BOSCH ERA NELLA CELLA NUMERO TRE del vecchio carcere di San Fernando, e frugava tra i fascicoli del caso Esme Tavares, quando ricevette un sms da parte di Bella Lourdes, che si trovava in sala detective.
«Il LAPD e il procuratore distrettuale stanno venendo da te. Trevino gli ha detto dov’eri.»
All’inizio della settimana, Bosch era quasi sempre nello stesso posto: seduto alla sua scrivania improvvisata, una porta di legno presa in prestito dai Lavori Pubblici, posata in orizzontale su due pile di scatoloni. Rispose al messaggio di Lourdes, ringraziandola, aprì il menu applicazioni dello smartphone e accese il registratore. Quindi posò il telefono con lo schermo in giù sulla scrivania, coprendolo in parte con un fascicolo del caso Tavares. Era una mossa preventiva: non sapeva perché gente del dipartimento di polizia di Los Angeles e dell’ufficio del procuratore stesse venendo a cercarlo di lunedì mattina presto. Non aveva nemmeno ricevuto una telefonata di preavviso, anche se era vero che la connessione, dietro le sbarre d’acciaio della cella, era piuttosto difficoltosa. Ma sapeva che le visite a sorpresa spesso erano una mossa tattica.
I suoi rapporti con il LAPD, dopo il pensionamento forzato che era stato obbligato ad accettare tre anni prima, erano sempre tesi, e il suo avvocato gli aveva consigliato di tutelarsi documentando ogni interazione.
Mentre aspettava la visita, si rimise al lavoro. Stava esaminando le dichiarazioni rilasciate nelle settimane successive alla scomparsa di Tavares. Le aveva già lette, ma a suo parere spesso il segreto per risolvere i casi freddi si nascondeva nei vecchi fascicoli. Era tutto lì, se sapevi cosa cercare. Una discrepanza logica, una traccia poco visibile, un’affermazione contraddittoria, una nota scritta a mano a margine di un rapporto... Tutte quelle cose lo avevano aiutato molte volte, in quarant’anni di carriera.
Su Tavares c’erano tre scatole di fascicoli. Era classificato come un caso di persona scomparsa, ma solo perché in oltre quindici anni non era mai stato trovato un cadavere. E i fascicoli nel frattempo si erano accumulati.
Quando Bosch era entrato nel dipartimento di polizia di San Fernando, per occuparsi a titolo volontario dei cosiddetti casi freddi – vecchi casi rimasti irrisolti – aveva chiesto al comandante Anthony Valdez da dove avrebbe potuto cominciare. Il capo, che lavorava lì da venticinque anni, gli aveva detto di partire da Esmeralda Tavares. Quella storia lo tormentava dai tempi in cui era un semplice detective, ma da quando era diventato comandante della polizia non aveva più la possibilità di occuparsene di persona.
In due anni di lavoro part-time a San Fernando, Bosch aveva riaperto parecchi casi, risolvendone una buona dozzina, tra cui violenze sessuali multiple e omicidi. Ma ogni volta che aveva un’ora libera tornava a esaminare i fascicoli di Esme Tavares. Ormai quella donna cominciava a tormentare anche lui. Una giovane madre, scomparsa lasciando la figlia neonata addormentata nella sua culla. Ma a Bosch era bastato leggere metà dei rapporti contenuti nella prima scatola per sapere ciò che il capo e gli altri investigatori sapevano già: “persona scomparsa” era una classificazione di comodo, ed era molto probabile che la verità fosse più sinistra. Esme Tavares non era scomparsa. Era morta.
Bosch udì aprirsi la porta di metallo che conduceva alle vecchie celle, e poi un rumore di passi. Alzò gli occhi e fuori dalle sbarre vide qualcuno che non si aspettava.
«Ciao, Harry.»
Era Lucia Soto, la sua ex partner del LAPD, in compagnia di due uomini in giacca e cravatta che non conosceva. Il fatto che Soto non lo avesse avvisato del loro arrivo lo mise in allerta. Sia dal quartier generale del LAPD, sia dall’ufficio del procuratore, ci volevano quaranta minuti di macchina per arrivare a San Fernando. C’era tutto il tempo di mandare un sms con scritto: «Harry, stiamo venendo da te». Ma non era successo, quindi pensò che i due uomini le avessero ordinato di non farlo.
«Lucia, da quanto tempo» disse. «Come stai?»
Sembrava che nessuno dei tre fosse intenzionato a entrare lì dentro, anche se si trattava di una cella riconvertita. Bosch si alzò, prese il cellulare da sotto i fascicoli sulla scrivania e con un gesto disinvolto lo infilò nel taschino della camicia, con lo schermo contro il petto. Andò alla porta e tese la mano attraverso le sbarre. Aveva parlato con Soto al telefono diverse volte, negli ultimi due anni, ma era la prima volta che la rivedeva. Era cambiata. Aveva perso peso e sembrava stanca e tirata, con uno sguardo preoccupato negli occhi scuri. Più che stringergli la mano gliela schiacciò con forza, e Bosch lo prese come un messaggio: “Fa’ attenzione”.
Guardando i due uomini, era facile capire i loro ruoli. Entrambi erano sui quaranta, vestiti in abiti formali probabilmente acquistati da Men’s Wearhouse. Ma il gessato del tizio a sinistra era consumato in un punto. Significava che portava una fondina ascellare sotto la giacca, e il carrello della pistola sfregava contro la fodera. Altri sei mesi, poi il vestito sarebbe stato da buttare.
«Bob Tapscott» disse l’uomo. «Sono il nuovo partner di Lucky Lucy.»
Bosch si domandò se non fosse parente di Horace Tapscott, un musicista di South Los Angeles, ora deceduto, una figura importante per il jazz locale.
«Io sono il viceprocuratore Alex Kennedy» disse l’altro uomo. «Vorremmo parlare con lei, non le ruberemo molto tempo.»
«Ah, va bene» rispose Bosch. «Accomodatevi nel mio ufficio.»
Indicò l’interno, gli scaffali in metallo con sopra scatole di fascicoli. Della vita precedente di quella stanza come cella di custodia per ubriachi restava una lunga panca sulla quale Bosch aveva accumulato i fascicoli di vari casi da controllare. Cominciò a spostarli per fare posto ai visitatori, ma sapeva già che non si sarebbero seduti.
«Abbiamo parlato con il capitano Trevino, e ci ha autorizzato a usare la sala riunioni» disse Tapscott. «Staremo più comodi, non credi?»
«Se va bene al capitano, va bene anche a me» disse Bosch. «Posso chiedere di cosa si tratta?»
«Preston Borders» rispose Soto.
Bosch stava per uscire dalla cella, ma a quel nome si bloccò.
«Aspettiamo di essere seduti» disse in fretta Kennedy. «Poi parliamo.»
Un’occhiata di Soto fece capire a Bosch che lei in quel caso era subordinata al procuratore. Prese chiavi e lucchetto dalla scrivania, uscì e chiuse la porta in metallo con un forte clangore. La chiave della cella era scomparsa da tempo, e Bosch la chiudeva con una catena da bicicletta e un lucchetto.
Oltrepassarono il cortile, dove il dipartimento dei Lavori Pubblici teneva veicoli ed equipaggiamenti vari, ed emersero su First Street. Mentre aspettavano il via libera per attraversare, Bosch prese il telefono dal taschino della camicia e controllò le notifiche. Ora c’era campo, ma comunque non era arrivato nessun messaggio di Soto per informarlo della visita in arrivo. Lasciò acceso il registratore e rimise in tasca il telefono.
Soto chiese: «Davvero quello è il tuo ufficio, Harry? Voglio dire, ti hanno messo in una vecchia cella?».
«Sì. Era la cella di custodia per gli ubriachi, e a volte, quando la apro al mattino, mi sembra ancora di sentire odore di vomito. Sembra che lì dentro nel corso degli anni si siano impiccate cinque o sei persone, quindi dicono che ci sono anche i fantasmi. Ma è lì che tengono i fascicoli dei vecchi casi, quindi è lì che lavoro. Le scatole con le prove sono nelle due celle adiacenti, così ho tutto a portata di mano. E poi di solito nessuno viene a disturbarmi.»
Sperò che l’allusione ai presenti fosse chiara.
«Quindi San Fernando non ha celle di custodia, e deve mandare i fermati a Van Nuys?»
Bosch fece strada verso la stazione di polizia dal lato opposto della strada. «Solo le donne devono andare a Van Nuys» disse. «Per gli uomini abbiamo delle celle singole comodissime. Ci ho dormito persino io, alcune volte. Molto meglio del dormitorio del PAB, là russano tutti.»
PAB stava per Police Administration Building, il quartier generale del LAPD. Soto gli lanciò un’occhiata, sorpresa che fosse disposto a dormire in una cella.
Bosch le strizzò l’occhio. «Posso lavorare e dormire ovunque.»
Appena il traffico rallentò un poco, attraversarono la strada ed entrarono nell’atrio della stazione di polizia. La sala detective aveva un ingresso diretto sulla destra. Bosch aprì la porta con una tessera magnetica e la tenne aperta per far passare gli altri.
La sala era poco più grande di un garage. Al centro, unite in un singolo modulo, c’erano le postazioni di lavoro dei tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon, che era stato promosso di recente, e Bella Lourdes, appena tornata dopo due mesi di licenza medica per ferimento in servizio. Lungo i muri c’erano schedari, caricabatterie per le radio, un mobile con sopra tazze e caffettiera e una stampante. Sul muro sopra la stampante c’erano bacheche coperte di fogli di turni di lavoro e annunci interni, più vari poster di criminali ricercati e persone scomparse, tra cui diversi con la foto di Esme Tavares, diffusi nel corso degli ultimi quindici anni.
Sopra un muro in alto c’era un poster di Qui, Quo, Qua, i nipoti di Paperino. Era così che erano soprannominati i tre detective che lavoravano nelle postazioni al centro della stanza. L’ufficio del capitano Trevino era a destra e la sala operativa a sinistra. Una terza stanza era subaffittata all’ufficio del medico legale. La usavano i due investigatori del coroner che coprivano tutta la valle di San Fernando e altre aree più a nord.
Tutti e tre i detective erano alle loro scrivanie. Di recente avevano risolto un grosso caso di furti d’auto in serie, e l’avvocato difensore di uno dei sospettati li aveva presi in giro chiamandoli Qui, Quo, Qua. I tre avevano adottato quel soprannome come una medaglia al merito.
Bosch scorse Lourdes che sbirciava da sopra il divisorio della scrivania. La ringraziò con un cenno del capo per averlo informato con l’sms, comunicandole allo stesso tempo che per il momento era tutto a posto.
Condusse i visitatori nella sala operativa. Era una stanza insonorizzata con lavagne bianche e monitor a schermo piatto lungo le pareti. Al centro c’era un grande tavolo con otto sedie in pelle. La sala doveva essere la postazione di comando per indagini di alto profilo, da dove coordinare le operazioni di una task force o la reazione a emergenze come terremoti o tumulti di piazza.
In realtà però tali situazioni erano rare, e la stanza veniva usata soprattutto come sala da pranzo. Il tavolo ampio e le sedie comode erano perfette per mangiare in gruppo, e infatti all’inte...