
- 128 pagine
- Italian
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L'ombra dello sciacallo
Informazioni su questo libro
Un archeologo viene trovato morto in una stanza pervasa da un intenso profumo di menta... Trent'anni prima aveva partecipato agli scavi di una misteriosa tomba egizia. Qualche giorno dopo, anche un altro studioso viene trovato morto, questa volta tra un forte profumo di incenso... Quale terribile segreto si cela dietro la vicenda accaduta in Egitto tanti anni prima?
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2018Print ISBN
9788856666052eBook ISBN
97888585214651
Il primo delitto di Anubi
Quel venerdì mattina, aprendo la cassetta delle lettere per ritirare la posta, il professor Léonard Mélisson non sa che gli rimangono soltanto pochi minuti di vita.
Come ogni mattina da quando è andato in pensione, l’uomo, già anziano, fa gli stessi gesti, ormai divenuti rituali. Prende distrattamente le buste senza neanche guardarle, se le caccia nella tasca della vestaglia, va nello studio della sua villetta, accende la luce e si siede sulla vetusta poltrona di cuoio screpolato. Quindi, sospira.
È sempre in quel momento che tira il primo sospiro della giornata. Per abitudine. Certamente a causa del piccolo sforzo per scendere la scala che dalla camera da letto porta al pianerottolo sottostante. Trentasette gradini. Nove passi fino alla porta dell’ingresso. Diciassette passi per accedere al salotto...
Sospira ancora una volta e tira fuori dalla tasca il fascio di lettere per appoggiarsele sulle ginocchia, getta loro un’occhiata, prende gli occhiali che erano rimasti sul tavolo a portata di mano e li inforca.
Adesso la cerimonia dello spoglio della corrispondenza può iniziare. Le buste vengono accuratamente aperte, le lettere o le bollette vengono tirate fuori, lette con attenzione, quindi suddivise in due mucchietti ai suoi piedi. Un primo mucchio per quelle che non necessitano risposta. Un secondo mucchio per quelle, più rare, che obbligheranno Léonard Mélisson a sedersi alla scrivania per il quotidiano lavoro di penna.
Ma quel venerdì mattina, il professor Léonard Mélisson fa una scoperta sorprendente, che lo mette a disagio. «Uno scherzo!», pensa vedendo una busta bianca. Interamente bianca! Una busta senza il suo nome, senza l’indirizzo! S’interroga un momento, rigirandola fra le mani, stupito, curioso e inquieto. E poi, c’è quel leggero profumo che di colpo aleggia intorno a lui. Un odore strano, molto discreto, ma talmente insolito che a tutta prima crede di sognare.
– A meno che non sia una delle solite pubblicità ridicole – dice a bassa voce. – Non sanno più che cosa inventare pur di vendere!
Di cattivo umore, rabbuiato in volto e la fronte solcata da due profonde rughe, strappa rabbiosamente la busta e ne tira fuori un foglio piegato in quattro. Lo apre e rimane talmente sconvolto che s’irrigidisce di colpo, la schiena incollata alla poltrona. Anche il foglio, così come la busta, è bianco. Bianco su entrambi i lati!
Eppure quella lettera gli comunica un messaggio che lo fa tremare come una foglia, come se all’improvviso ne comprendesse il significato.
Il professor Léonard Mélisson lascia ricadere la mano che tiene la lettera nuda. La guarda, pallido, inorridito, la bocca semiaperta. Il suo corpo è interamente percorso da tic nervosi.
Allora, lentamente, china la testa e annusa il pezzo di carta.
– Anubi! – mormora analizzando il profumo mentolato che si sprigiona dal messaggio. Perché è l’unica cosa che contiene la lettera senza nome: un acre profumo di menta speziata!
Léonard Mélisson ha abbandonato la poltrona. Ora cammina su e giù nello studio come il vecchio orso che è divenuto col passare del tempo, la testa incassata fra le spalle, le braccia penzoloni, la fronte china.
Borbotta qualcosa, di tanto in tanto si ferma per sprofondare in meditazioni dalle quali emerge ogni volta più agitato, più terrorizzato.
«Quell’odore di menta» continua a ripetersi. «Quel terribile odore di menta che avevo dimenticato! Disgustose foglie di menta...»
Guarda il telefono, forse sta per sollevare la cornetta, ma cambia idea e ricomincia a girare in tondo, come una fiera in gabbia.
«No... Avevamo promesso di non telefonarci mai più... Perché anche la voce “Lui” può sentirla! “Lui” sa come captarla!»
Si ferma davanti alla finestra che si affaccia sul minuscolo giardino della villetta.
Per un effetto della luce, il vetro gli rimanda l’immagine, come uno specchio. Scoppia in una risata isterica alla vista di quell’uomo che porta sportivamente i suoi settant’anni e parla da solo, livido di paura a causa di una storia assurda.
– Che sciocchezza – esclama, rivolto al suo sosia trasparente. – «Lui» non esiste! Oppure è morto da secoli e non è altro che polvere nella sabbia del deserto! Morto, morto!
Un raggio di sole attraversa la finestra cancellando il riflesso del professor Mélisson. Piano piano, come una gomma, la luce bianca che invade il vetro gli ruba l’immagine.
Quel banale fenomeno contribuisce ad amplificare il panico dell’uomo facendogli tornare in mente un’antica poesia egizia:
Salute a te, Ra, Mio Maestro.Per Te è venuta l’ora di apparire.Per me è venuta l’ora di svanire.
Lo scricchiolio di un’asse del parquet lo costringe a voltarsi. Incapace di controllare il tremito delle mani, un sudore gelido gli corre lungo la schiena, muove un passo, poi un altro...
Una lieve corrente d’aria all’altezza delle caviglie lo fa rabbrividire.
– «Lui» è là – riesce ad articolare con un filo di voce, la gola secca. – «Lui» è entrato in casa mia. «Lui» è venuto a prendermi...
Léonard Mélisson sa che dovrebbe girarsi verso il telefono, comporre il numero del commissariato di polizia o quello dei Béranger, i suoi vicini. Potrebbe gridare aiuto, fare in modo che qualcuno venga a soccorrerlo. Sarebbe inutile.
Un secondo scricchiolio del parquet risuona in corridoio, a soli cinque metri dal professore. Dietro il tramezzo.
Mélisson è paralizzato dalla paura. Rimane in piedi in mezzo alla stanza, percorso da fremiti via via più convulsi. Attende. Sa di non poter fare nient’altro. Fra meno di un minuto lui, il professor Léonard Mélisson, il celebre egittologo, non sarà più di questo mondo.
Pronuncia un’ultima parola: – ANUBI.
La prima cosa che nota Huguette Sauvignard - la domestica del professor Léonard Mélisson - quando arriva per prendere servizio, è il cancello del giardino, socchiuso. Conoscendo il carattere metodico, quasi maniacale, del professore, se ne stupisce. Poi, guardando più da vicino, viene subito colta da un’inquietudine. La serratura del cancello è stata forzata!
– Professore!
Huguette Sauvignard ha gridato con voce stridula. Non ricevendo risposta, muove un passo incerto sull’acciottolato del viale d’ingresso.
– Professore, sono io, la signora Sauvignard!
– E allora, che cosa sta succedendo? – domanda una voce alle sue spalle.
– Ah, signor Béranger! – esclama la donna riconoscendo il vicino di Léonard Mélisson.
Il signor Béranger tiene stretti contro il petto un filoncino di pane e qualche croissant.
Stava ritornando a casa per prepararsi una colazione grondante burro e marmellata da condividere con la moglie.
Sposta la mole immensa, sbuffando come un lottatore di sumo in pieno sforzo, e alla fine raggiunge Huguette Sauvignard.
– E allora? – ripete, sollevando il mento di scatto, con la sua aria da maresciallo in pensione.
– Lo vede da lei – gli risponde la domestica. – Non è normale, questo è poco ma sicuro! Ho paura che sia capitato qualcosa di brutto al professore. Guardi... Soltanto io, il postino e il professore abbiamo la chiave del cancello... Stavo proprio per aprire quando... – e indica la serratura che un piede di porco è certamente riuscito ad aprire senza difficoltà.
L’omone si china lentamente sul chiavistello, lo esamina dai due lati, dà di nuovo un colpetto di mento al vuoto, si raddrizza e, col tono grave di chi è abituato a prendere tali decisioni, annuncia: – Bisogna entrare! Ma lei, signora Sauvignard, resti qui... Aspetti, mi tenga il pane e i croissant...
Dopo essersi alleviato del peso di una parte della colazione, il signor Béranger, testa alta e schiena diritta, avanza sul vialetto, facendo scricchiolare la ghiaia a ogni passo.
Huguette Sauvignard lo guarda con ammirazione e angoscia. Nulla si è mosso in casa. A parte il rumore da elefante che fa l’enorme vicino, regna il silenzio. Un silenzio insolito.
Il signor Béranger è arrivato alla scala. Sale i cinque gradini e lancia un’imprecazione. Spingendo appena la porta, questa si è aperta immediatamente.
O il professor Mélisson la sera prima ha dimenticato di chiuderla a chiave, un’ipotesi impensabile, conoscendolo; o l’intruso che ha forzato la serratura del cancello che dà accesso al giardino è riuscito a penetrare nella villa.
In altre circostanze, il vicino si sarebbe limitato a ritornare sui suoi passi per telefonare subito al commissariato. Ma ha l’onore da difendere: la signora Sauvignard è lì e non gli leva gli occhi di dosso.
Memore di un passato glorioso in cui allenava reparti d’assalto, apre la porta non prima di aver gettato una rapida occhiata intorno a sé.
Rassicurato, si addentra con prudenza nell’ingresso della villa. Una corrente d’aria fredda che arriva da dietro gli gela le caviglie.
– Vede qualcosa? – gli chiede la voce stridula della domestica, rimasta in giardino.
– Questo è il problema – borbotta. – Se in casa c’è qualcun altro oltre il professore, adesso sa che anch’io sono qui! Sono un bersaglio perfetto... Impossibile mancarmi!
Di fronte a lui, la scala che porta alle camere da letto.
Nessun rumore, come sempre. Béranger conosce bene «il terreno», per aver giocato sovente a scacchi con il professore, nelle lunghe sere d’inverno. Lì c’è il piccolo corridoio che porta in cucina... Qui, lo studio che Mélisson ha ricavato sacrificando una parte della grande sala da pranzo...
Lo studio. Perché l’omone si sente attirato da quella stanza? Il profumo, forse! Quel profumo così sottile che ricorda la menta, fragile, quasi impercettibile, sprigionandosi dallo studio induce Béranger ad avventurarsi là dentro.
– Vede qualcosa, signor Béranger? – gli urla Huguette Sauvignard, dalla retroguardia.
– Eccome se vedo! – mormora in un soffio.
Il professor Mélisson giace sul tappeto, le braccia spalancate come in croce. Guarda, senza vederlo, un angioletto di gesso degli stucchi sul soffitto.
Quel che i suoi occhi morti avevano visto poco prima doveva essere spaventoso, a giudicare dall’espressione terrorizzata che lo sfigura, conferendogli l’aspetto di una statua d’argilla cui è stato deturpato il volto.
Béranger si volta per lasciare la stanza quando un rumore attutito, al piano di sopra, lo fa irrigidire, bloccandogli il respiro.
Ma è soltanto un gatto. Un gatto nero con grandi occhi fissi, brillanti, che scende le scale, piano piano, saltando delicatamente sui gradini. Altezzoso, il dorso rilassato, passa davanti al signor Béranger ignorandolo, per scivolare nello spiraglio della porta d’ingresso e dileguarsi in giardino...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1. Il primo delitto di Anubi
- 2. Il segreto di Quentin
- 3. L’ombra dello Sciacallo
- 4. Un profumo d’incenso
- 5. Il secondo delitto di Anubi
- 6. Gli occhi della notte
- 7. Tre archeologi
- 8. Paperino
- 9. Tre uguale a cinque
- 10. L’assassino
- 11. La «voglia di fragola»
- 12. Il testamento
- Epilogo
- Copyright