Ridere come gli uomini
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Ridere come gli uomini

  1. 208 pagine
  2. Italian
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Ridere come gli uomini

Informazioni su questo libro

Wolf è solo un cucciolo quando comincia l'addestramento: in poco tempo i padroni neri ne fanno un'arma infallibile, letale, che si alimenta della paura di chi gli sta accanto. Alla prima occasione Wolf decide di scappare dagli orrori della guerra e da ciò che le SS lo hanno fatto diventare. E per la prima volta incrocia uno sguardo diverso, quello di Donata, una ragazzina con la sindrome di Down che sembra non avere alcuna paura di lui. Anche Donata è in fuga, e insieme a lei c'è suo fratello Francesco. Un'ombra nera e silenziosa li sta inseguendo per i boschi della Toscana, qualcuno che sta cercando Donata.

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Informazioni

Anno
2018
eBook ISBN
9788858520727
Print ISBN
9788856662849

1.

Ornamento di separazione
Si chiamano uomini e abbaiano in modo strano. Questa era la prima cosa che mi aveva detto mia madre su di loro.
Gli uomini, quando nasci, ti scelgono una parola che chiamano nome. A me avevano dato la parola “Wolf”. Quando pronunciavano quella parola, voleva dire che si rivolgevano a me e io dovevo far vedere in qualche modo che avevo capito.
Anche per loro, mi disse la mamma, gli uomini sceglievano una parola, quindi non riguardava solo noi cani quell’usanza. Quando un uomo chiamava un altro con la parola giusta quello si voltava e dava segno di aver capito, proprio come facevo io. Mia madre queste cose le aveva spiegate a me e a tutti i miei fratelli. Fra di noi non avevamo bisogno di parole per chiamarci e riconoscerci e ci era sembrato strano, ma gli uomini - aveva spiegato la mamma - non hanno fiuto, per niente, e così devono distinguere i loro simili e i cani dal nome e dall’aspetto.
– Che volete farci – aveva detto – sono limitati, occorre pazienza con loro –. E io e i miei fratelli avevamo capito.
Quando seppi che nella lingua di quegli uomini “Wolf” significa lupo mi era sembrato così sciocco: chiamavano un cane col nome di lupo. Ma la cosa più strana che mia madre mi aveva rivelato era che gli uomini parlavano lingue diverse a seconda di dove erano nati. Quindi, se erano nati in posti diversi, tra loro non si capivano. Questa era bella, come se io non potessi intendermi con gli altri cani solo perché non eravamo nati nello stesso posto.
Quando mia madre ci disse che gli uomini facevano la guerra fra di loro, io mi convinsi che questo era dovuto proprio al fatto che non si capivano.
A me piaceva andare a caccia con mia madre e i miei fratelli anche se poi il cibo me lo davano gli uomini.
Loro non avevano un manto di peli, ma delle pelli che potevano togliersi e rimettersi quando volevano. Un po’ li invidiavo a dire il vero, perché quando faceva molto freddo si mettevano delle pelli più pesanti e quando era caldo delle pelli leggerissime e sottili come foglie, mentre io avevo addosso sempre lo stesso mantello.
La mia vita felice finì quando vennero degli uomini coperti di pelli nere. Non li avevo mai visti prima.
Appena capii cosa volevano farmi cercai di lottare. Quando riuscirono a prendermi mi picchiarono, mentre mia madre gridava di smetterla. La guardai un’ultima volta legato da un laccio che quasi mi soffocava e lei mi disse addio piangendo senza lacrime, come fanno i cani. Una voce d’uomo disse: – Questo è il più forte e sembra abbastanza cattivo. Sarà un buon cacciatore se imparerà a ubbidire e non si farà ammazzare prima.
Il nostro allevatore, che fino a quel momento mi era sembrato un uomo buono, mi prese in braccio con una stretta forte che non avevo mai sentito. Voleva mettermi nella gabbia, ma prima di portarmi via i due uomini in nero vollero che vedessi cosa facevano.
– Lascia che guardi, è la prima lezione dell’addestramento, capirà subito chi comanda – disse uno di loro. Poi fissò mia madre: – È vecchia ormai – e le sparò un colpo con la pistola.
Lei non morì subito; cadde a terra e sembrava provare stupore più che dolore o paura. La mamma pensava che tutti gli uomini volessero bene ai cani. Mi guardò mentre gli occhi le si appannavano per la morte imminente. Si vedeva che soffriva, ma anche che era felice perché ero l’ultima cosa che avrebbe visto al mondo, come se la vita le lasciasse un buon ricordo e quello fossi io.
Per i miei fratelli fu diverso. Loro, che erano lontani e non avevano visto morire la mamma, corsero incontro ai due uomini pensando che volessero giocare. Quando li presero in braccio cominciarono ad agitarsi felici, cercando di leccare in faccia quei due per dimostrargli la loro amicizia.
C’era una grossa tinozza da cui le vacche del nostro allevatore bevevano e i padroni neri vi si avvicinarono. Il primo prese due dei miei fratelli, uno con una mano e uno con l’altra, e li tuffò nella tinozza piena d’acqua. Loro pensarono che volesse fargli il bagno come a volte faceva l’allevatore, ma d’un tratto il padrone nero gli affondò sott’acqua le teste. Ce le tenne finché loro non smisero di agitarsi. Poi li tirò fuori e li buttò a terra lontano, come due stracci bagnati che non servono più.
Mentre cercavo di liberarmi con tutte le mie forze dalle braccia dell’allevatore, l’altro padrone nero fece lo stesso con l’ultimo fratello rimasto. Era il più piccolo, era sempre allegro e non l’avevo mai visto mordere nessuno, nemmeno per gioco. Quando la mamma ci chiamava era sempre il primo a correre, il più ubbidiente e subito dopo aver bevuto il latte si addormentava di schianto sopra di lei, che restava immobile per non svegliarlo. Distolsi lo sguardo così, almeno lui, non lo vidi annaspare fino a morire.

2.

Lì, ormai al sicuro a casa della nonna, trovò la forza di raccontare quello che era accaduto solo poche ore prima.
– Il babbo mi aveva detto di andare a chiedere al vinaio se aveva del rosso in cantina e a quanto ce lo poteva vendere. Aveva detto di portare Donata con me, ma io non ero d’accordo, è lenta e avevo da fare altre cose per la mamma. Non c’era stato verso di fargli cambiare idea. Al ritorno, vicino a casa, ho visto qualcuno tra i nostri olivi. Era strano perché a quell’ora il babbo non lavora mai nell’oliveto. C’erano delle figure che sembravano in attesa. Ho creduto che aspettassero proprio noi, forse era il babbo e qualcun altro dei suoi uomini che sapevano che per tornare a casa saremmo passati di lì. Da lontano distinguevo soltanto le ombre muoversi lente tra gli olivi. Ho aumentato il passo lasciando indietro Donata, quando ho notato che le ombre non si muovevano come fanno gli uomini, ma dondolavano, come fanno le lampade appese quando c’è poco vento. Avvicinandomi ho visto che si trattava di impiccati. Oscillavano lenti. Lì per lì ho creduto di sentirmi male. Quando stavo per voltarmi per far tornare indietro Donata perché non vedesse quello scempio ho riconosciuto il babbo. Era l’unico che non oscillava, fermo, con la testa ancora dritta come quando era vivo. Allora ho pensato che forse potevo salvarlo e gli ho abbracciato le gambe cercando di tirarlo su con tutte le forze che avevo perché il cappio non gli stringesse il collo, ma era troppo pesante e non ce l’ho fatta a spostarlo. Ho scalato l’olivo per tentare di sciogliere il nodo della corda, ma era così stretto che pareva di legno. Ho provato a spezzare il ramo saltandoci sopra ma non c’è stato niente da fare.
Donata piangendo è corsa da un altro cadavere appeso: era la mamma. Si è messa a urlare e a scuoterla come per svegliarla da un sonno profondo. Io l’ho presa per le spalle per allontanarla, ma lei è forte come una roccia. Quando ha capito che non poteva risvegliarsi mi ha abbracciato con un braccio, l’altro ancora stretto intorno alle gambe della mamma, così eravamo di nuovo insieme. Poi ho sentito una voce: «Sono state le SS».
Era Attilio. Intorno al collo aveva il segno della corda anche lui, ma la corda non c’era. Gli ho chiesto come aveva fatto a salvarsi e lui mi ha detto che gli si era spezzato il ramo. E poi ha aggiunto che era successo tutto perché i nostri genitori avevano aiutato i partigiani. Gli ho risposto che non era vero, che l’avrei saputo, e lui ha detto che le SS chiedevano anche di Donata.
«Non lo so perché, ma cercavano lei» ha detto. Poi mi ha preso le mani e mi ha implorato di scappare perché eravamo in pericolo e lui lo sapeva di certo, si è quasi inginocchiato davanti a me come se volesse chiedermi perdono di qualcosa e piangeva. Poi si è rialzato e senza dir nulla si è messo a correre verso il paese. Stavo per prendere Donata e scappare, ma lei è andata verso casa. Io le dicevo di tornare indietro, che era pericoloso, ma lei non ha voluto ascoltarmi.
Una volta dentro, a me è venuto il pensiero assurdo che forse avevo immaginato tutto e che la mamma e il babbo sarebbero usciti da qualche stanza. La mamma asciugandosi le mani come quando faceva il pane e qualcosa la distoglieva e doveva lasciare tutto lì e fare alla svelta prima che l’impasto si rovinasse. E il babbo uscendo dal salotto avrebbe detto che ci avevamo messo troppo a tornare dal frantoio. Ma non uscì nessuno da quelle porte. Allora ho seguito Donata fino alla nostra camera e l’ho trovata seduta in terra che stringeva al petto la custodia della sua ocarina. Stava lì con gli occhi chiusi. Le ho detto che bisognava andar via, ma lei rimaneva ferma. Dopo un po’ ce l’ho fatta a rialzarla e mentre scappavamo di corsa non ho avuto il cuore di guardare il babbo e la mamma ancora appesi lì, nell’oliveto.

3.

Ornamento di separazione
Cominciò l’addestramento e io all’inizio non volevo mangiare. Volevo morire come i miei fratelli, anzi speravo che venissero a prendermi per affogarmi in qualche abbeveratoio, ma non lo fecero. Mi picchiavano sempre perché non volevo fare niente di quello che mi ordinavano e più volte mi avevano minacciato con le pistole e con i mitra. Uno dei padroni neri chiedeva sempre all’altro perché non mi ammazzavano e non prendevano un altro cane più malleabile, ma quello si era intestardito a volere proprio me.
– Verrà fuori un cacciatore eccezionale, vedrai – e siccome era il capo dell’altro mi fece rimanere in vita contro il mio stesso volere. Alla fine ricominciai a mangiare. Lo feci perché pensai che mia madre avrebbe voluto così e volevo obbedirle ancor più di quando ce l’avevo davanti tutti i giorni. Volevo essere un buon figlio, ora che non avevo più una madre. Quante volte, dopo, mi sono pentito di non essermi lasciato morire.

4.

– Ho corso tirandomi dietro Donata fino al capanno da caccia del babbo, sopra quel pino enorme. Ho deciso che era meglio rimanere lì per la notte. Il babbo aveva detto che era il rifugio più sicuro: «Se senti sparare piglia Donata e scappa al capanno» e proprio per quello ci aveva lasciato dentro un paio di coperte, una lampada a olio e i cerini per accenderla.
Ho fatto dire le preghiere a Donata e ho chiuso gli occhi, ma non ho dormito. Sentivo rumori da fuori e avevo paura che fossero venuti a prenderci. Mi veniva da piangere di continuo.

5.

Ornamento di separazione
Mi credono morto come lui. Quando gli hanno sparato non ho visto da dove ma io avevo sentito che c’era qualcuno che ci osservava. Ho fatto finta di nulla. Quelli non sparano mai ai cani a meno che non se li trovino addosso. I cani possono far male, morderti, ma i padroni hanno i mitra. Per questo sparano a loro e non a noi.
Ero sulle tracce di un prigioniero scappato, ma ormai l’avevo perso. Per far vedere che mi davo da fare però, frugavo dappertutto e lo facevo girare in tondo come se fossimo sul punto di trovarlo. Pensavo di andare avanti così finché lui si sarebbe stancato e saremmo tornati al campo. Mi sarei preso qualche cinghiata per aver fallito la caccia, ma ormai non ci facevo più caso.
Stavo frugando in un rovo quando ho sentito l’odore inconfondibile dell’altro. Era un misto di sigaro e sudore con molta paura. Doveva essere un adulto giovane, anche se i suoi vestiti sapevano di muffa come se avessero preso umidità per anni. Potevo abbaiare e seguire il suo odore, e scovarlo per il padrone nero, ma poi per lui sarebbe finita male, come sempre quando avevi a che fare con uno di loro. Oppure potevo far finta di nulla e continuare a girare a vuoto secondo il mio piano e vedere cosa sarebbe successo. La vita del mio padrone nero dipendeva da me, come in tante altre occasioni, e lui non si era mai reso conto di tutte le volte che gliel’avevo salvata. In cambio mi dava cibo marcio e cinghiate, guinzaglio e bastone. Quando era molto arrabbiato mi colpiva col calcio del mitra, ma lo faceva in modo che non si vedesse per non avere problemi con i suoi, di padroni. Perché anche i padroni neri hanno i padroni e loro altri padroni e così via, fino al padrone di tutti. L’ho visto una volta che sfilavamo. È un esemplare magro, con occhi che non avevo mai visto. Piccoli, fissi. Tutti gli obbediscono, i padroni neri per primi. N...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1.
  4. 2.
  5. 3.
  6. 4.
  7. 5.
  8. 6.
  9. 7.
  10. 8.
  11. 9.
  12. 10.
  13. 11.
  14. 12.
  15. 13.
  16. 14.
  17. 15.
  18. 16.
  19. 17.
  20. 18.
  21. 19.
  22. 20.
  23. 21.
  24. 22.
  25. 23.
  26. 24.
  27. 25.
  28. 26.
  29. 27.
  30. 28.
  31. 29.
  32. 30.
  33. 31.
  34. 32.
  35. 33.
  36. 34.
  37. 35.
  38. 36.
  39. 37.
  40. 38.
  41. 39.
  42. 40.
  43. 41.
  44. 42.
  45. 43.
  46. 44.
  47. 45.
  48. 46.
  49. 47.
  50. 48.
  51. 49.
  52. 50.
  53. 51.
  54. Nota dell’autore
  55. Debiti di riconoscenza
  56. Copyright