Il mio cervello non si ferma alla prima soluzione, ragazzo. Vaglia tutte le altre possibilità. Venezia, 1775. Un ragazzo, figlio di un maestro intagliadore, è scomparso nel nulla da diversi giorni, quando Marco si accorge di una strana figura che si aggira furtivamente sull'isola di San Pietro. Marco comincia a nutrire i primi sospetti, ma è solo un giovane garzone che conosce poco il mondo. Per ricostruire i fatti, svelare i tradimenti e le invidie che si nascondono dietro questa sparizione, ci sarà bisogno dell'acume di un investigatore inaspettato e un po' sopra le righe: il celebre avventuriero Giacomo Casanova.

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Un mistero nero carbone
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9788856668681
1
Venezia, marzo 1775
Marco sedeva come ogni sera al fondo delle fondamenta di Sant’Anna, con i piedi ciondolanti sull’acqua. Da quel punto aveva una visuale perfetta dell’isola di San Pietro, l’Olivolo, di là dal canale.
Ne contemplava la sagoma e i contorni da quando era nato, e le poche volte che c’era stato l’isola gli era sembrata un luogo pieno di misteri. Silenziosa, quasi disabitata, così vicina da potersi toccare, ma lontanissima per via dell’acqua di laguna che separa Venezia dal resto del mondo, e i veneziani tra loro, ché nessuno si azzarda a nuotare.
Quando c’era ancora suo padre, c’era anche una barca. Suo fratello se la ricordava, o almeno così diceva, anche se Marco sospettava che Francesco tendesse ad abbellirne il racconto, perché ogni volta la descriveva più grande, e prima o poi sarebbe diventata lunga come il Bucintoro. E forse anche la mamma fioriva i ricordi, perché più di una volta gli aveva raccontato che dalla pesca oltre il canale di Malamocco papà tornava con certi cefali così grossi che ci mangiavano in quattro e si riempivano la pancia per bene. Però la barca l’avevano di certo, perché era quello il mestiere di suo padre, e magari qualche volta aveva davvero portato in casa i pesci grandi invece di venderli.
Comunque papà era morto quando lui era troppo piccolo per ricordarlo, e la barca non l’avevano più da un pezzo. Ma suo fratello era garzone di uno squerarolo da quasi due anni, con tanto di contratto scritto, e per un po’ Marco aveva sperato di diventare squerarolo anche lui per imparare a costruirle, le barche, così quel superbo di Francesco avrebbe smesso di darsi arie da grand’uomo, soltanto perché portava a casa sette lire a settimana, che fra qualche mese, quando avrebbe iniziato il suo terzo anno di garzonato, sarebbero diventate otto.
Francesco però non voleva che il fratello minore facesse il suo stesso mestiere, e gli aveva tracciato una strada diversa, senza neanche chiedergli se fosse contento. E la mamma non aveva detto niente perché non voleva litigare con Francesco. Così da qualche mese se li guadagnava anche lui, i suoi soldini, scaricando i sacchi di farina per lo scaleter che aveva la bottega dalle parti di Sant’Isepo. Spiccioli, e ciambelle, e biscotti con la glassa bianca o l’uva passa, e soprattutto pane per tutti.
Marco voleva bene al fratello, e lo ammirava pure, ma trovava che il ruolo di capofamiglia gli piacesse fin troppo, e spesso gli era venuta voglia di protestare. Mamma però gli raccomandava di aver pazienza. Marco di pazienza ne aveva da vendere, e infatti da più di un’ora stava lì a contemplare il profilo dell’isola di San Pietro, per vedere se anche quella sera si sarebbe ripetuto lo strano gioco di ombre del giorno prima.
Era successo tutto dopo il tramonto, quando ormai delle cose si distinguevano soltanto i contorni. Sulla calle che idealmente prolungava le fondamenta di Sant’Anna oltre il canale, era apparsa una figura con un cesto in una mano. Non che fosse qualcosa di straordinario, tuttavia Marco aveva iniziato a seguirla con lo sguardo perché si muoveva in modo strano, rasente il muro, e quasi a ogni passo si girava indietro, come a controllare che nessuno la seguisse. Poi aveva svoltato ed era scomparsa. Ma subito dopo, davanti all’edificio lungo e basso con le finestre ad arco a tre a tre che Marco avrebbe potuto disegnare a occhi chiusi, si era accesa una piccola luce di candela e una testa si era stagliata al centro della finestra. Nel silenzio era risuonato un cigolio di ferri (una serratura che si apriva?), e infine buio e di nuovo silenzio.
«Marco!» aveva chiamato sua madre. «Non stare fuori a prendere freddo, vieni in casa!»
Ma lui era rimasto sulla riva ancora un po’, e aveva fatto bene, perché erano trascorsi soltanto pochi minuti e poi di nuovo la luce della candela e il cigolio dei ferri. Così aveva aspettato che giù, nella calle, ricomparisse la sagoma misteriosa. Eccola lì, infatti! Guardandosi ancora le spalle, aveva rifatto il cammino a ritroso finché si era infilata in una porta, e stavolta Marco aveva capito che si trattava di una donna.
Che poi fosse successo davvero era da vedersi. Non sarebbe stata la prima volta che la testa gli giocava certi scherzi: guardava i vascelli in laguna scivolare sul canale della Giudecca, ed ecco che si ritrovava in equilibrio sul cavo teso a dispiegare vele, e poi da lì a fantasticare di viaggi e tempeste e pirati e tesori. A mamma piaceva starlo a sentire, anche se ogni tanto sembrava preoccupata di tutte le favole che sapeva inventare, mentre Francesco diceva che suo fratello era un po’ tocco, o bacato, e forse non aveva torto. Quindi il dubbio di aver immaginato tutto c’era, e per questo ora stava lì, con i piedi penzoloni e l’umido dell’acqua che gli saliva su per le gambe.
Il sole stava scomparendo alle sue spalle, nella direzione in cui Venezia puntava la sua grande testa verso la terraferma, ma era ancora presto. C’era una luce rosata che trasformava muri, tetti e ogni altra cosa in un soffice pane di Spagna. Marco aspettò che il primo buio inghiottisse case e calli, e stava per arrendersi, perché la mamma aveva chiamato di nuovo. Ma infine ecco la sconosciuta, al di là del canale, frettolosa e guardinga. Poi il nulla per poco, e infine la luce della candela, il rumore di serratura: tutto si ripeté identico alla sera prima, e Marco, i piedi gelati e i brividi lungo la schiena, si alzò soddisfatto. Altro che favole.
2
Angelo Trevisan era maestro intagliadore da quasi vent’anni, e forse negli ultimi tempi aveva peccato di superbia. Ma era tale il suo prestigio che mantenersi umile non era facile. Aveva costruito gli stalli del coro per la Scuola dei Santi Apostoli, e ne aveva ricevuto elogi a non finire. Aveva intagliato l’immenso tavolo in legno di cembro per il salone del principe Abbondio Rezzonico, quello che aveva ben due fratelli cardinali a Roma e il cui zio era stato addirittura papa. E certi mercanti molto più danarosi dei patrizi lo assillavano per assicurarsi i suoi manufatti, alcuni erano arrivati perfino a dirgli che il prezzo non contava. Chiunque avrebbe messo su una boria da tempesta, ma tutto sommato lui si era trattenuto, checché ne dicessero i suoi concorrenti.
Ora avrebbe dato tutto quello che possedeva perché gli orologi di San Marco girassero velocemente all’indietro, e tornassero al pranzo del giorno prima, domenica, quando aveva visto per l’ultima volta suo figlio Tommaso.
A tavola l’unico a parlare era stato suo fratello Sebastiano, mentre lui non aveva aperto bocca. Quella sera Sebastiano aveva in programma una serata al teatro Sant’Angelo, dove si davano I rusteghi. Al ragazzo, che come al solito ascoltava ammaliato lo zio, aveva spiegato che quella era una delle ultime commedie scritte a Venezia da Carlo Goldoni, di cui sapeva quasi tutto, perché quello strano gentiluomo dell’avvocato Goldoni il loro padre buonanima l’aveva conosciuto, vero Angelo?
Ma Angelo ne aveva un ricordo molto vago.
«Eppure» aveva insistito Sebastiano «nostro padre diceva che era quasi un amico, e pazienza se non gli aveva mai pagato quel cassettone laccato d’oro, perché tanti ne guadagnava, altrettanti ne spendeva, ma era così divertente parlare con lui, ed era un peccato che se ne fosse andato a Parigi a scrivere commedie per i francesi».
Angelo quelle storie le aveva già sentite, e poi il teatro non lo divertiva affatto. Però era contento perché suo fratello sembrava di nuovo sulla breccia, e da mesi non gli chiedeva soldi in prestito. Prestito, poi: quando mai gli aveva restituito qualcosa? Ma ora pareva che Sebastiano avesse parecchi buoni affari per le mani. Prima di sedersi a tavola, gli aveva raccontato di un vascello carico di panni di lana in partenza per Smirne, e di aver ricavato parecchio denaro da un grosso carico di vallonea, la ghianda che a Venezia i lanaioli usavano per tingere di scuro le lane. E poi aveva aggiunto che il governo veneziano gli aveva concesso l’esenzione dei dazi di entrata su un carico di seta persiana, che sarebbe arrivato di lì a poco. Ormai gli affari andavano alla grande, aveva detto Sebastiano, anche se alla restituzione dei prestiti non aveva fatto cenno. Bla bla bla… Angelo lo aveva ascoltato distrattamente. Suo fratello era fatto così: parlava, parlava, e riempiva ogni discorso di mille particolari, ad alcuni dei quali era difficile credere. Invece Tommaso adorava lo zio: gli faceva domande su tutto, e a ogni sua risposta reagiva con “Oh!” di meraviglia.
Poi il pranzo si era concluso, Sebastiano se n’era andato, e Angelo si era chiuso nello studiolo: aveva i conti della settimana da controllare. Il ragazzo si era rifugiato nella sua stanza, o forse era sceso in strada. Qualcuno l’aveva chiamato? La domestica sosteneva di sì, ma non era una voce che conosceva, e poi Teresa era un po’ dura d’orecchi.
Al tramonto, quando era arrivata l’ora di cena, si erano accorti che Tommaso non c’era, né in casa né nelle calli intorno a San Polo, ché quella era la zona, e il ragazzo non se ne allontanava mai troppo. Le persone di casa l’avevano cercato ovunque, i lavoranti e i garzoni erano stati avvertiti e non si erano lamentati, anche se era giorno di riposo. Si erano dispersi per i campi e le calli urlando il suo nome, tanto che ormai tutta Venezia sapeva che Tommaso, il figlio del mastro intagliadore Angelo Trevisan, era scomparso.
All’alba della mattina seguente le ricerche erano riprese, e Trevisan era rimasto a casa, con l’ansia che saliva di ora in ora, col terrore che qualcuno gli portasse la notizia di un ritrovamento in acqua. Verso le nove era arrivato tutto affannato suo fratello Sebastiano: avrebbe recuperato un paio di persone fidate e insieme a loro avrebbe cercato Tommaso anche a C...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1
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- 3
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