Una figura solitaria spunta dalla nebbia, mentre tutto intorno infuria una tormenta di neve. Sfreccia via veloce, e un attimo dopo la nebbia torna a inghiottirla. Appena alle sue spalle, ecco un gruppo di inseguitori. Sono fradici, semiassiderati, eppure vanno avanti, i muscoli tesi fin quasi a scoppiare, i volti contratti per l'enorme fatica. Ai lati della strada, le persone infagottate nei loro pesanti cappotti esplodono in un grido unanime di incitamento...
Se esiste uno sport omerico, è senza dubbio il ciclismo: nessun'altra disciplina sa essere altrettanto epica e feroce, tragica e bella. È una magia fatta di passione e sacrificio, di gioia e dolore, di rabbia e amicizia: emozioni impossibili da illustrare con un'equazione. Per comprenderlo, lo devi raccontare: le battaglie più celebri e i duelli più agguerriti, ma anche i risvolti nascosti e gli inganni.
Come ogni epica che si rispetti, anche il ciclismo ha i suoi eroi e i suoi antieroi, i suoi giovani valorosi caduti troppo presto, i suoi campioni colpiti dall'invidia degli dèi. Mario Cipollini, Fabio Casartelli, Lance Armstrong, Marco Pantani… Sono molti i protagonisti che hanno inciso il loro nome nella leggenda di questo sport. E hanno storie formidabili, buffe, dannate e commoventi da raccontare. Serviva solo un testimone privilegiato, uno che le ha viste e vissute in prima linea, come gli antichi bardi che seguivano i guerrieri sui campi di battaglia e ne immortalavano le gesta.
Davide De Zan è uno così. E queste sono le storie memorabili che ha visto e vissuto. Gli atti di valore, le follie e le imprese dei moderni guerrieri a cavallo della bici.

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- Italian
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9788856667578
1
Nel nome del padre
23 marzo 2002 (vent’anni dopo)
«La bicicletta era la velocità giusta per lui. […] Solo lì puoi sorprendere le cose senza essere visto, come sanno fare i poeti.»
ALESSANDRO D’AVENIA
Era il giorno della Milano-Sanremo. Mai come tutti gli altri, almeno per me. E scandagliavo con lo sguardo tra le ammiraglie. Cercando solo lui, nascosto dentro una vigilia anomala, diversa, in cui aveva chiesto a tutti di lasciarlo stare. “Che strano…” pensavo. Un istrione nato, un inguaribile guascone che per una volta aveva chiesto al mondo la pace, in un’insolita e completa solitudine. Solo, per un giorno. A chi conosceva bene gli occhi vispi e l’animo gioioso di Mario sembrava letteralmente impossibile. Eppure, nonostante la naturale propensione all’allegria e agli scherzi, con una mossa a sorpresa si era chiuso in un silenzio totale.
«Silenzio stampa.»
Voleva concentrarsi come mai aveva fatto in vita sua, isolarsi da tutto e tutti. Determinato a distillare solo il meglio di se stesso. Gocce di energia pura, unica fonte utile quando si ha voglia di vincere e basta.
Prima della vigilia era stato perentorio: aveva detto e ribadito, a chiare lettere, di non voler parlare con i giornalisti. E anch’io – nonostante l’amicizia ormai decennale – quel giorno ero semplicemente uno di loro. Tra Mario e me c’era confidenza profonda, stima e affetto reciproco. Proprio per questo nelle ultime quarantotto ore avevo deciso di rispettare quel suo desiderio. Un silenzio inevitabilmente complice. Insieme a lui. Non lo avevo cercato, come facevo di solito, non gli avevo neanche fatto quella telefonata di rito che spesso anticipava le sue gare più importanti. Ero talmente affezionato a Mario che per nulla al mondo avrei violato quella sua volontà.
Così, in quel giorno di marzo, alla partenza di una delle corse più belle al mondo, vagavo tra la gente in cerca di lui. Non riuscivo ancora a vederlo, ma sapevo benissimo che lo avrei trovato: uno come Mario Cipollini non si può certo nascondere. Con quel fisico imponente e quel naturale carisma non può passare inosservato, anche se ci prova in ogni modo. Quella mattina non avrei voluto intervistarlo, disturbarlo: troppo delicata la situazione, troppo importante la gara che stava per affrontare. Anche con se stesso. Portavo però con me la voglia fortissima di consegnargli personalmente un piccolo regalo, preparato per lui. Un’idea insolita, nata improvvisa e spontanea proprio la sera precedente. Nulla di prezioso, si intenda, se davvero il valore commerciale degli oggetti può valutarne l’effettivo peso. Nelle tasche del mio giubbotto custodivo qualcosa di particolare. Semplice ma unico. E volevo che quell’oggetto accompagnasse Mario in quella sua nuova avventura che aveva il solito vecchio nome: Milano-Sanremo. Sapevo quanto tenesse a quella gara. L’aveva sognata fin da quando era solo un bambino, eppure beffarda, in un modo o nell’altro, gli era sempre sfuggita sotto il naso. L’ultima volta appena un anno prima, proprio sul rettilineo finale, in un lampo: il Re Leone secondo, battuto inesorabilmente da Erik Zabel.
Conoscersi offre la possibilità di uno sguardo differente, corsie preferenziali che possono portare dritte ai sentimenti più veri e profondi: sapevo benissimo che quella sconfitta gli bruciava ancora come il primo giorno. Quello stesso dolore, anzi, era la base portante dello strano muro di silenzio che Mario aveva provato a costruire, questa volta, intorno a sé. Eccola allora di nuovo, la Sanremo. Il desiderio che diventava ossessione, il traguardo fantasticato e mai raggiunto in una lunghissima e faticosa carriera. La corsa che lo avrebbe potuto proiettare dentro una dimensione ancora più grande.
Non so quante volte mio padre mi aveva parlato di questa strana storia, di Cipollini e di quella “dannata” corsa, con gli occhi pieni di sconfinata ammirazione per quell’atleta così potente e irresistibile in volata. E quante volte ancora mi aveva ripetuto che quel corridore, già fortissimo, avrebbe potuto diventare immenso se solo avesse voluto. Se solo fosse stato disposto a credere ancora un po’ di più nel proprio straordinario talento, se non si fosse accontentato di fare scorpacciate di tappe al Giro e al Tour de France. Vittorie di prestigio, senza ombra di dubbio, ma comunque non ancora adeguate al suo dna di campione purissimo. Per papà essere “solo” il più grande velocista sulla faccia della terra sarebbe stato comunque riduttivo per uno così. Nella sua visione del ciclismo, Cipollini possedeva i numeri per essere un corridore totale: «Un uomo capace di vincere classiche monumentali come la Roubaix e il Fiandre. Un fuoriclasse che con il percorso adatto avrebbe potuto diventare un giorno persino Campione del mondo, proprio come Van Looy o Van Steenbergen, velocisti pazzeschi capaci di dominare su ogni terreno».
Con quelle parole ancora nei miei pensieri, cercavo di incrociare gli occhi dell’amico campione. Quel campione che si nascondeva da qualche parte anziché consegnarsi all’applauso del pubblico.
Purtroppo, però, questa volta mio padre non c’era più. Mi aveva lasciato solo qualche mese prima, in un torrido agosto milanese. La leucemia aveva spento in pochissimo tempo la sua voce e il suo sorriso. Pensare a lui, a tutte le storie vissute insieme proprio su quel percorso, mi scaldava il cuore e attenuava la nostalgia che era lì accanto da un po’. Un pezzo di mio padre era, e sarà sempre, con me. E da questa consapevolezza prendeva forza la mia missione di quel giorno. Sentivo di doverla portare a termine.
Assolutamente.
Per papà Adriano e per un mio amico, vero, di nome Mario Cipollini.
Nella vita di tutti, a volte, capita di avere a che fare con questa energia istintiva e bellissima: la voglia di compiere gesti che non riesci neanche bene a spiegarti. Di trasformarsi quasi in un semplice strumento, un messaggero, come se una voce esterna potesse magicamente guidare e ispirare i pensieri. Per me, quel giorno, fu così.
La piazza che ospitava la partenza era piena di gente in cerca di un semplice contatto con i corridori: chi con un foglio in mano per un autografo, chi con la macchina fotografica al collo per un altro indimenticabile scatto. Mancava poco più di un’ora al via, erano appena passate le otto del mattino eppure c’era già aria di festa totale. La Sanremo è così, un mondo tutto speciale. Un’atmosfera magica intorno al viaggio reale e simbolico del gruppo: dal grigiore tipicamente milanese, a tutta velocità verso il sole e il mare. E in quei quasi 300 chilometri sembra di lasciarsi alle spalle l’inverno, per tuffarsi nel tepore benevolo della primavera. La “carovana”, con i suoi colori, è incarnazione del percorso delle stagioni. Dal buio fino alla luce.
Da lontano si sentiva lo speaker annunciare i nomi dei singoli ciclisti, gli attori sulla scena. Un altro piccolo rito che si ripete negli anni. L’eco della sua voce rimbalzava ovunque, accompagnata e rinforzata dalle urla e dagli applausi del pubblico entusiasta. Vedevo le solite facce amiche scorrermi al fianco. Non so bene perché, ma quella corsa mi ha sempre affascinato, regalandomi ogni volta una sensazione speciale e profonda. Sarà perché fin da ragazzino – un po’ come Cipollini – ne ho sentito parlare come di qualcosa di più o meno mitologico, sarà che proprio su quel traguardo avevo affrontato a soli venticinque anni la mia prima telecronaca in diretta. Sarà per qualche altra misteriosa alchimia, ma sentivo di nuovo quella strana e fortissima energia nelle vene. Espressione massima del magico e misterioso potere del ciclismo.
Galleggiando sui pensieri continuavo a frugare con gli occhi tra la gente, tra le ammiraglie che mi sembravano ancora più belle e luminose del solito. Le bici scintillanti, ancorate sui tetti delle auto, brillavano al sole e sembravano osservare anche loro, con curiosità, tutti dall’alto. Fu a quel punto che finalmente lo vidi. Stava come rannicchiato sul sedile posteriore dell’auto: lui, sempre imponente e per natura maestoso, quasi ripiegato su se stesso. Seduto, da solo. Come in trance, protetto solo dalla propria ammiraglia. Immobile, assorto, in piena meditazione. Mai visto così in tanti e tanti anni.
Con passi morbidi mi avvicinai lentamente al finestrino, sperando che con la coda dell’occhio riuscisse a vedermi. Colmai poco alla volta la distanza che ci separava e iniziai a scorgere più nitidamente il suo sguardo: fisso verso l’orizzonte ma calmo, sereno, senza alcuna tensione. Nel percepire un movimento alla sua sinistra, istintivamente, si voltò verso di me. Gli occhi luminosi e guardinghi instillarono in me per un attimo la paura di averlo irritato, di aver violato la sacralità di quel suo momento. Rimase così a osservarmi, con le mandibole serrate, per un paio di secondi – interminabili per me – prima di aprirsi in un sorriso che finalmente dissipò ogni dubbio. Il solito e vero sorriso di Mario.
«Non voglio disturbarti» dissi attraverso il finestrino ancora chiuso, scandendo le parole perché potesse leggerle sulle mie labbra, accentuando la gestualità. «Lo so che non vuoi parlare con i giornalisti, ma avrei una piccola cosa per te.»
«Tu non sei un giornalista, tu per me sei Davide, dai entra…» mi disse allungandosi e spalancando al volo la portiera della macchina. E la porta della sua anima.
Un balzo veloce e mi ritrovai seduto al suo fianco. «Ciao Marione» dissi mentre richiudevo velocemente lo sportello alle mie spalle. Qualche curioso si era accorto della presenza di Cipollini in quell’angolo nascosto della piazza. Lì, però, eravamo al sicuro, come dentro un guscio avvolgente e protettivo. Mario e io a guardarci negli occhi prima del via della corsa dei nostri sogni. Io che l’avevo sempre amata, lui che voleva ostinatamente vincerla. Un giornalista e un campione. Due uomini che si dedicano reciprocamente un minuto della loro vita, prima di iniziare la loro giornata speciale: uno a correre, l’altro a raccontare la stessa fantastica storia. «Ti ho portato questa piccola cosa» aggiunsi, poggiandogli una mano sulla spalla e rovistando con l’altra nella tasca del giubbotto, in cerca di quel pensiero solo per lui. In un istante tutta la tensione sparì, lasciando il posto al piacere di stare semplicemente insieme.
Sul volto di Mario si disegnò una strana espressione: mi guardava incuriosito, non riuscendo forse ancora a realizzare. “Ma come…” avrà pensato “devo correre per 300 chilometri in bicicletta e vuoi aggiungere pesi inutili alla mia dotazione?!?”
Nell’angolo più basso della tasca alla fine lo trovai, i miei polpastrelli avvertirono la sensazione inconfondibile di quel foglio liscio, che se ne stava rintanato in quel cantuccio della mia giacca. E del mio cuore. Serrai le dita sui bordi, con calma iniziai a farlo scivolare verso l’alto, e lentamente lo portai alla luce. Gesti morbidi, misurati, di chi si scopre poco per volta. Nulla di valore, per carità, ma su quel cartoncino che avevo appena tolto dalle tasche vi era impressa un’immagine che per me valeva veramente tanto. La foto di mio padre.
«Che bella!» esclamò subito Mario, appena la vide.
L’avevo scelta tra le tante che tenevo raccolte in un cassetto della mia scrivania. Un angolo privato, in cui conservavo le fotografie della famiglia e dei miei amici più cari. Un’immagine che ritraeva mio papà e il suo sorriso inconfondibile, mentre seduto in poltrona guardava con gioia il fotografo che l’aveva scattata. Probabilmente in estate, perché era abbronzatissimo e con una maglietta a maniche corte: semplice, scura, con alcuni disegni sul petto bianchi come i suoi capelli, pettinati e ordinati all’indietro. Uno scatto che mi aveva sempre regalato serenità, per quegli occhi luccicanti di allegria e spensieratezza. Una delle mie preferite in senso assoluto. «L’ho portata per te» gli sussurrai infine, guardandolo negli occhi «se ti fa piacere puoi tenerla per oggi. Ti accompagnerà nel tuo viaggio e spero ti possa dare un po’ di forza e di fiducia in più. Non sai quante volte papà avrebbe voluto vederti vincere su quel traguardo, urlare il tuo nome mentre battevi tutti alla tua maniera. Te la lascio, se vuoi, come piccolo portafortuna.»
Non feci in tempo a concludere la frase che Mario cominciò ad accarezzarla delicatamente, per quanto le sue manone potessero fare, prima di riporla nella tasca posteriore della sua maglietta. «Grazie del pensiero, amico mio,» sorrise «oggi ne ho proprio un gran bisogno. La porterò con me e penserò a quella voce che per tanti anni mi ha accompagnato e mi ha scaldato il cuore.»
Rimase un abbraccio forte, silenzioso e pieno di emozione, mentre fuori regnavano ancora il frastuono e il vociare della piazza. Lì dentro, in quell’automobile, eravamo in una bolla tutta nostra. Non si sentiva proprio nulla, se non la voglia di vivere un giorno speciale. Le mie mani sulle sue spalle piene di muscoli già in tensione. Sembrava fatto d’acciaio e nel congedarmi, con un’ultima amichevole pacca sulla schiena, vidi in quegli occhi blu una luce rara, brillante, intensa, ma anche pervasa da una calma e da una sicurezza che subito mi riempì di fiducia. Lanciai uno sguardo fuori dal finestrino e vidi la sua bicicletta appoggiata all’ammiraglia, ancora ferma, immobile, quasi sorridente, in attesa che il suo capitano la potesse cavalcare. Sarebbe stato un viaggio difficile e intenso anche per lei.
«In bocca al lupo, grande Mario. Ci vediamo a Sanremo!»
«Crepi, amico mio. E grazie per la foto!»
23 marzo 2002: 287 chilometri dopo
Un boato scosse l’aria: ecco l’arrivo del gruppo, che ha inghiottito gli ultimi fuggitivi poco dopo il segnale dell’ultimo chilometro. In fila indiana a velocità pazzesca, dopo aver affrontato le classiche salite del finale a un ritmo talmente indiavolato da togliere il fiato. Capo Berta, Capo Mele e Cipressa mangiati dalle gambe in un lampo, uno dopo l’altro. Quel piccolo grande genio di Paolo Bettini si era giocato il tutto per tutto sul Poggio, cercando di sorprendere gli avversari con un attacco fulmineo dei suoi. Ma anche uno così, in un giorno come quello, aveva capito che spazio per colpi a sorpresa stavolta non ce ne sarebbe stato. Troppi uomini veloci ancora in corsa per potersi sganciare, troppe squadre ancora in gioco. Voltandosi, a poche pedalate dal traguardo, aveva capito che il tempo di quel suo attacco era finito. Bettini si lasciò superare dal branco di selvaggi inferociti, pronti a tutto per la volata che può valere una carriera. Abbassò lo sguardo in segno di resa proprio prima dell’atto finale, con gli attori già scelti per la scena: i velocisti.
A guardarli sembrava ringhiassero, gli scorrevano al fianco come un uragano che travolge ogni cosa al suo passaggio. Questa volta gli uomini di Cipollini avevano lavorato alla perfezione. Ricucito l’ultimo strappo, il treno zebrato lasciava il suo ultimo vagone a pilotare il capitano, la sua maglia bianca striata di nero prese la testa del gruppo: Giovanni Lombardi si alzò di scatto sui pedali per lanciare lo sprint. Bastò un’occhiata d’intesa per innescare quei meccanismi provati e riprovati mille volte, in gara e in allenamento, quella sincronia di movimenti e azioni che portano il cuore a mille e i muscoli a strizzare ogni fibra per poter volare. Con la missione unica, umile e nobilissima, di fendere l’aria per preparare la sparata finale dell’uomo più veloce sulla faccia della terra.
Giovanni sapeva bene che le corse si vincono e si perdono per un’inezia, a volte per un piccolo impossibile millimetro. Già in troppe occasioni, su quel traguardo, Cipollini aveva assaggiato il gusto aspro della sconfitta. Quel giorno, invece, non avrebbero dovuto sbagliare nulla. Un anno prima Super Mario si era trovato da solo, senza gregari al suo fianco, su quel rettilineo. Ora l’ultimo prezioso compagno di squadra era lui. Partì come se dovesse infrangere il muro del suono e ai 200 metri avvertì un colpo di vento fortissimo sugli occhi. Era Cipollini. Partito anche lui, veloce come un fulmine.
Sul traguardo esplose un boato, tutti in piedi sulle tribune. Insieme. Per una freccia al centro della strada, davanti a tutti. Volata lunga, maestosa, con tutti i rischi del mondo. E la voglia feroce di divorare quel pezzo di strada che lo separava ancora...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- IN FUGA
- Prologo. 20 marzo 1982
- 1. Nel nome del padre. 23 marzo 2002 (vent’anni dopo)
- 23 marzo 2002: 287 chilometri dopo
- 2. Il tradimento: Sappada 1987
- 3. Il ciclismo, che sacrificio…
- 4. La scoperta: quel giorno a Barcellona
- 5. Il giorno del dolore
- Armstrong a Limoges: una luce nel buio
- 6. La leggenda del “Diablo”
- 7. Dietro il sipario: la “doppia volata”
- 8. Lance Armstrong, l’uomo che visse tre volte
- 1993: l’anno d’oro
- Una mattina, al Tour de France
- Il ritorno
- La nemesi
- Il sospetto
- 9. L’incompiuta: la beffa del “Ballero”
- 10. Il cuore in gabbia
- 11. Pedala, figlio mio. E crescerai…
- 12. «Sei forte papà!» I trucchi del mestiere…
- 13. Cipollini “fu ferito”…
- 14. Io e Marco
- Il giorno dopo: 5 giugno 1994
- Il “mio” Marco
- Giro d’Italia 1995
- Milano-Torino 1995
- La promessa
- 15. In fila per tre: col resto (e la rabbia) di uno…
- 16. In… bianco: la nevicata del Gavia
- Finale. Una gioia “Mondiale”
- Ringraziamenti
- Copyright