
- 240 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il gioco dell'assassino
Informazioni su questo libro
Anna e la sua famiglia si sono da poco trasferiti a Blue Haven Island, nel Maine. Una sera, mentre i ragazzi del paese stanno giocando al "gioco dell'assassino", uno di loro viene misteriosamente ucciso. Per scagionare suo fratello, Anna si mette a indagare sul delitto, e parlando con i suoi nuovi amici arriva pian piano a comporre un'inaspettata immagine della vittima, portando alla luce una verità che nessuno vuole raccontare. Finché, per arrivare a smascherare il colpevole, si troverà a rischiare la sua stessa vita...
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2018Print ISBN
9788856666038eBook ISBN
97888585209701
Si dispersero correndo. Al loro passaggio l’erba alta frusciava e il rumore dei passi rimbombava sul terreno. Avevano solo tre minuti, ed era una questione di vita o di morte. Una gelida tramontana faceva stormire le cime degli alberi, e un quarto di luna color albicocca veleggiava nel cielo, gettando una luce fioca che lasciava vedere ben poco.
I secondi passarono: un minuto era trascorso, ne restavano due. Uno scricchiolio, un’imprecazione, un tonfo. Qualcuno era inciampato in un ramo, spezzandolo. Di nuovo il rumore di passi in corsa. Respiri affannosi, ansimanti.
Il vento si fece più forte, l’aria più fredda. Un altro minuto era passato, ne restava uno soltanto. Lontano, un lampo attraversò il cielo, disegnando un nastro luminoso nel buio, e subito si spense. Aveva fatto abbastanza luce, però, da lasciar scorgere alcuni di loro, sia pure per un attimo. Abbastanza luce perché qualcuno cercasse, trovasse, colpisse. Il terzo minuto passò, e risuonò il fischio acuto che annunciava la fine. Tutti si fermarono, di colpo. Ora c’era soltanto il soffio del vento, e una sola persona che continuava a correre, inesorabile. Il crepitio dei rametti, il sottobosco che si richiudeva, suoni assordanti nel silenzio della notte.
Un altro lampo, stavolta più vicino, e, dopo alcuni secondi, l’esplodere del tuono. La pioggia non era prevista. Ma non sarebbe stato certo qualche gocciolone a impedire l’inevitabile. Il lampo illuminò nuovamente il bosco, trasformando ogni albero, ogni ramo, in lunghe braccia sottili dalle dita contorte, pronte ad afferrare, spezzare, graffiare, strangolare.
Un secondo fischio. Silenzio. Poi quel che tutti si aspettavano, e che tuttavia risultò agghiacciante: un urlo nella notte, lungo e acuto, tale da mozzare il fiato, da far battere i cuori all’impazzata, da far sudare le mani. L’urlo si protrasse, si levò alto, cessò. Per un secondo non si udì nulla, come se anche il tempo si fosse fermato. Ma al nuovo esplodere della luce, seguito dal rimbombare del tuono, si trovarono faccia a faccia con la verità.
Uno di loro era stato assassinato.
2
Non posso fare a meno di continuare a pensare a quella notte, per cercare di capire. Davvero non c’era stato alcun segno premonitore? Se fossi stata più attenta, non avrei potuto notare qualcosa di strano o di sospetto, durante il giorno o all’inizio della serata? Il gioco era sempre lo stesso, lo facevamo ormai da un mese: che cosa c’era stato di diverso, quella sera?
Il tempo, certo; non potevamo sapere che sarebbe scoppiato un temporale, con tanto di lampi e tuoni. Ma la cosa aveva scarsa importanza: quanto era accaduto aveva poco a che fare con il tempo. Perché era successo, chi era il colpevole? Non riuscivo a trovare una spiegazione.
Per cominciare, sarebbe stato meglio che non fossimo mai venuti a Blue Haven Island. La colpa era tutta di Bill. Mamma e papà non si sarebbero mai sognati di cambiare residenza, anche se a noi avevano detto che ci pensavano da un pezzo. Non gli sarebbe neanche venuto in mente di farmi perdere l’ultimo anno delle superiori. C’era la storia di Tony, questo sì; avrebbero voluto allontanarmi da lui, ma sarebbe comunque accaduto, alla fine dell’estate. Insomma, era tutta colpa di Bill: pensava solo a se stesso, lui, e non gli interessava nient’altro. Eppure non era stato sempre così. Prima era un tesoro, tutti gli volevano bene.
A volte si dice “uguali come due gocce d’acqua”. Ecco, noi due eravamo proprio così: non per via della somiglianza fisica (anche se a dire il vero abbiamo lo stesso colorito, e i capelli del medesimo colore), ma perché avevamo lo stesso modo di pensare e di giudicare. Bill e io siamo gemelli, anche se non identici e di sesso diverso.
Eravamo sempre stati qualcosa di più che fratello e sorella: era come se fossimo la stessa persona. Mamma dice che quando eravamo piccoli reclamavamo la poppata nello stesso momento e ci mettevamo a piangere nello stesso istante, magari in due punti diversi della casa. Quando cominciammo a parlare, poi, l’una finiva la frase dell’altro, perché ci passavano per la testa gli stessi pensieri e provavamo gli stessi sentimenti.
Ma crescendo lui cambiò. Non mi rivolgeva più la parola, e si comportava addirittura come se io fossi una nemica, invece che la sua migliore amica. Già al secondo anno delle superiori il suo rifiuto nei miei confronti divenne molto evidente, finché capitò quella brutta storia.
Sembra strano che da una cosa possano nascerne tante altre, come in una reazione a catena. Se Bill fosse cresciuto di più in altezza, probabilmente non avrebbe avuto dei problemi con le ragazze e non si sarebbe messo a far stranezze per attirare l’attenzione, spiegò poi lo psicologo a mamma e papà. Di conseguenza non avrebbe rubato i fondi per le divise della squadra di football e noi non saremmo stati costretti ad andare a vivere altrove, e…
Il delitto, quello ci sarebbe stato ugualmente, perché non lo abbiamo commesso né io né Bill. Ma almeno noi non l’avremmo saputo, perché saremmo stati nella nostra vecchia casa, nella nostra vecchia città. Invece le cose sono andate in questo modo, e tutto perché il mio gemello è un piccoletto e non crescerà più di così.
A parte la faccenda della statura, questa disgraziata catena di avvenimenti cominciò sette mesi fa. Ricordo quella sera di gennaio come se l’avessi scolpita in testa: ce ne stavamo seduti in soggiorno, mamma, papà, Bill, Kate e io.
– Mi stai a sentire, Anna?
– Certo, papà –. Stavo a sentire, ma non riuscivo a capacitarmi. E come avrei potuto?
– Hai l’aria assente, tesoro – disse la mamma.
– No, no, ti ascolto –. E fissai mio padre a occhi spalancati, come una bimbetta che cerca di fare attenzione, mentre lui cancellava in un colpo solo i miei sogni e le mie speranze.
– Nessuno ha domande da fare? – chiese papà.
Fu Kate, la più piccola, a chiedere: – E quando ce ne andremo?
– Appena sarà finita la scuola.
– Allora vuol dire… – e gli occhi le si riempirono di lacrime – vuol dire che non andrò in campeggio?
– Per quest’anno no, tesoro – rispose la mamma.
Il labbro inferiore di Kate cominciò a tremare, ma lei riuscì a controllarsi. Per i suoi undici anni è un tipo in gamba.
Guardai Bill. Era sprofondato nella poltrona più morbida, quella che ci disputavamo quando guardavamo la televisione; aveva i capelli rossi (come me e la mamma; Kate, invece, era l’unica che avesse i suoi stessi occhi verdi) un po’ appiccicati, come se avesse sudato e non se li fosse lavati. Cominciai a dar segni di insofferenza.
– Che ti prende, Anna? – chiese papà. – Si direbbe che stai per scoppiare.
– Non è escluso – ribattei.
– E allora spiegati.
– E che cosa cambia?
– Non si sa mai.
– Non potremmo cambiare programma e restare qui?
– No, decisamente no.
– E invece io vorrei proprio questo – dissi poggiando la testa sulle ginocchia piegate all’altezza del petto.
– Non sempre si può fare quello che si vuole – sentenziò papà. A volte è proprio noioso.
– Io non faccio mai quello che voglio. Sono la figlia di mezzo, peggio di così!
– La figlia di mezzo? Come sarebbe a dire? – chiese la mamma.
– Sono nata due minuti dopo Bill, sì o no?
– Ah, questa poi! Non ci avevo mai pensato! – esclamò la mamma, ridendo.
– Su, Bella – tagliò corto papà. – Sputa il rospo.
– Oh, papà – feci io, seccata di sentirmi chiamare col mio vecchio soprannome. Quando avevo otto anni ero riuscita a mettere le mani sulle cose della mamma e mi ero impiastricciata di rossetto, fard e ombretto. Io mi sentivo irresistibile, e invece sembravo un pagliaccio. Da quella volta papà aveva cominciato a chiamarmi Miciabella, abbreviato in Bella (non in Micia, per fortuna!).
– Senti, – continuò – capisco benissimo quanto ti dispiace di non poter fare il quarto anno alla Columbia, ma ogni tanto bisogna pensare anche agli altri.
Gettai un’occhiata a Bill, rannicchiato nella poltrona, col mento aguzzo poggiato sul petto.
– Vuoi dire che devo rinunciare a tutto quello che avevo sognato solo perché mio fratello è un ladro?
– Anna! – mi riprese la mamma.
– Ma è la verità!
E infatti lo era: avevo cercato di non prendermela con Bill per il guaio che aveva combinato, ma i fatti sono fatti. Aveva rubato del denaro, creando problemi a tutti, e ora quel suo errore mandava all’aria i miei piani. La discussione andò avanti per un bel po’ e loro continuarono a sostenere che quella decisione l’avevano presa da un pezzo, e che Bill non c’entrava. Ma noi ragazzi sapevamo benissimo come stavano le cose. Finalmente si scambiarono uno di quei tipici sguardi da adulti, e papà si decise a tirar fuori la verità.
– D’accordo, Anna, hai ragione tu: abbiamo deciso di trasferirci per via di Bill. E per te. Se restassimo qui a Maplewood l’ultimo anno sarebbe un inferno, per voi due, mentre così vi restano solo cinque mesi da passare tra gente che è al corrente di tutta la faccenda.
– È un’ingiustizia – protestai.
Bill emise una specie di grugnito e io mi voltai a guardarlo: era sempre là, con gli occhi incollati alle scarpe da ginnastica.
– E con questo che vorresti dire, Bill? – fece papà.
Non rispose.
Ma io sapevo bene che cosa provava e per un secondo (solo un secondo, però) mi sentii dispiaciuta per lui. Bill lo sapeva bene che cos’è un’ingiustizia: per esempio, avere una sorella gemella di dieci centimetri più alta.
La mamma commentò: – A te le cose sono sempre andate bene, Anna. Può darsi che tu debba imparare a lottare.
– Anche se non ho nessuna voglia di farlo?
– Sì, anche se non ne hai voglia – confermò la mamma, passandosi una mano tra i capelli ricci e rossi.
Improvvisamente Bill saltò giù dalla poltrona, come un pupazzo caricato a molla. – Sentite, non ho nessuna intenzione di vedermi affibbiare tutta la colpa di questo trasferimento – gridò. – Per quanto mi riguarda, io rimango qui, a subire le conseguenze di quello che ho fatto. Siete voi due – e indicò mamma e papà – che non ve la sentite di affrontare la faccenda e volete scaricare la responsabilità sulle mie spalle –. Rimase in piedi, tutto tremante, le mani chiuse a pugno sui fianchi.
Mi chiesi se la verità non fosse proprio quella. Dopo tutto, papà insegnava alla Columbia ed entrambi i miei genitori avevano molti a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
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- 15
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- 17
- 18
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- 20
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