Io so chi sei
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Io so chi sei

  1. 516 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Io so chi sei

Informazioni su questo libro

Paola Barbato, autrice di Non ti faccio niente, si conferma la regina italiana del thriller

Sono passati solo due anni, e di tutto ciò che è stata non è rimasto nulla.
Lena era brillante, determinata, brava a detta di tutti, curata, buona. Poi nella sua vita era entrato Saverio, e tutto era stato stravolto. Quel ragazzo più giovane, che viveva per essere contro qualsiasi regola, pregiudizio, conformità, l'aveva trasformata. E non erano solo i vestiti, i capelli, le parole. Era lei, le sue sicurezze, il suo amor proprio. Tutto calpestato in nome di un amore che agli occhi di tutti gli altri era solo nella sua testa. Il giorno in cui lui era finito in Arno, dato per disperso prima e per morto poi, qualcosa in Lena si era spento definitivamente.
Sono passati due anni, e di Saverio le resta il cane Argo, che ancora la vive come un'usurpatrice, e un senso di vuoto dolente e indistruttibile. La sera in cui trova nella cassetta della posta un cellulare, Lena pensa che si tratti di uno scherzo, oppure di uno sbaglio. Ma bastano pochi minuti per rendersi conto che quell'oggetto può cambiare la sua vita. Perché i messaggi che arrivano, e a cui lei non può rispondere, parlano di cose che solo Saverio può sapere. E quindi è vivo. È tornato. Così, senza che Lena se ne accorga, quell'oggetto diventa l'unica linfa vitale a cui abbeverarsi, e non importa che i messaggi siano sempre più impositivi e le ordinino di commettere atti di cui mai si sarebbe pensata capace. Perché se lei farà la brava, lui rientrerà nella sua vita. O questo è ciò che pensa. Almeno fino a quando le persone che le stanno intorno cominciano a morire. E il gioco si fa sempre più crudele. E la prossima vittima prescelta potrebbe essere lei.
Paola Barbato, in una corsa contro il tempo, ci porta nell'abisso della mente umana, dove paure, passioni e ossessioni si legano inestricabilmente e, a volte, ci stritolano.

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Informazioni

Print ISBN
9788856664966
eBook ISBN
9788858519868

1

Aperta la cassetta delle lettere il cellulare era lì.
Non sembrava nemmeno ce l’avessero fatto cadere, come se fosse stato appoggiato sul fondo e allineato contro la parete. Lena sfilò la bolletta della luce e allungò la mano per prenderlo. Lo scherzo di qualche ragazzino scemo, di sicuro, lo freghi a un amico e lo butti in una cassetta delle lettere, oh che spasso. O magari il proprietario andava di fretta, il telefono si era scaricato, non aveva voluto rientrare in casa e l’aveva buttato lì, sbagliando cassetta. Lesse i cognomi delle due ai lati della sua: TASSELLI e VARANO. I Varano avevano duemila anni a testa, escludeva che possedessero cellulari. La Tasselli sì, invece, era una signora simpatica e piena di vita, sempre in giro per mostre e incontri letterari. Non era da lei, però, non si sarebbe liberata così di uno smartphone solo per non tenerselo nella borsa. Era anche senza protezione, niente gomma sui bordi, cadendo poteva essersi danneggiato. Lo soppesò avvertendo un blando senso di familiarità. Era un vecchio modello, un Samsung argentato e pieno di segni. Il rumore alla sua destra la distrasse. Zampa dietro la porta, snasata a terra: Argo aveva sentito che stava per rientrare. Infilò la mano libera nella borsa per cercare le chiavi e con l’altra provò a sbloccare il telefono, certa di trovare la richiesta del PIN che avrebbe concluso la sua indagine. Invece lo schermo si accese subito, nessun codice. Sfondo standard e pochissime icone, telefono, rubrica, posta, messaggistica, immagini, impostazioni. Infilò la chiave nella toppa e per un istante fu nel dubbio: se lo portava in casa era come rubarlo? Il telefono non era suo. In hotel se una delle cameriere trovava un cellulare in camera nemmeno lo toccava, per paura di essere accusata di furto, e al desk avevano un protocollo strettissimo per gli oggetti abbandonati, c’erano state grane in passato e il proprietario, Castellacci, era diventato paranoico.
Cerco di capire di chi è e se non ci riesco lo porto alla polizia.
Significava buttare metà pomeriggio. Sospirò e spinse la porta, spostando insieme quaranta chili di cane. Argo gliela faceva pagare ogni volta che lo lasciava da solo a casa. Pipì negli angoli, coriandoli di riviste, una volta aveva perfino scavato un buco nel divano. Lena non gli diceva niente, raccattava le macerie con mani pesanti e poi gli preparava la pappa. Argo era vecchio, quattordici anni diceva il libretto, cieco da un occhio ed enorme. Quando poteva lo lasciava da amici, Astrid, Sergio, Alex le volte che la trovava a casa, ma non sempre glielo tenevano. Era capitato che chiamasse qualche dog-sitter, ma ad Argo non andavano a genio gli estranei. Cinque giorni prima, poi, lo avevano operato, levandogli un’unghia della zampa posteriore che gli aveva fatto infezione, e camminava ancora male.
«Ciao, delinquente. Vediamo che disastri hai fatto oggi» disse con finta allegria alla massa scura che si ostinava a darle le spalle, sdraiata contro la porta. La fasciatura sulla zampa era ancora al suo posto, già questo aveva del miracoloso. Mentre perlustrava la casa iniziò a controllare il telefono.
Registro chiamate: niente.
Rubrica: niente.
Posta: niente.
È rubato. Lo hanno resettato e poi se ne sono disfatti, magari stavano per beccarli.
Era quasi un sollievo, se non era di nessuno non sarebbe stato necessario spiegare niente, non le sarebbe toccato parlare con estranei, forse si poteva risparmiare pure il giro alla polizia.
Ma non era vero, sapeva che ci sarebbe andata.
Gli alberi troppo dritti finiscono dentro alle aiuole.
Il ricordo le provocò una piccola fitta, non ripensava a quel dialogo da tanto tempo. Scosse appena la testa e tornò a concentrarsi sul cellulare. Controllò anche le immagini, per sicurezza. C’era un filmato, incomprensibile, due secondi di movimento, schermo scuro, rumore di fondo. Girato per errore, era evidente. Niente altro. La porta del bagno era aperta, Argo era riuscito ad arrivare alla tazza e c’era acqua ovunque. Poteva andare peggio. Lasciò il telefono sul mobile dell’anticamera e andò a prendere il mocio nel ripostiglio, che teneva chiuso a chiave per paura che il cane arrivasse ai detersivi. Forse sarebbe stato più prudente portarlo fuori, prima, teneva la pipì già da sette ore, ma le sarebbe piaciuto farsi un bagno e...
Il suono la interruppe.
Acuto, intermittente, estraneo.
Veniva dal Samsung nell’ingresso.
Lena appoggiò il secchio. Forse era il segnale che la batteria si stava scaricando. Sullo schermo era comparso un bollino rosso accanto all’icona dei messaggi.
Sarà il gestore del traffico telefonico.
Di nuovo un senso di familiarità, stavolta accompagnato da una vaga inquietudine. Allungò la mano.
Non è mio, se apro il messaggio commetto una violazione della privacy.
Che stronzata, il telefono era finito nella sua cassetta delle lettere, quale ne fosse la ragione, lo aveva già scandagliato da cima a fondo, che importava se quel messaggio fosse nuovo o vecchio? Lei voleva solo restituirlo al proprietario, era per questo che...
Secondo trillo, secondo messaggio.
Un movimento poco lontano, il cane si era messo seduto, le orecchie dritte.
«Cosa c’è, Argo?»
Qualcosa non andava. Prese il telefono.
Non dovrei farlo.
Toccò l’icona, aprì i messaggi.
Non erano del gestore telefonico, venivano da un numero privato che il Samsung registrava come utente sconosciuto.
SAI CHI SONO?
e poi
IO SO CHI SEI.
«Bacarelli in Bartolomei.»
Lo compitava sottovoce, compiacendosi di tutte le cacofonie.
Non era mai stata femminista, ma neppure tradizionalista, a dirla tutta, e lo aveva dimostrato. Però sì, l’idea del matrimonio, del festone, dell’abito da principessa e della chiesa addobbata l’aveva sempre ammaliata. Aveva in mente di sposarsi tre volte, una in comune, una in chiesa e una, prima delle altre due, nella cappella di santa Chiara, la Porziuncola, a Santa Maria degli Angeli, Assisi. Loro due sarebbero entrati al sorgere del sole e si sarebbero guardati negli occhi per un’ora, sbrigandosela privatamente con Dio. Quando ne fossero usciti sarebbero stati sposati, prescindendo dai preti e dalle carte. Quello lì, quello sarebbe stato il suo vero matrimonio. Si era costruita questa cattedrale di sogno nei minimi dettagli, solo girasoli come fiori, dato che il matrimonio sarebbe stato a giugno, rinfresco organizzato da una società equa e solidale, nessuna acconciatura sofisticata ma solo i capelli lavati di fresco e asciugati al sole. Allora, prima che la cattedrale venisse demolita dalle fondamenta, non aveva ancora i dreadlock. Se avesse dovuto spiegare oggi come fosse farsi la messa in piega non avrebbe più saputo dirlo, era una percezione persa, rimossa. I dread glieli aveva fatti una tizia mai vista prima (e nemmeno dopo) nel retro del negozio di souvenir etnici, un pomeriggio di agosto, usando un grosso uncinetto. Lena non era stata convinta fino all’ultimo, pensava a tutti i guai che le sarebbero piovuti addosso per quella faccenda, a casa e sul lavoro. I suoi non avrebbero capito. Non si aspettava che la contestassero, non era quello, ma all’ennesima stranezza, all’ennesimo cambiamento della loro unica figlia, si sarebbero allarmati. Sua madre lo era già, il babbo molto meno, lui risolveva metà dei problemi dell’umanità con una scrollata di spalle. Avevano finto di non notare l’abbigliamento diverso quando era passata dai completini con il tacco dieci a maglie informi e pantaloni alla turca. Quando aveva comunicato che sarebbe uscita di casa, e a ventotto anni era anche tempo, già da parecchio era autonoma e con un’intensa vita sociale, suo padre l’aveva preso un po’ come un affronto, però non si era opposto. Poi era diventata vegetariana, e quella era stata quanto meno una sorpresa. Poi c’era stata la deriva buddhista. Poi l’attivismo animalista. La vedevano sempre meno, notavano il dimagrimento, il viso tirato, ma al lavoro andava tutto bene, i guadagni erano costanti e sua madre lo sapeva, perché aveva la firma sul conto e in banca non le facevano mai storie quando chiedeva di dare un’occhiata. Quindi si erano ripromessi di non mettere bocca. Ma i capelli no, i capelli non se li sarebbero fatti andare bene, perché dei suoi capelli castano ramati Marilena Bacarelli era sempre stata orgogliosa al limite del maniacale. Una volta alla settimana dalla parrucchiera, l’armadietto del bagno stipato di maschere, balsami e oli essenziali, unico elemento bio presente nella sua vita di prima, quando tutto doveva ancora cominciare. Rovinarsi i capelli così non era da lei. Ingarbugliarli per sempre in una maniera risolvibile solo con le forbici era una cosa che non solo non le assomigliava ma andava contro la sua natura. Era un male, era un danno. E quel danno aveva un nome.
«Saverio Bartolomei.»
sospirava Lena seduta sul divano mentre aspettava che il telefono squillasse, che arrivasse il segnale di un messaggio, di una risposta su Facebook, qualcosa. Mentre aspettava che Saverio si degnasse di accorgersi che esisteva. Quando si erano conosciuti lei si era laureata già da tre anni, lavorava alla reception dell’hotel Grand’Arno e aveva preso una supplenza alle scuole medie. Era una giovane donna in carriera, single a tratti, elegante, sicura. Saverio invece era fresco di niente, a ventitré anni aveva evitato la galera due volte per possesso di droga, aiutava un amico a gestire un negozio dalle oscure finalità, forse souvenir, forse abbigliamento etnico, forse articoli da regalo, nel cui retro si era stabilito con il suo cane. A Saverio sarebbe piaciuto farsi i dreadlock, ma aveva i capelli sottili e già radi, la barba che cresceva a chiazze, poteva farsi le treccine incatramate, se voleva, ma niente più. Era stato un bel ragazzo, molti anni prima, poi si era devastato di alcol e canne, con puntatine di coca ed eroina, fino a farsi sbattere fuori casa dai suoi e da allora aveva vissuto ospite dove capitava. Per il lavoro in negozio il suo amico Mattia, rampollo della Firenze bene, non lo pagava, ma lo lasciava vivere lì, nel magazzino inutilizzato, insieme ad Argo, un molosso cieco da un occhio riscattato dopo un combattimento. Saverio collaborava con diversi gruppi animalisti e più di tutto gli piaceva partecipare ai raid notturni in cui venivano liberati centinaia di visoni o bestie destinate alla vivisezione. Qualche volta gli animali liberati, dopo essere stati reintrodotti in natura, morivano male, ma la cosa non lo toccava, a lui fregava solo del principio. Era colto, leggeva molto e la sua tessera della biblioteca, la stessa che aveva sin da bambino, era logora. Aveva scelto di non proseguire con gli studi ma ne sarebbe stato perfettamente in grado. Si era rovinato per la stessa ragione che lo spingeva ad aprire le gabbie ai roditori, voleva essere libero di una libertà assoluta, corrosiva e nichilista. Lui e Lena si erano incontrati sul Ponte Santa Trinita con un gruppo di amici comuni, Saverio fumava seduto sul parapetto e lei si compiaceva di avere messo lo smalto dello stesso colore del vestito. Quella sera l’aveva derisa, benevolmente ma in maniera netta
«Allora ti chiami Maria?»
«No, Marilena.»
«Invece hai proprio la faccia da Maria. Hai un sacco di cose da Maria, ma non quella che piace a me, l’altra».
E lei si era sentita infastidita, però in maniera strana, quasi che le prese in giro di quel ragazzo più giovane solleticassero qualcosa di cui non era consapevole. Lo aveva cercato alcuni giorni dopo, con la scusa di vedere il negozio, ma lui non se l’era bevuta e nemmeno mezz’ora dopo l’aveva portata sul retro senza prendersi neppure il fastidio di chiudere la porta. Di nuovo si era divertito a sfotterla, parlava di “giretto nei bassifondi”, se n’era uscito con un
«Il prossimo sarà negro?»
ma si sbagliava, Lena non era così. Non aveva bisogno di cercare brividi proibiti, conosceva se stessa e la sua vita le piaceva quanto bastava da non volerla cambiare. Però aveva sempre ammesso la possibilità di farlo, se ne valeva la pena. Non avrebbe saputo dire cosa avesse visto in Saverio, ma qualcosa c’era, e per quel qualcosa ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IO SO CHI SEI
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. Ringraziamenti
  35. Copyright