. Era una figurina piccola, ma aveva un viso perfetto, sembrava un bambino vero. Era stata intagliata da un artigiano di Monaco. Iris l’aveva ammirata per mesi, ogni volta entrava e la cercava. Temeva che qualcuno la comprasse. Un giorno la cercò e non la vide più. Non disse niente. Ma rimase triste fino a quando la ritrovò per il giorno di San Nicola. La madre l’aveva acquistata di nascosto per lei.
I ricordi su Madame Elena e il suo negozio svanirono all’improvviso perché, finalmente, ecco Helga! Arrivava trafelata, Iris la vide apparire all’angolo della via. Aveva venti minuti di ritardo. Mai accaduto prima.
«Chissà se Doris è guarita» si chiese la bambina.
In quel momento notò che Madame Elena aveva la serranda abbassata. Non ci aveva fatto caso, strano. Era proprio chiusa. Certo, alle due e venti del pomeriggio nessun negozio era aperto. Ma Madame Elena non tirava mai giù la serranda, perché di solito arrivava Serge, alle dodici e mezza, e mangiavano insieme sul retro del negozio. Il marito poi tornava al lavoro, aveva lo studio lì vicino. Lei riapriva verso le tre.
Dalla finestra Iris vide un cartello appeso alla serranda. Ma non si riusciva a leggerlo.
Helga passò accanto al negozio, si fermò a guardare il cartello. Poi proseguì. Ma non alzò gli occhi per il consueto saluto a Iris.
La bambina andò ad accoglierla sulla porta.
Le domande cominciarono quando an...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. A un passo da un mondo perfetto
  4. Prima Parte
  5. Seconda Parte. Dodici anni dopo
  6. Cose utili per leggere di crepe, di viaggi. E di ringraziamenti
  7. Copyright