La persona più pericolosa in questa stanza è lei, la segretaria. La prima volta che lessi quella frase non riuscii a fare a meno di sorridere. Era in un vecchio romanzo poliziesco: un giallo come tanti, con cadaveri ovunque. Mi ero raggomitolata tra le sue pagine, soffermandomi sui dettagli di quei destini violenti senza provare il minimo turbamento, nell’assoluta certezza che alla fine tutto sarebbe andato per il verso giusto, che ogni tessera del puzzle avrebbe trovato il suo posto e che i colpevoli sarebbero stati consegnati alle autorità. Un bell’applauso all’astuto detective! Ma la vita reale non funziona così. Per quanto ci si impegni a tenere tutto sotto controllo, ci sono sempre cose fuori posto, orli sfilacciati e sdruciti. E la giustizia? Nella giustizia ho smesso di credere da tempo. Ormai ho riletto quel giallo un’infinità di volte. Si intitola Una donna inquieta. È uno dei pochi libri che ho portato con me qui a The Laurels e, nelle notti in cui non riesco a dormire, è il romanzo a cui mi aggrappo, nel quale trovo conforto.
Mi divertiva ogni volta immaginare le espressioni sconcertate delle eleganti signore e dei gentiluomini riuniti in quel salotto mentre l’investigatore smascherava il cattivo. La segretaria, dice il detective voltandosi a indicare la zitella inacidita, senz’altro appollaiata sulla sedia più scomoda della stanza. È stata lì per tutto il tempo, immobile, muta come un pesce, al centro degli eventi. Una testimone solitaria, occhi vigili e orecchie all’erta, in attesa del momento giusto per colpire. Uno dopo l’altro, ha eliminato chiunque le abbia messo i bastoni fra le ruote o si sia servito di lei, o che abbia osato sottovalutarla. Povero sciocco.
Sono stata una segretaria per quasi vent’anni, quindi non è sorprendente che mi abbia divertita scoprire che il colpevole in Una donna inquieta fosse una collega. Riuscivo a immedesimarmi in lei, a immaginare lo sguardo di sfida con cui aveva risposto al suo accusatore, a sentire – come doveva averlo sentito lei – il suono del tappo rimosso da un decanter di cristallo mentre la portavano via, e persino a figurarmi i suoi superiori che brindavano alla giustizia nel momento stesso in cui la porta le si chiudeva alle spalle. Quel tintinnio di cristalli è un suono che mi è familiare, un gradito bicchiere alla fine di una lunga giornata di lavoro. Christine, vuoi unirti a me? Lo facevo sempre. Non dicevo mai di no.
Una donna inquieta è stato pubblicato cinquant’anni fa, eppure a quanto pare all’epoca il mio lavoro non era poi così diverso da oggi. Sta tutto nella capacità di rendersi invisibili. È quasi incredibile quante conversazioni vengano portate avanti in nostra presenza, come se non esistessimo. Quello del testimone silenzioso è un ruolo a cui sono abituata. Osservi, ascolti – muta come un pesce, al centro degli eventi – e la tua lealtà e discrezione non sono mai messe in dubbio. Ma sono qualità per cui ho pagato un caro prezzo e che mi hanno fatto vivere la più plateale delle umiliazioni.
Non oso pensare a cosa ne sarebbe stato di me se non fosse stato per The Laurels. Qui ho trovato il mio santuario. Nessuno mi ha costretta a venirci: è stata una mia scelta, sebbene le circostanze non siano dipese da me. Nonostante tutto, però, non posso comunque definirmi una vittima. Diciamo che mi sto soltanto prendendo del tempo per pianificare i prossimi passi della mia vita. Quarantatré anni sono troppo pochi per andare in pensione.
Cerco di non venire meno alla mia etica professionale neppure qui a The Laurels, e mi sono posta l’obiettivo di mettere ordine nel passato. Sono arrivata carica di borse strapiene di tutti gli articoli ritagliati dai giornali che avevano invaso i pavimenti di casa mia. Li ho raccolti per portarli con me e ora li ho sistemati, lisciandone le pieghe e mettendoli in ordine cronologico per incollarli su un album. È un bel volume rilegato in pelle, uno di quelli dove si ripongono le foto di un matrimonio. Immagino che questa per me sia una sorta di “terapia occupazionale”. Ogni pagina che completo manda indietro le lancette dell’orologio riportandomi nel passato.
Chi l’avrebbe mai detto che il nome di Christine Butcher sarebbe finito sui giornali? O che qualcuno sarebbe mai stato interessato a farmi una fotografia? E invece eccomi qui. L’anno scorso, il 2012, si è consumato il mio breve momento sotto i riflettori. Probabilmente la maggior parte delle persone, nella fretta di scorrere la pagina per raggiungere il presunto vero fulcro della storia, non si è soffermata sul mio nome. E dubito che qualcuno di loro si ricordi ancora di me. Sono una donna qualunque, e sono finita su quelle pagine solo perché ho fatto delle scelte discutibili. Le stesse scelte che, credo, molti altri avrebbero fatto se si fossero trovati al mio posto.
Mentirei se dicessi di non essere stata entusiasta quando mi dissero che avrei lavorato negli uffici della sede centrale di Appleton’s, l’importante catena di supermercati. In fondo non capita tutti i giorni di riconoscere il nome del proprio capo o di vederne la foto su un giornale, ma Mina Appleton, figlia di Lord Appleton, il presidente della società, era un’abituale frequentatrice di eventi mondani, molto apprezzata dalla stampa. Teneva anche una rubrica su una rivista, che leggevo sempre con interesse, in cui elargiva consigli per cene in famiglia semplici e veloci, arricchendoli qua e là con ricordi di celebrità che erano state sue ospiti.
Non che mi aspettassi di avere contatti diretti con Mina Appleton. Ero stata assunta a tempo determinato per sostituire una segretaria in ferie ed ero decisa a fare del mio meglio in modo che nessuno ne sentisse la mancanza. Mi resi indispensabile, tanto che alla fine non volevano che me ne andassi. Era solo questione di tempo prima che Mina si accorgesse di me.
Ricordo bene la prima volta che mi parlò. Era ora di pranzo e come al solito ero da sola in ufficio, a tenere sotto controllo la situazione mentre le altre segretarie uscivano. Mi portavo tutti i giorni un panino da casa e lo mangiavo seduta alla scrivania, in modo da poter uscire alle cinque in punto. Mia figlia Angelica aveva quattro anni, e io cercavo sempre di tornare a casa in tempo per farle il bagno e metterla a letto.
«È uscito a pranzo?» Mina stava cercando il direttore finanziario, Ronald Beresford.
«Sì» annuii, forse leggermente in soggezione.
Lei andò dritta nell’ufficio del signor Beresford e si chiuse la porta alle spalle, mentre io mi alzavo per togliere le briciole dalla gonna. La vedevo attraverso la finestra. Rovistò nei suoi cassetti finché non trovò quello che cercava. Quando uscì dalla stanza mi ero seduta di nuovo, fingendomi occupata, e penso che si fosse dimenticata della mia presenza.
La sentii borbottare davanti alla fotocopiatrice e quando sollevai lo sguardo la sorpresi a schiacciarne i pulsanti con aria frustrata. Fu solo dopo che ebbi scartato una risma di fogli, riempito il cassetto della carta e sostituito il toner, riportando in vita il macchinario, che si voltò a guardarmi.
«Quante copie desidera?» chiesi.
«Due» rispose, e restò a osservarmi mentre fotocopiavo, ordinavo e spillavo i documenti. L’istinto mi diceva che voleva portarli via in una semplice busta di carta marrone, così ne trovai una, riposi le pagine all’interno e gliela porsi.
«Non ci siamo mai viste prima, vero?»
«Sono solo una sostituta» replicai, anche se non mi vedevo così. Ero la segretaria più affidabile e coscienziosa dell’ufficio. «Vuole che metta io a posto gli originali?» Mi guardò e sorrise. Fu una sensazione straordinaria. Non sono molte le persone che hanno un dono del genere: Mina è indubbiamente tra quelle. Quando concentra tutta la sua attenzione su di te, è come se ti avvolgesse in un caldo raggio di luce. Mi fece sentire non dico speciale, ma importante, in un certo senso. In quel momento per Mina ero importante, lo ero davvero.
«Mina» disse tendendo la mano. «Mina Appleton.»
«Christine Butcher» risposi. Stretta nella mia, la sua mano sembrava minuscola.
«Piacere di conoscerti, Christine.» Sorrise di nuovo. «Non c’è bisogno di informare il signor Beresford che sono stata qui.» Prolungò la stretta ancora un attimo, poi uscì.
Quando se ne fu andata, riportai i documenti che aveva fotocopiato nell’ufficio del direttore finanziario, e, mentre li mettevo in ordine coprendo le tracce di Mina, gli occhi sorridenti del signor Beresford mi fissarono dalla foto sulla scrivania. Non lo avrebbe mai saputo. Lo osservai mentre abbracciava sua moglie, con le due figlie che si tenevano per mano in primo piano. Poi gli sistemai la sedia e tornai al mio panino.
Due settimane dopo ricevetti una telefonata da parte di Jenny Haddow, assistente personale di Lord Appleton.
«Mina sta cercando una nuova segretaria, ed è stato fatto il suo nome» disse. Fu così che andò. La figlia del presidente doveva essersi informata su di me. Probabilmente aveva scoperto che ero puntuale, efficiente, magari anche che ero sposata e che avevo una bambina. Nulla di più. Di certo doveva avere sottomano un gran numero di candidate per quella posizione, ma era proprio me che voleva.
Benvenuti nella mia casa! Entrate liberamente, di vostra spontanea volontà! Ero a Notting Hill Gate da Mina Appleton e non in Transilvania dal conte Dracula, ma se all’epoca avessi saputo quello che so adesso, forse non avrei oltrepassato la soglia così a cuor leggero.
Quando quel sabato pomeriggio d’inverno suonai il campanello, faceva molto freddo, eppure ricordo di essermi sentita accaldata mentre aspettavo che qualcuno venisse ad aprirmi. Ero emozionata all’idea di un futuro imprevisto che forse stava per schiudersi di fronte a me. Una sensazione ben diversa dalle vampate di cui soffro adesso, con il corpo invaso da ormoni che mi fanno sentire come se mi stessero lentamente avvelenando. Menopausa precoce, così mi hanno detto.
Non ero mai stata a Notting Hill, e scoprire tanto verde nel cuore di Londra fu una rivelazione. Mina abitava all’interno di un complesso di edifici color pastello affacciato su un giardino. Un posto esclusivo, accessibile solo a chi era munito di chiave: i padroni di casa e i membri del personale.
Con mio grande stupore, fu lei in persona ad aprirmi la porta. Mi aspettavo come minimo una domestica.
«Vuoi darmi il cappotto?» Glielo porsi e la guardai sollevarsi in punta di piedi per appenderlo nell’ingresso. Non mi ero mai resa conto di quanto fosse piccola di statura. Al lavoro portava sempre i tacchi, lì invece andava in giro scalza. Una volta dentro realizzai che la casa era persino più grande di quanto immaginassi, e mi presi un momento per guardarmi intorno, respirando odori sconosciuti, finché la mia attenzione non fu attirata da uno strano rumore metallico proveniente da uno dei piani superiori.
«È l’ascensore» spiegò Mina. «Un tempo questa casa era un albergo. Ai bambini l’ascensore piaceva, così abbiamo deciso di tenerlo. Li ho appena mandati su. Andiamo?»
Non mi sono mai fidata di quella macchina. Di ottone lucido e con la moquette rossa, sembrava l’ascensore di un piccolo albergo francese. Bello ma imprevedibile. In teoria poteva ospitare fino a cinque persone, ma era già difficile entrarci in due.
«Grazie per essere venuta, Christine. Di sabato, poi.»
La seguii, superando la porta aperta di un salotto, una fugace visione di cuscini di velluto, ampi divani e un fuoco acceso nel caminetto. Scendemmo le scale fino alla cucina nel seminterrato, una stanza che in seguito Mina avrebbe definito il “cuore della casa”. Mi aspettavo di trovare un ambiente buio, ma qualunque cosa avessero fatto con l’illuminazione creava un effetto incantevole. Sembrava quasi un set teatrale, come se il sole in qualche modo riuscisse a filtrare attraverso le pareti. Dal soffitto pendeva sul tavolo una sfera di vetro che mi ricordava una luna piena. L’effetto era ipnotico. Nella nostra cucina di casa avevamo un semplice neon. Non ci sarebbe mai venuto in mente di mettere altro.
Era tipico di Mina organizzare il mio colloquio a casa sua e non nell’atmosfera formale dell’ufficio. È così che le piace occuparsi di affari, smussando gli angoli per far apparire ogni transazione commerciale più confidenziale e intima.
«Accomodati, Christine.» Presi posto su una panca vicino al tavolo e rimasi a guardarla mentre estraeva una teglia dal forno, con le mani avvolte in un canovaccio di lino. Una cascata di biscotti dorati scivolò su un piatto. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di percepirne il profumo. Non mi è difficile ricordare come mi sentii a essere lì per la prima volta. Con Mina che cercava di dimostrarsi amichevole, di mettermi il più possibile a mio agio. E ci riuscì, a farmi sentire a casa, nonostante fossi una giovane di venticinque anni, insicura e timorosa di sbagliare, con un curriculum tutt’altro che straordinario.
«Cosa posso offrirti, Christine? Tè, caffè?» Mi piaceva che continuasse a chiamarmi per nome. Prego, Christine. Grazie, Christine.
«Un caffè, grazie.»
Dalla finestra sul lato opposto della stanza si intravedeva il cortile, dove il sole filtrava attraverso un albero di magnolia talmente grande che i rami proiettavano su quello spazio ristretto un’ombra quasi costante. I suoi fiori profumavano di limone e quando cadevano, se li mettevi in una bacinella d’acqua, l’aroma persisteva un’intera settimana, anche quando i petali erano ormai marroni e avvizziti.
Mina mi raggiunse al tavolo e iniziò il colloquio vero e proprio, anche se ero tentata di credere che la nostra fosse una semplice convers...