Mercoledì, 19 dicembre
L’ultimo regalo della dottoressa Shields mi sembra più pericoloso che flirtare con un uomo sposato, o rivelare dolorosi segreti, o trovarmi intrappolata in casa di un drogato.
Era già abbastanza brutto quando era solo la mia vita a essere complicata dalla dottoressa Shields e dai suoi esperimenti, ma adesso lei sta creando un legame con la mia famiglia. Con questo viaggio, sembrerà loro di aver vinto alla lotteria. Continuo a sentire Becky che strilla: «Andiamo al mare!».
Come ha detto Ricky il tossico quando mi ha preso il telefono, guardandomi con aria minacciosa nella cucina di casa sua: «Nella vita mai niente è gratis».
Tornando a casa dopo aver seguito la dottoressa Shields, continuo a rivedere la scena di lei e Thomas che si baciano davanti al ristorante. Li immagino a un tavolo romantico per due mentre il sommelier stappa una bottiglia di vino rosso. Immagino Thomas che lo assaggia e approva annuendo. Poi forse le prende le mani tra le proprie per scaldarle. Non so che darei per sapere che cosa si stanno dicendo.
Forse l’argomento della loro conversazione sono io. Chissà se mentono anche tra di loro come stanno mentendo a me.
Arrivata alla mia palazzina, mi tiro dietro il portone per chiuderlo con tanta forza che sento una scossa all’articolazione della spalla. Con una smorfia di dolore me la massaggio, poi salgo le scale.
Mi arrampico fino al quarto piano e infilo il corridoio. A metà strada, a tre porte dalla mia, vedo qualcosa di piccolo e morbido sulla passatoia. Per un attimo penso che sia un topo. Poi mi accorgo che è un guanto da donna grigio.
“È suo” penso, sentendomi gelare. Il colore, il tessuto; riconosco il suo stile all’istante.
Giurerei di sentire il suo caratteristico profumo. Perché è tornata a casa mia?
Ma avvicinandomi mi rendo conto di essermi sbagliata. Il cuoio è spesso e dozzinale; è il tipo di guanto che si potrebbe comprare da un ambulante. Dev’essere di una mia vicina. Lo lascio lì perché possa riprenderselo.
Quando apro la porta di casa mia, mi fermo nell’ingresso. Mi guardo attorno. Tutto sembra tale e quale a come l’ho lasciato, e Leo corre a salutarmi come al solito. Comunque chiudo subito entrambi i chiavistelli invece di farlo prima di andare a letto, come d’abitudine.
La lampada sul comodino è sempre accesa per Leo, quando so che tornerò a casa dopo il tramonto. Ora accendo anche la luce sul soffitto, più brillante, e poi quella del bagno. Dopo un momento di esitazione, do uno strattone alla tenda della doccia. Mi sentirei meglio se potessi vedere in ogni angolo del mio alloggio.
Andando in cucina, sfioro la sedia dove lascio i vestiti quando sono troppo pigra per appenderli nell’armadio.
C’è la stola della dottoressa Shields che fa capolino da sotto il golf che indossavo ieri. Distolgo lo sguardo, vado a prendere un bicchiere nell’armadietto e lo riempio d’acqua. La mando giù in tre avidi sorsi, poi dal cassetto delle cianfrusaglie pesco un blocco per appunti.
Me lo porto a letto e mi siedo a gambe incrociate sul piumone. Gli appunti scritti sulla pagina sono una serie di numeri: ricordo di sfuggita che erano un tentativo di far quadrare i conti. Incredibile: solo sei settimane fa mi preoccupavo di come pagare Antonia per la terapia di Becky, sperando che gli appuntamenti per BeautyBuzz si disponessero in modo da evitarmi di trascinare il bauletto dei trucchi troppo lontano. A pensarci ora, avevo una vita tranquillissima e problemi normalissimi. Poi è arrivato quell’impulso che mi ha spinto a prendere il telefono di Taylor dalla sedia e riascoltare il messaggio di Ben. Quei dieci secondi hanno cambiato la mia vita.
Ora devo essere tutto tranne che impulsiva.
Strappo via il foglio e sulla nuova pagina traccio una linea verticale nel centro. In cima a una colonna scrivo il nome della dottoressa Shields e sull’altra quello di Thomas. Poi comincio a elencare tutto quello che so di loro.
Dottoressa Lydia Shields: 37 anni, villa indipendente nel West Village, professore associato alla NYU, psichiatra, studio a Midtown Manhattan, ricercatrice, autrice pubblicata. Abiti firmati, gusti costosi. Ex assistente: Ben Quick. Sposata con Thomas. Sottolineo quattro volte l’ultimo dettaglio.
Aggiungo altre possibilità, col punto interrogativo. Padre influente? Fascicoli dei pazienti? Storia del Soggetto 5?
Osservo la scarna raccolta di informazioni sulla pagina. È davvero tutto quello che so della donna che custodisce molti dei miei segreti?
Passo a Thomas.
Prendo il portatile e provo a fare una ricerca su di lui; sullo schermo appaiono vari Thomas Shields, ma nessuno di loro è quello giusto.
Forse la dottoressa Shields ha mantenuto il suo cognome da nubile.
Ricordo alcune cose scoperte durante il nostro incontro al bar: Va in moto. Sa a memoria tutto il testo di Come Together dei Beatles. Beve birra India Pale Ale alla spina. E qualche altro dettaglio ricavato quando siamo stati qui a casa mia: Gli piacciono i cani. È in buona forma fisica. Cicatrice sulla spalla da intervento per lesione alla cuffia dei rotatori.
Rifletto un istante, poi aggiungo: Legge il «New York Times» al Ted’s Diner. Va in palestra. Porta gli occhiali. Sposato con dottoressa Shields. Anche questo sottolineato quattro volte.
Vado avanti: Fra i trenta e i quarant’anni? Occupazione? Dove abita?
Di lui so ancora meno di quanto sappia della dottoressa Shields.
Ci sono soltanto altre due persone collegate a loro di cui io sia a conoscenza. Una è Ben, e non vuole parlare con me più di quanto non abbia già fatto.
L’altra non può parlare con me.
Soggetto 5. Chi era?
Mi alzo dal letto e comincio ad andare avanti e indietro per il mio monolocale, dieci passi da un capo all’altro, cercando di ricordare tutto quello che Thomas ha detto nel Giardino d’Inverno.
Era giovane e sola. Lydia le ha fatto dei regali. Non era legata a suo padre. Qui si è uccisa.
Torno di corsa al letto e riprendo il computer. L’articolo di due paragrafi sul «New York Post» che trovo inserendo in Google «Giardino d’Inverno del West Village», «suicidio» e «giugno» rivela che Thomas mi ha detto la verità almeno su una cosa: nel Giardino d’Inverno è morta una giovane. Il suo corpo fu trovato una sera da una coppia che passeggiava al chiaro di luna. Sul momento credevano che dormisse.
L’articolo cita il nome completo: Katherine April Voss.
Chiudo gli occhi e lo ripeto mentalmente.
Aveva solo ventitré anni e tutti la chiamavano con il suo secondo nome, April. L’articolo non dice molto di più, tranne i nomi dei genitori e dei fratellastri molto più vecchi di lei.
Ma c’è abbastanza per cominciare a tracciare il percorso della sua vita e capire dove e come si è incrociato con quello della dottoressa Shields.
Mi massaggio la fronte pensando al prossimo passo. Sento un battito sordo alle tempie, forse perché oggi non ho quasi mangiato, ma ora ho lo stomaco troppo contratto per riuscire a buttar giù qualcosa.
Anche se ho un bisogno disperato di informazioni, non voglio ancora andare a disturbare i genitori di April. Ci sono altre piste da seguire. Come la maggior parte dei ventenni, April era presente e attiva sui social media.
In capo a un minuto, trovo il suo account Instagram. È pubblico, chiunque può seguirlo.
Aspetto qualche istante prima di andare a guardare le immagini, come ho fatto quando ho cominciato a indagare sulla dottoressa Shields in rete.
Non ho idea di che cosa aspettarmi. Ho la sensazione di varcare una soglia da cui non riuscirò a tornare indietro.
Tocco il suo nome. Lo schermo si riempie di piccole foto quadrate.
Ingrandisco la più recente, l’ultima postata da April, e decido di procedere a ritroso nel tempo.
È datata 2 giugno. Sei giorni prima di morire.
La vista del suo viso sorridente mi fa sussultare, anche se sembra il genere di foto che potrei scattare con Lizzie, due amiche che si divertono e brindano coi loro Margarita. Sembra così normale, è incredibile pensare a quel che è successo meno di una settimana dopo. Ecco il testo scritto da April: Con @Fab24 – BFF! E sotto, una dozzina di commenti, roba tipo beeelle e carinissime.
Osservo April con attenzione. Questa è la ragazza che sta dietro il numero assegnato dalla dottoressa Shields. Aveva lunghi capelli lisci e scuri, pelle chiara. Era magra, magrissima. Gli occhi castani sembrano troppo grandi e tondi per il suo viso sottile.
Scrivo Fab24/migliore amica su un altro foglio del blocco, sotto il nome di April.
Scorro le foto una a una e le esamino in cerca di indizi da annotare: un luogo particolare sullo sfondo, il nome di un ristorante stampato su un tovagliolo, persone che compaiono in più foto.
Arrivata alla quindicesima immagine, so che April portava orecchini a cerchio d’argento e aveva una giacca di pelle nera. Le piacevano i biscotti e i cani, proprio come a me.
Torno alla foto di April e Fab24. Non me lo sto immaginando, lo so: April è felice in quel momento, sinceramente felice. Poi lo vedo: la frangia di una stola color talpa sulla sedia dietro di lei.
Alzo la testa di scatto al suono di passi nel corridoio.
Sembrano diretti a casa mia.
Aspetto di sentir ...