Può esserci di peggio che ritrovarsi preda di un vendicativo spirito maligno che vuole distruggere tutta la tua stirpe. Lo sa bene Prosper Redding, pecora nera della sua illustre e blasonata famiglia, che da secoli vanta solo figure vincenti. A un soffio dai suoi tredici anni, scopre che l'incredibile fortuna dei Redding è legata al patto che il suo bis-bis-avolo stipulò - e poi ruppe - con un maleficente, uno spirito maligno che concesse splendore e successo in cambio di eterna servitù negli inferi. Sfortunatamente il demone Alastor non si rivela un tipo facile al perdono e, dopo tre secoli dall'incantesimo che avrebbe dovuto annientarlo, si risveglia dentro il corpo del ragazzo a reclamare vendetta. Prosper ha poco tempo per cacciare fuori di sé il malefico ospite, e deve riuscirci senza firmare nessun contratto. Perlomeno senza clausole di eterna servitù, se possibile.

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Il malefico caso Alastor contro Redding
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9788856667134
1
Il Giorno del Fondatore
Dunque, le cose stanno così.
Nel grande schema della vita sul pianeta Terra, la cittadina di Redhood non è che un minuscolo puntino, un granello di sabbia. Non vale nemmeno la pena di tirare fuori una cartina, perché sulla maggior parte delle mappe non la troverai. Qui non c’è mai stato nessun processo alle streghe, non è mai scoccata nessuna scintilla rivoluzionaria, e i Padri Pellegrini sono sbarcati su una scogliera a circa duecento miglia di distanza. Per la maggior parte della gente l’unica cosa interessante di Redhood è la famiglia che l’ha fondata.
Be’, forse a te importerà sapere che in realtà non c’è niente di interessante in noi Redding. Cioè, sì, è vero che il mio bis-bis-bis-bis-bis-bisqualcosa arrivò a tanto così da firmare la Dichiarazione d’Indipendenza, ma gli fu impedito da un mal di gola che lo uccise due giorni dopo. Un mal di gola. Che poi, scusami tanto, è uno dei modi più stupidi per morire. Quindi non credo che dovremmo prenderci alcun merito per una quasi firma. È come se dicessi ai miei che ho preso quasi il massimo alla verifica di matematica… perché in fondo il 6 è solo a quattro punti dal 10, no?
In ogni modo, la questione è che la mia famiglia vive qui praticamente da sempre e non sembra intenzionata ad andarsene tanto presto. Le pareti del Cottage sono tappezzate da ritratti di tetri antenati in paltò neri o cuffiette. Da queste parti ogni mattina ricomincia la brutta rievocazione del Giorno del Ringraziamento.
Appena sotto quegli austeri ritratti ci sono delle foto: qualche decina di generali a quattro stelle, importanti membri del Congresso e diversi amministratori delegati. Alla nonna piace dire che se uno di noi (cioè lei) decidesse di candidarsi alla presidenza, tutti sarebbero talmente conquistati da quel qualcuno (ancora lei) da buttare alle ortiche “questa irritante democrazia” e nominare monarca il presidente Redding (sempre lei).
I volti dei miei famigliari sono cambiati con il passare delle generazioni, ma non si può dire lo stesso di Redhood. Redhood non cambia mai, non davvero. Probabilmente perché ci vogliono anni di assemblee comunali e di votazioni per fare qualunque cosa. Tanto per dire, è stata una notiziona da prima pagina quando mia nonna, il sindaco, ha finalmente dato il permesso di portare in città Internet ad alta velocità. Credo che prima di quel giorno la nonna non avesse mai neppure toccato un computer in vita sua.
Redhood era come una pagina caduta da un vecchio libro di storia e dimenticata sotto una scrivania. Era lì a prendere polvere, e se qualcuno non l’avesse cercata di proposito, non l’avrebbe mai trovata. Le famiglie andavano e venivano, però alla fine sembravano sempre tornare. E la cosa peggiore era che tutti si facevano costantemente gli affari degli altri… e specialmente quelli della mia famiglia. Redhood sembrava sempre più piccolo ogni anno che passava.
Per questo fu così strano che nessun altro notò l’arrivo di un forestiero in paese.
Nel Giorno del Fondatore l’unico posto della città in cui stare era la Main Street, sotto le calde lucine lampeggianti appese tra la Peregrine S. Redding Academy e il palazzo di giustizia.
I gradini dei due edifici in mattoni rossi erano ingombri di cuscini imbottiti di paglia e sedie pieghevoli, e ogni più piccolo spazio disponibile era occupato dai residenti per assistere alla Parata delle Candele, in programma quella sera. I turisti che vagavano per Redhood erano troppo presi a guardarsi intorno e ammirare la famosa festa per rendersi conto che avrebbero dovuto occupare uno di quei posti molto prima del tramonto.
La maggior parte delle volte io non so che darei per andarmene da qui, invece il Giorno del Fondatore fa eccezione. È il giorno in cui la cittadina si sveglia dal sonno appiccicoso dell’estate e sprigiona una sua strana magia. La senti diffondersi lentamente tra le case, trasformando un luogo solitamente austero come un antico convento in un dedalo di covoni, ghirlande e festoni. L’aria si fa più fresca e profumata e respirarla è come dare il primo morso a una mela appena colta.
Nelle notti d’ottobre gli alberi della Main Street si accendono di colori. Chini sulle strade, formano una volta d’oro che brilla di una luce accecante quando il sole la colpisce dalla giusta angolazione. Non ho ancora trovato l’esatta sfumatura per riprodurre quel colore e credo che non ci riuscirò mai. La maggior parte delle foglie cadute viene poi recuperata e usata per imbottire gli spaventapasseri che gli ospiti si porteranno a casa dopo la festa.
Ma la cosa più bella è la nebbia mattutina che striscia lungo le strade, luminosa quel tanto che basta per mascherare il brutto e il marcio di questo posto.
Quel pomeriggio una brezza gelida s’infilò improvvisa sotto la giacca della mia divisa scolastica e scompigliò le pagine del mio album. Ci misi sopra il pugno per impedirgli di volare via insieme alle foglie.
Avrei dovuto temperare la punta alla matita prima di uscire da scuola. Quando cercai di fare lo schizzo dei ragazzini che lanciavano anelli sui piccioli delle zucche, mi vennero tutti somiglianti a buffe bambolette troll. I loro genitori li osservavano da poco lontano, riuniti di fronte alla tenda a strisce bianche e arancioni che il caffè del posto, il Pilgrim’s Plate, aveva montato per vendere torte, cobbler e ciambelle al sidro di mela.
Credo che lo notai per questo. Non stava in uno dei capannelli di genitori a sorseggiare sidro caldo. Era invece sul lato opposto della strada, vicino al carretto che vendeva profumate caldarroste. Il forestiero era alto e magro come un manico di scopa e se avessi dovuto disegnare il suo viso, avrei cominciato dal naso lungo. Rivolse un sorrisetto di scherno a qualcuno che gli offriva un pezzetto di carta da bruciare nel falò che stava pian piano crescendo al centro della piazza.
Era vestito come un Pellegrino, ma, triste a dirsi, questa non era affatto una stranezza. Un mucchio di gente a Redhood si mascherava per il Giorno del Fondatore, specialmente quelli di una certa età. I vecchi adoravano quei grossi cappelli neri con le fibbie e le camicie bianche gonfie, a quanto pareva.
Guardai il cappello di paglia a falda larga che aveva in testa, poi abbassai gli occhi sulle scarpe. Sporche e senza le fibbie. Era fortunato che non ci fosse la nonna in giro: avrebbe buttato lui nel falò, invece di un fogliettino di carta con l’elenco dei rimorsi che sperava di cancellare con il fuoco.
Il falò era il motivo per cui si teneva la festa, il momento in cui potevamo consegnare alle fiamme ogni nostro sentimento o pensiero cattivo, ogni segreto, per liberarcene. Almeno, questo è ciò che diceva la nonna. Io credo che la maggior parte della gente venisse solo per arrostire i marshmallow.
Il forestiero, chiunque fosse, aspettò che l’omino del carretto si girasse a servire un cliente per sgraffignare delle caldarroste. Poi dovette avvertire il mio sguardo, perché si voltò con un sorrisetto e mi fece l’occhiolino.
Bene, pensai, e tornai al mio disegno… solo per balzare immediatamente in piedi. «Ah, cacchio!»
Una grossa goccia di sciroppo d’acero era caduta dal mio Silence Cake sulla pagina dell’album e lentamente mi era colata sui pantaloni, formando una pozza nel punto peggiore che si potesse immaginare. Fantastico.
Con un sospiro infilai il resto del dolce in bocca e strappai il foglio di carta ormai rovinato. Un’ora intera di lavoro ridotta a tovagliolino per ripulire appiccicosi brandelli di foglie di zucca fritte.
Già, esattamente. In alcuni posti si preparano le mele caramellate. Altri sono famosi per un dolce speciale al cioccolato, magari. Noi abbiamo le foglie di zucca fritte.
L’antefatto: molto tempo fa, e intendo proprio molto tempo fa, prima ancora che Redhood fosse chiamata Redhood, il piccolo gruppo di coloni giunti qui con i loro orribili cappelli e i cipigli sulla faccia dovette fare i conti con una lunga serie di raccolti andati male. Durante una stagione particolarmente dura, la moglie del fondatore della nostra città, Honor Redding, si ridusse a mettere in tavola solo le foglie del loro malinconico campo di zucche agonizzanti. La signora Redding si chiamava Silence, il che probabilmente dice già tutto su ciò che ci si aspettava da lei nella vita. In ogni modo, leggenda vuole che Silence salvasse la nostra nascente cittadina dalla fame condividendo con gli altri le foglie di zucca ed escogitando modi diversi di cucinarle per sopravvivere all’inverno. E poiché a nessuno salterebbe in mente di mangiare una foglia di zucca così com’è se proprio non stesse morendo di fame, ora le friggiamo e le immergiamo nel miele, nello sciroppo d’acero o nel cioccolato e le infilziamo su un bastoncino per poterle gustare meglio. E le chiamiamo Silence Cake in onore di Silence, perché suo marito, che guarda caso si chiamava Honor, si prende già gli onori per praticamente tutto il resto.
Dong, dong, dong, rintoccò la campana sulla torre dell’orologio. Alzai gli occhi, agitato, per guardare l’ora: com’era possibile che fossero già le cinque?
Salii sopra la panchina e scrutai tra le teste e i cappelli dei volontari intenti a muoversi su e giù per accendere le migliaia di candele che alla fine sarebbero state messe su tanti piccoli galleggianti, o portate in mano dal coro della scuola che avrebbe cantato durante la parata. Prue era stata trascinata via dal suo gruppo di amiche, tutte vestite con la giacca blu e la gonna a pieghe della Redhood Academy, e il cuore prese a battermi un po’ più forte nel petto quando mi resi conto che ero stato così concentrato sul mio stupido disegno da aver perso completamente le sue tracce.
Invece… eccola lì, vicino al labirinto di covoni. Balzai giù dalla panchina e corsi a precipizio, caricando come un toro la fila di turisti che aspettavano di dipingere le zucche.
Sotto un gazebo bianco sormontato da uno striscione con la scritta FESTEGGIAMO 325 ANNI DI STORIA DI REDHOOD c’era un quartetto d’archi che suonava la musica di un qualche compositore morto. Proprio mentre i musicisti finivano il pezzo e la folla si accingeva ad applaudire, i lampioni stradali in ferro battuto nero iniziarono ad accendersi. Inciampai su una delle zucche intagliate con la candela all’interno disposte lungo il marciapiede.
Che palle. Avremmo dovuto correre.
Mi feci strada a spintoni tra la folla intorno al gazebo, lottando contro un mare di gomiti e passeggini.
«Attento…»
«Ehi!»
Li ignorai. Be’, lo feci solo finché una mano non mi afferrò per la nuca e mi scosse così forte da farmi cadere lo zaino. Una zaffata mi bastò per capire a chi appartenesse quell’arto. Il professor Wickworth odorava di limone e pennarelli, quelli per le lavagne bianche. Il mio stomaco si ridusse a una matassa di vermi.
«Signor Redding. Le dispiacerebbe spiegare questo suo comportamento oltremodo sgarbato?»
Sapevate che gli esseri umani sanno fare un verso tipo quello della chioccia? Io lo ignoravo, finché il professor Henry Wickworth non mi aveva colto a sonnecchiare in classe il primo giorno di scuola, in seconda media. La sua faccia aveva assunto una sfumatura di viola che solitamente non esiste in natura e io e il resto della classe ci eravamo ritrovati a sorbirci uno sproloquio di dieci minuti sul “comportamento rispettoso” e la “mancanza di educazione”, e su come ci si aspettasse da me un componimento che chiarisse la differenza tra le due cose entro la fine del periodo di punizione, quello stesso pomeriggio.
Ebbene sì, ero stato trattenuto a scuola per punizione il primo giorno di scuola. Anzi, ogni giorno per tutta la prima settimana. Avevo già scritto temi sulla mancanza di rispetto, la sconsideratezza e l’onore. Pensai persino che avrebbe preso il righello e me l’avrebbe spaccato sulla testa quella volta che ne aveva chiesto uno sulla definizione di “saccente” e io avevo scritto una frase sola: «Preferisco “saputello”, professore».
La verità era che il professor Wickworth trascorreva più tempo a guardare i vari reality show di sopravvivenza sul suo computer scolastico che a far lezione. Le pareti della sua classe erano tappezzate di citazioni di autori famosi che sono certo si fosse inventato di sana pianta («La scuola è importante. Sta’ attento in classe.» Ernest Hemingway.) Credetemi: se avessi potuto scegliere tra guardare lo schermo di un televisore non sintonizzato o assistere a una delle sue lezioni, lo schermo vuoto sarebbe stato mille volte più interessante.
«Allora?» disse, passando a pinzarmi una spalla. «Cos’hai da dire a tua discolpa, Prosperity?»
A volte vorrei che potessero riprogrammarmi a pensare prima di aprire bocca. «E da quando in qua dovrei giustificarmi con lei fuori da scuola?»
Hai presente quando cerchi di cucinare un uovo al microonde e il tuorlo comincia a tremolare, poi a gonfiarsi e infine esplode contro le pareti? Di sicuro la mamma avrebbe dovuto portare la mia divisa in tintoria per ripulirla dai pezzi di cervello del professor Wickworth se Prue non fosse apparsa all’improvviso.
«Eccoti, Prosper!» esclamò in tono allegro. Le sue amiche erano dietro di lei e mi lanciavano occhiatacce da sopra la sua spalla. «Oh, salve, professor Wickworth! Si sta divertendo qui alla festa? La nonna mi ha chiesto di porgerle i suoi saluti e ringraziarla per tutto il suo lavoro.»
La mano del professore mi lasciò improvvisamente andare. Mi voltai appena in tempo per cogliere l’impressionante cambiamento della sua espressione. Le labbra si tesero leggermente in un sorriso e la faccia che prima era rosso fuoco come i capelli di Prue virò su un deliziato rosa pallido. «Oh. Signorina Redding. Mi perdoni, non l’avevo vista.»
E si scansò, come tutti gli altri intorno, per farla passare. Quando mi raggiunse, Prue mi posò una mano sulla testa e mi diede un colpetto leggero – una stupida abitudine che si era presa da quando mi aveva improvvisamente superato in statura di ben otto centimetri durante l’estate. Chiaramente, non siamo gemelli identici. Con i miei capelli neri e gli occhi scuri e i suoi capelli rossi e gli occhi azzurri non sembriamo neppure figli degli stessi genitori.
Ma io ricordavo com’era una volta. Ricordavo tutte le stanze d’ospedale. Ricordavo com’era dover andare a scuola senza di lei e poi tornare a casa e mostrarle i disegni che avevo fatto durante le lezioni perché non potevamo accendere i cellulari per scattare foto. Ricordavo come mi si gelava...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Un messaggio del malefacente
- 1. Il Giorno del Fondatore
- 2. Un pizzico di sfortuna
- 3. Un preoccupante benvenuto
- 4. Una specie di riunione di famiglia
- 5. La prova
- 6. Stranezze e stranieri
- 7. Un formicolio alle ossa
- 8. Nell e Barnabas
- 9. Il malefacente
- 10. Conversazioni a lume di candela
- 11. Esche per hag
- 12. La casa dei molti terrori
- 13. L’ora delle streghe
- 14. Il nuovo arrivato
- 15. Miti e leggende
- 16. Un sapore di limone
- 17. Il capobranco
- 18. Zolfo e motori di ricerca
- 19. Tutto pulito
- 20. Ogni cosa al suo posto
- 21. Qualcosa di oscuro e spaventoso
- 22. Un cuore gentile, un coltello affilato
- 23. Un incontro ravvicinato
- 24. Alastor, interrotto
- 25. Prosper, risvegliato
- 26. Saliva e segreti
- 27. Campanelle, libri e candele
- 28. Antiche paure
- 29. Fuga nella notte
- 30. Prigioniero
- 31. Lo spettacolo ha inizio
- 32. Magia e tradimento
- 33. Il passato è il prologo
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