Forse avrei dovuto accettarlo, quel suggerimento. Forse davvero quel giornalista barbuto, penna fine, lingua scaltra, forchetta da competizione e fiuto istintivo per il talento ciclistico, aveva colto nel segno. Sarebbe stato meglio rinunciarci, a quel soprannome: “Cobra”. Troppo enfatico, minaccioso, sinistro, infido, acido. Roba da far paura agli avversari, ma quasi anche a me. Devi pedalare ogni giorno per 200 chilometri sotto il sole, dentro la bufera, col vento che ti prende a schiaffi, la neve lungo la strada e il ghiaccio che s’infila sotto i tubolari, in mezzo a migliaia di persone che ti fiatano addosso e che ti si aprono davanti a un millimetro dal manubrio, dalla faccia, neanche fossi Mosè e loro il Mar Rosso, dopo esserti ingozzato fegato e stomaco di 7.000 calorie almeno, per provare almeno a conviverci, con quella fatica.Ecco, se il destino per te ha scritto questa parabola, allora più che a pensare di far paura a qualcuno, faresti bene a cercare qualche alleato, un viso amico, o meglio qualche compagno di sventura in questa odissea umana e sportiva che è una salita di mezz’ora con una pendenza media del 12%. Sarebbe meglio un briciolo in più di consapevolezza, di misura, di equilibrio, piuttosto che la spavalderia. Invece, per esorcizzarla, quella fatica, quella paura, la concretezza fisica dei nostri limiti umani, di muscoli, polmoni, cuore e tendini che urlano mentre le ruote puntano dritte verso il cielo, o ci guidano in picchiata a 90 all’ora verso il fondovalle, noi ciclisti abbiamo scelto la strada opposta. Abbiamo deciso di darle del “tu”, a quella fatica immane, di guardarla negli occhi, che è poi guardare dentro noi stessi, e di gridarle in faccia il nostro rifiuto, che al tempo stesso è remissiva accettazione. Perché questo e ben poco altro sappiamo fare, pedalare, e poi ancora pedalare oltre la soglia del dolore e dello strazio. E, per farci coraggio, ci chiamiamo “El Diablo” o il “Killer” o il “Re Leone” o “Ale Jet”. O il “Cobra”, appunto. Perché così vogliamo, perché così ci vogliono quelli che campeggiano giorni e giorni sulle pendici dello Zoncolan o del Tourmalet o dello Stelvio o dell’Angliru, nascondendo alla nostra vista il cielo coi fumi delle braci e le bandiere e le maglie multicolori. E noi allora ci facciamo forza così, a respirare aria satura dell’odore aspro delle frizioni bruciate, a trascinarci verso l’alto, pedalata dopo pedalata. Un rito sempre uguale a se stesso, e che è la prima droga, anzi forse la più potente e l’unica che davvero potrebbe spingerti fin lassù: tu che sfidi la forza di gravità trascinando verso la cima i sogni, i desideri, le speranze di migliaia di persone, che per te, e per te solo, per vederti da vicino per meno di un minuto, magari sono accampate su quella curva da tre giorni e tre notti.
Sì, davvero, a ripensarci, sarebbe stato meglio, o più opportuno, o più prudente, non sceglierlo quel soprannome, il Cobra. «A me non piace, suona cattivo, acido e freddo» l’aveva bollato Leonardo Piepoli, il mio scudiero, il mio compagno di stanza, l’uomo che mi ha accompagnato a sfiorare la maglia gialla prima, e sul fondo dell’abisso poi, cacciati entrambi come appestati solo perché avevamo – a differenza di tutti gli altri – sbagliato tempi e modi della “cura”. Lui che la paura e la fatica le aveva esorcizzate con l’ironia – di origini pugliesi, si faceva infatti chiamare il “Trullo volante”, vista la sua abilità in salita – avrebbe voluto chiamarmi il “Folletto di Formigine”, la mia cittadina. Un’idea che a quel giornalista, il grande Gianni Mura, non era dispiaciuta, perché davvero da Riccò in corsa «puoi aspettarti di tutto, è uno che non puoi mai capire cosa ha realmente in testa» gli aveva spiegato il Trullo. Anche se poi dalle pagine del suo giornale ne aveva proposto un altro ancora, di nome di battaglia, il “Furetto”, rifiutando decisamente di indicarmi con l’appellativo di Cobra. Agile, scattante, furbo, pelo chiaro e viso affilato, repentino negli scatti, negli spostamenti, rapidi e imprevedibili: davvero la somiglianza col furetto poteva anche starci, non lo nego. Ma io ci tengo troppo a essere il Cobra. Per tanti motivi, a partire da come è nato, quel soprannome. Me lo ha dato Roberto Pregnolato: era stato lui a prendersi cura dei muscoli di Marco Pantani, il campione che mi ha fatto innamorare delle due ruote. Un giorno ero sdraiato sul lettino del suo centro estetico a Modena, e mentre stava lavorando con le sue mani sulle mie gambe, se ne uscì così, a sorpresa: «Ma tu sei un cobra! Un vero cobra!» mi disse. «Perché tu gli avversari prima li fissi, quasi ti ci metti dritto davanti, e poi li colpisci come fa un serpente!»
Aveva colto nel segno, Roberto. Aveva ragione. A me gli avversari, prima di staccarli e colpirli in salita, piaceva guardarli bene negli occhi. Anzi, non solo negli occhi, che pure davvero ti fanno vedere fino all’anima, fin dentro ogni minima cellula nascosta in ogni muscolo. Me li studiavo bene, ma in pochi istanti: li squadravo, per capire come stavano davvero, se c’era magari alla mia destra quello che sbuffava perché non ne aveva più, o se magari alla mia sinistra quello lì stava bluffando, e invece era pronto a scapparmi in contropiede. Sguardi chiari, feroci, cattivi ma veri, i miei, sinceri nella loro crudeltà. E a quello sguardo erano direttamente collegate le gambe: finita la rapida ricognizione, via a mulinare il rapporto giusto sui pedali, e a salutare tutta la compagnia. «O la va o la spacca» mi dicevo, perché a me perdermi in tattiche e in chiacchiere non è mai piaciuto, figurarsi mentre il cuore ti sta scoppiando in petto e ti stai giocando un Giro, o un Tour, o una Milano-Sanremo.
Nella mia carriera, nella mia vita, ho fatto sempre così: senza remore o paure, ho provato a far saltare il banco, ad avere tutto, e quasi tutto ho avuto, e quasi niente ho ora. Che poi dai, mi viene da sorridere a chiamarli oggi avversari, quelli con cui sudavo, mugghiavo e faticavo una pedalata dopo l’altra. Certo, uno vince, tutti gli altri perdono. Ma in fondo siamo tutti uguali, lì dentro. Qualcuno più fortunato, qualcuno meno. Qualcuno più protetto e coperto, qualcun altro meno, più esposto al rischio di rimanere schiacciato da interessi, pressioni, convenienze di quell’immensa zona grigia che sono quelle poche centinaia di uomini al mondo la cui vita dipende da una bici, da una pedalata, da una volata, da uno scatto in salita.
Sì, in fondo io, Riccardo Riccò da Formigine, detto il Cobra, sono soltanto uno del gruppo.
Una gran rottura di balle.
Questo rappresentava per me il ciclismo quando avevo suppergiù 10 anni. Questo fastidio quasi fisico, di certo concreto e solido, questa repulsione profonda per uno sport che non capivo, e che soprattutto non volevo capire, si concretizzava per me in un momento, un’immagine ben precisa.
«Evgenij Berzin è la nuova maglia rosa!» gracchiava così il televisore in salotto, con la voce di Davide De Zan sparata a volume così alto da far rimbombare i muri, scricchiolare i piatti, tremare i bicchieri nella credenza. Davanti a quel mostro ululante, sguardo fisso e bocche aperte, non inebetiti, piuttosto incantati da quel mulinare di gambe, di ruote e raggi, c’erano mio padre e il suo migliore amico. Scena consueta, quella che vi ho appena descritto, ogni anno per una ventina di giorni a maggio, e che poi si ripeteva secondo le stesse modalità per altre tre settimane a luglio. Capirò poi ben da solo a cosa era dovuta quella simmetrica periodicità di incontri pomeridiani… Sì, perché mio papà, Rubino, è stato per più di 30 anni commerciante di mobili antichi: una passione che è pian piano diventata mestiere, da coltivare poco fuori dalle mura di casa, in quel laboratorio praticamente attaccato alla nostra abitazione a Formigine. Nasceva da lì, quel rito che si rinnovava ogni primavera e ogni estate: una piccola pausa per spezzare l’assedio del caldo torrido, il tempo di dare una mandata di chiave al laboratorio, salire su in casa, sedersi giusto su una sedia impagliata o sull’estremo limite della poltrona «perché c’è ancora parecchio da fare e sennò mamma si arrabbia, che abbiamo i vestiti sporchi» una limonata fresca e qualche minuto, diciamo un quarto d’ora per godersi l’arrivo di tappa.
Come funziona strana la memoria, quanto siamo inconsapevoli dei meccanismi che ci fanno fluttuare tra ricordo e dimenticanza, tra oblio, colpa, verità, voci ancestrali. Davvero oggi non so spiegarmi come mai, a distanza di tanti anni, ancora sia così vivido nella mia mente quel 25 maggio 1994, col successo di tappa a Campitello Matese che permise a Berzin di strappare la maglia rosa a Moreno Argentin e di involarsi verso il trionfo in quel Giro d’Italia. Di sicuro, le urla di sorpresa e stupore di mio padre e del suo amico devono aver funzionato come chiodi in una parete, per fissare quel ricordo negli occhi – anzi, devo dire, ancora di più nelle orecchie… – di me bambino di 10 anni, che altro invece non aspettava che il “rompete le righe” da quel rituale ancora incomprensibile, per poter correre in cortile a giocare coi suoi amichetti. Fino ad allora e ancora per un po’, infatti, alla bici avrei preferito altre passioni sportive per sfogare la mia vivacità e il mio spirito già allora inquieto: il calcio non mi entusiasmava – anche perché non ero un granché… –, e più in generale gli sport di squadra non mi trasmettevano la giusta adrenalina, non saziavano il mio desiderio già allora evidente di sfida, duello, agonismo.
Meglio, decisamente meglio andava con il tennis, ma anche con il karate e le arti marziali in generale, anche se la disciplina che mi dava più soddisfazione era il nuoto, che per un paio d’anni ho praticato anche a livello agonistico. A pensarci bene, del resto, il fisico asciutto e leggero di uno scalatore della mia taglia non potrebbe essere performante anche in piscina? Certo sarei più un nuotatore alla Popov, tutto tecnica e galleggiamento, piuttosto che uno di quei colossi che vanno di moda oggi e già andavano parecchio quando io ero nel gruppo (e se tanto mi dà tanto, chissà cosa c’è dietro e dentro a tanti di quei muscoli…). Quello che era quindi per me solo un caos indistinto e multicolore, un’incomprensibile sequela di omini puntiformi che si spolmonavano senza un vero perché arrancando, tornante dopo tornante, per mio padre era, fin dalla sua giovinezza, epica, epopea, avventura, sacrificio, disfatta, sudore e gloria. In una parola, il ciclismo.
Non aveva saputo resistere, infatti, papà, al fascino di quel groviglio luccicante di raggi, telai, freni e tubolari. La bicicletta gli era entrata dentro fin da bambino, e lui non aveva fatto altro che assecondarne il placido ruotare dentro di sé, come se il centro del suo cuore e della sua passione si fosse magicamente coordinato col rapporto più agile, rendendo sicuro e certo il suo pedalare, nella vita e sulla strada. Mosso da questo ritmo stabile ed efficace, papà era riuscito a coniugare il lavoro e l’amore per la bici, fino ad arrivare a essere un discreto dilettante, capace di regalarsi qualche domenica di gloria, insieme a tante altre in cui erano il lambrusco e le tagliatelle il miglior premio dopo la feroce sfida col solito gruppetto di amici altrettanto amanti delle due ruote. Sembrerà strano, a questo punto, però non sarà lui a indicarmi per primo la strada verso la bicicletta.
«Dai, proviamo!»
«Ma è noioso! Tutto il giorno a pedalare…»
«Guarda invece che ci divertiremo un sacco!»
«Non credo proprio! Ne ho viste un po’ di gare in tv con mio padre: due balle senza fine…»
«Ti sbagli, fidati! Oh, non è che hai paura di finirmi dietro eh?»
Deve essere andata suppergiù in questo modo, quel giorno, la chiacchierata tra me e “Ciccio”. Sì, Francesco, il mio miglior amico d’infanzia, da tutti chiamato Ciccio perché la cucina emiliana aveva cominciato a lasciare segni indelebili sul suo girovita fin dalla più tenera età: gnocco fritto, ragù, lasagne, ogni tipo di pasta fatta in casa rappresentavano per Ciccio un polo magnetico dalla forza attraente irresistibile. Da qui la necessità di correre ai ripari, fare un po’ di attività fisica, magari in compagnia di un amico fidato con cui dividere fatica e… ristori. Ciccio quindi scelse prima la bici e poi me come suoi perfetti compagni di avventura. Una risolutezza che mi impediva di dire di no, anche perché Francesco aveva detto quelle paroline che ancora mi risuonavano nelle orecchie: «Oh, non è che hai paura di finirmi dietro eh?». Ecco, forse più che la voglia di stare insieme a Francesco, o il mio desiderio ancora inconsapevole di fare della bici lo strumento attraverso cui avrei provato a disegnare la mia parabola nel mondo, poterono quelle parole, quella frase: «Io, Riccardo Riccò da Formigine, sarei mai potuto rimanere dietro a Ciccio o a qualsivoglia altro in una qualsiasi pedalata o competizione o gara di qualsiasi tipo e fattezza?! Mai!». Il fatto stesso che un mio amico carissimo avesse solo potuto evocare quell’ipotesi aveva funzionato come una scarica elettrica, mi aveva trasmesso una smania, un bruciore, che coincideva con un fastidio quasi fisico nell’immaginarmi neppure ultimo, ma appena solo secondo alle spalle di Ciccio o di chiunque altro! Quelle parole avevano toccato un nervo scoperto, insomma: quello del mio orgoglio, ma anche quello della mia ambizione, del mio desiderio di essere protagonista vincente, il nucleo e il centro del mio mondo. Prima di diventare uno del gruppo, di quello stesso gruppo, Riccardo Riccò da Formigine sarebbe diventato fin da subito il numero uno.
«Riccardo! Riccardo! Svegliati! La colazione è pronta! Dai che sennò fate tardi!»
Dall’oltretomba. O dalla stratosfera. O dagli Urali o dalla Fossa delle Marianne, nomi che distrattamente avevo letto sfogliando di malavoglia il libro di geografia e che avevo implicitamente associato a mete lontanissime e quasi irreali, tanto erano estranee alla mia quotidianità. Oppure da un punto recondito del mio inconscio, tanto profondo da sembrare addirittura altro da me. Da uno di questi punti cardinali doveva essere arrivata la voce di mia madre, quella domenica mattina, una domenica d’inverno in cui il sole gelido faceva una gran fatica a vincere il suo quotidiano duello con la brina notturna. Io m’ero ficcato nell’angolo più profondo e lontano del letto, il piumone a coprirmi fin sopra la testa, a rendere ben evidente che chiunque avesse cercato di tirarmi fuori, avrebbe dovuto lottare duramente, e l’avrebbe comunque pagata cara. A vedermi da fuori, doveva sembrare come se una volpe si fosse infilata sotto le lenzuola, senza alcuna intenzione di uscire da lì!
Non era la prima volta che provavo quella sensazione. Anzi, mi capitava sempre quando il mattino dopo avevo qualcosa di importante da fare, qualcosa cui tenevo particolarmente, o che particolarmente mi preoccupava: l’appuntamento con un’amica che mi piaceva, o magari un compito in classe, anche se con la scuola e i libri non ho mai avuto un grande feeling, diciamo così… Allora capitava che la sera prima sentissi, come si dice le “farfalle nello stomaco”, la tensione prima di un momento cruciale, un’ansia, un’agitazione che davvero mi rendevano quasi impossibile anche la sola idea di dormire. E allora cominciava una lotta senza tregua con cuscino e lenzuola, alla ricerca di un po’ di quiete. Capita così anche la notte prima di una gara importante, e per un corridore professionista è un problema grosso, perché è stato calcolato che l’ansia toglie fino al 25% delle energie psicofisiche, e riposare male ti mette a disagio fin dalle prime ore del mattino, ed è un bel casino se quello stesso giorno devi farti una tappa di 200 chilometri e magari tre montagne, o una Parigi-Roubaix, o una Liegi-Bastogne-Liegi. Poi, allora come oggi, un piccolo grande miracolo, involontario e imprevisto: il sonno arriva, e a quel punto diventa profondissimo, come se la mente e ogni cellula, il corpo intero, volessero allontanare la prova, l’esame, l’appuntamento che ormai però è lì, a meno di una manciata di ore di distanza.
La voce di mia madre mi aveva beccato proprio laggiù, in quello spazio-tempo impastato tra lenzuola e malavoglia. Perché quella mattina, per me, non era una mattina come tutte le altre. In quella gelida mattina d’autunno del 1996, a 13 anni, avrei disputato la prima gara ciclistica. Quella mattina, Riccardo Riccò sarebbe diventato, per la prima volta, “uno del gruppo”. Tutto merito – o colpa: ancora oggi me lo chiedo tutti i giorni, e non so darmi una risposta – di Ciccio: come era stato un suo desiderio a spingerci entrambi in bici, così era stato lui a trascinarmi nella sede dell’Unione Sportiva Formiginese, la società che nella mia cittadina è l’approdo sicuro per gli appassionati ciclisti di tutte le età.
Da lì a ritrovarmi in sella fu un attimo, ma a quel punto entrò in gioco mio papà, Rubino, con tutto il suo entusiasmo e la sua esperienza. Non era certo stato un campione, papà, ma fino ai dilettanti c’era comunque arrivato, pedalata dopo pedalata. E allora avevamo preso l’abitudine di farci delle uscite insieme, lui e io, in bici, a integrare le nozioni che in squadra mi dava un altro “Ciccio” (anche lui rotondetto come il mio amico…), Franchini, che nel seguire noi ragazzi ci metteva il cuore e ci rimetteva pure soldi e salute, ogni domenica a caricare bici e ragazzini in macchina, insieme agli altri genitori, per andare alle gare, e se alla fine riuscivi a rimediare un panino e un bicchiere di Lambrusco come pranzo del giorno di festa non potevi neppure lamentarti!
Pedalando, pedalando, papà mi aveva spiegato le basi del saper correre: lo stare a ruota di un avversario o di un compagno, come sfilarsi dalla testa del gruppo e come ripararsi dal vento, come muoversi per ...