Dall'autrice de LA RAGAZZA NEL PARCO, 200.000 COPIE VENDUTE
L'ultima volta che l'hai vista è stata dieci anni fa. E adesso è tornata.
Metropolitana di New York. Un video sgranato, girato col cellulare da un passante, mostra una donna che salva un ragazzo da una caduta fatale sui binari. Una notizia che fa gola ai giornali locali, perché la donna, subito dopo, scompare senza lasciare traccia.
Come i suoi colleghi, anche la giornalista McKenna Jordan è a caccia di storie. D'altra parte, dopo un passato da assistente procuratore distrettuale che non ama ricordare, questa è la sua vita adesso: cercare notizie barcamenandosi tra fonti inaffidabili e scoop passeggeri. Ma quando le capita tra le mani quel video, ciò che vede la lascia senza fiato.
In quella donna ancora senza nome, McKenna riconosce qualcuno. Susan Hauptmann. Un nome che appartiene al passato suo e di suo marito Patrick. Una vecchia amica di cui da dieci anni non si hanno più notizie. Se è lei, e se è ricomparsa, vuol dire che forse vuole essere trovata.
Per McKenna è arrivato il momento di cercarla davvero, come nessuno ha mai fatto, e di rintracciare il detective Scanlin, che all'epoca aveva velocemente archiviato il caso. Ben presto McKenna si accorgerà, però, che ci sono molte cose che non ha mai saputo di Susan. Perché non sempre sappiamo tutto di quelli che amiamo di più... Dall'autrice de La ragazza nel parco, un nuovo thriller psicologico in cui ogni certezza viene smontata, ogni verità capovolta, e ogni paura moltiplicata per mille. Alafair Burke, come ha scritto Michael Connelly, è decisamente «un'autrice che continua a sorprendere.»

- 396 pagine
- Italian
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L'ultima volta che ti ho vista
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9788856664386
PARTE PRIMA
Ho avuto compagni di giochi, ho avuto amici,
nei giorni della mia infanzia, nei miei gioiosi giorni di scuola.
Tutti, tutti sono spariti, i vecchi volti familiari.
CHARLES LAMB
1
Nicky Cervantes sorrise tra sé quando due giovani incravattati di Wall Street lo superarono spintonandolo. Uno di loro commentava con fare entusiasta che il nuovo i-Phone aveva fatto crescere del sei per cento le azioni della Apple. A giudicare dal loro tono, la buona notizia per la borsa significava anche un generoso assegno per entrambi.
Nicky sorrideva perché in quel periodo anche lui era, diciamo così, interessato all’andamento del mercato dei cellulari. E se quei ragazzi in completo elegante gongolavano per un’impennata del sei per cento, negli ultimi giorni il suo, di guadagno, era quasi triplicato proprio grazie a quell’oggetto del desiderio chiamato i-Phone. Quando la domanda era così alta, a nessuno sembrava importare da dove arrivasse: bastava averlo. Zero lavoro extra per lui. E non si sentiva poi troppo in colpa: chiunque fosse tanto stupido da comprarsi quel gingillo il giorno stesso del suo lancio meritava di perderlo. Era così che la vedeva.
A dire il vero, i sensi di colpa non erano mai stati un problema. La prima volta, osservando la vittima prescelta, credeva che si sarebbe sentito uno schifo. Si immaginava già la donna piangere, e il cellulare pieno di foto di bambini... Ma quando finalmente aveva racimolato il coraggio di farlo – bastava strapparle il giocattolo di mano mentre era impegnata a digitare un messaggio da inviare a chissà chi – gli era sembrato che non le importasse granché. Ricordava ancora la reazione della donna: una mano a proteggere la borsa da migliaia di dollari, l’altra a coprire la profonda scollatura dell’abito. Per lei Nicky era feccia, e il cellulare un piccolo prezzo da pagare per tenerlo alla larga dalle cose veramente importanti.
Lui non era feccia, ma sapeva anche di non essere un pezzo grosso, come quei due tizi di Wall Street. Non ancora, almeno.
Era solo un ragazzo che doveva portare i soldi a casa, a sua madre, che per sopravvivere contava sui seicento dollari al mese guadagnati da Nicky da quando, un anno prima, aveva iniziato a lavorare nel negozio di vernici del signor Robinson a Flatbush.
Ed era il lanciatore di punta della squadra di baseball della Medgar Evers High School, con una media di punti guadagnati di 0,6, un record di tiro veloce di 88 miglia orarie, e una palla curva e un tiro lento con cui accumulava uno strike dopo l’altro. Aveva stoffa e così, quando il coach lo aveva rimproverato perché non aveva abbastanza tempo da dedicare agli allenamenti, aveva mollato subito il signor Robinson e i suoi nove dollari all’ora. Se tutto andava secondo i piani, Nicky poteva addirittura ambire a giocare in una squadra professionistica già dopo il liceo. E a quel punto, per redimersi, con il primo stipendio avrebbe donato un centinaio di cellulari in beneficenza.
Nicky era già al cinquantesimo scippo, ma era ancora molto cauto, soprattutto se paragonato agli altri tizi che aveva incontrato nel giro. Quella sera stava aspettando la metropolitana a Times Square, intorno alle sei e mezza. I treni erano strapieni. Alto tasso di abitanti di Manhattan, pochi delle periferie. Basse probabilità di resistenza.
Era davvero come rubare le caramelle a un bambino. Solo che al posto delle caramelle c’era un cellulare da cinquecento dollari, e invece del bambino una qualche bambolina sexy con un amante ricco che gliene avrebbe comprato uno nuovo senza battere ciglio. La strategia standard consisteva nell’indugiare sulla banchina ferroviaria facendo finta di aspettare un treno e individuare la vittima – preferibilmente donna, distratta e debole – in piedi accanto alla porta, intenta a giocherellare con il cellulare.
Poi un balzo, la presa e la fuga. Quando la ragazza si accorgeva di non avere più il cellulare, lui era già a metà della rampa di scale. Facile.
Sentì lo sferragliare del treno in arrivo. Vide le luci dei fari avanzare verso di lui e si unì al resto del bestiame umano che si ammassava sul bordo della banchina, impaziente di lanciarsi nella lotta per il biglietto vincente della lotteria dei pendolari newyorkesi: un posto a sedere.
Erano già arrivati e ripartiti sei treni, e di bamboline con la loro caramella neanche l’ombra. Poi, però, mentre il treno si fermava per l’ennesima volta con un sussulto, Nicky vide ciò che stava cercando. La scorse che era ancora dentro il vagone, pronta a scendere. Sguardo basso, cellulare in mano. Capelli rossicci raccolti in una coda di cavallo sulla nuca. Maglioncino bianco a maniche lunghe, zaino portato su entrambe le spalle. Nonostante il dondolio del treno, usava tutte e due le mani per digitare il messaggio e si manteneva in equilibrio contraendo i muscoli.
Forse questo avrebbe dovuto dirgli qualcosa.
Entrò nel vagone, le afferrò il cellulare e poi si girò di scatto per scendere, come aveva già fatto altre cinquanta volte. Si fece strada tra i viaggiatori incazzati che lo avevano seguito dentro, e ora erano davanti a lui, impazienti di accaparrarsi qualche centimetro quadrato sulla carrozza prima che le porte si richiudessero.
Se avesse saputo cosa sarebbe successo dopo, forse Nicky avrebbe corso più veloce per raggiungere le scale.
Non capì di essere nei guai fino a quando non raggiunse il pianerottolo. In un certo senso lo sentì. Non fu il rumore delle scarpe ad avvertirlo, ma le esclamazioni sorprese dei passanti.
«Ehi!»
«Ma cosa...»
«Ha perso la scarpa, signora!»
«Oddio, David! Dobbiamo andarcene da questa città.»
Nicky si lanciò uno sguardo alle spalle, appena in tempo per vedere la donna sfilarsi la seconda ballerina prima di partire all’inseguimento, facendo le scale due alla volta. Guardandola attraverso il finestrino gli era sembrata una tizia di mezza età come tante altre, ma in quel momento il suo viso era contratto in un’espressione di folle determinazione. Per non parlare degli occhi e dell’energia che guizzava sui suoi avambracci mentre correva.
Arrivato in cima, Nicky guardò a sinistra e a destra e poi lungo una rampa che portava al negozio di elettronica sulla banchina delle linee N e R e 1 e 2. Perché alcune linee si chiamavano con le lettere e altre con i numeri? Che strani pensieri gli venivano quando era agitato.
Sentì risuonare una vecchia canzone dei RUN-DMC che suo padre ascoltava sempre quando viveva ancora con loro. La fortuna era dalla sua: i ballerini di breakdance attiravano sempre una folla di spettatori.
Fece un balzo superando un passeggino, scatenando un “ooohhh” degli spettatori, convinti che il suo tentativo di scavalcare quel palcoscenico improvvisato facesse parte dello spettacolo. Ricominciò a correre, con gli occhi fissi sulla rampa di scale che lo avrebbe portato sulla banchina delle linee 1 e 2.
Sentì altre grida alle sue spalle. La folla non aveva fermato la sua inseguitrice. Un bambino cadde a terra e scoppiò a piangere.
Quella tizia faceva sul serio.
Nicky si lanciò di corsa giù per le scale, sperando di sentire il familiare sferragliare del treno in arrivo. Niente.
Pensò di abbandonare il cellulare, ma c’era troppa gente, la donna non se ne sarebbe accorta e il suo bottino sarebbe finito nelle mani di qualcuno più fortunato di lui quel giorno.
Decise di sfruttare la folla a suo vantaggio. Studiò la banchina che si presentava ai suoi occhi come un vero percorso a ostacoli, tracciando tre o quattro linee immaginarie a zig zag per pianificare il tragitto fino all’uscita più vicina.
Arrischiò un altro sguardo all’indietro. La donna aveva guadagnato terreno. Era veloce quanto lui, forse persino di più. Ed era più piccola, più agile. Era riuscita a individuare un percorso più diretto del suo.
Davanti a sé, Nicky intravide un musicista di strada che cantava dietro a un cartello con una scritta che non riusciva a leggere dal punto in cui si trovava. La musica era pessima, ma il messaggio doveva essere geniale dato che una massa di persone si stava accalcando intorno alla custodia aperta della sua chitarra.
La gente era sparpagliata su tutta la banchina. Non vedeva spazio di manovra.
La donna continuava a guadagnare terreno.
Sentì il rumore distante di un treno. Vide le luci arrivare da sinistra. Un espresso, diretto a nord.
Doveva soltanto attraversare la folla e sarebbe andato tutto bene. Avrebbe continuato a correre finché il treno non si fosse fermato, balzando a bordo all’ultimo secondo e salutando quel casino non appena le porte si fossero chiuse alle sue spalle.
Era quasi finita.
Scartò a sinistra, girandosi di fianco per evitare un pilastro.
Vide i lunghi capelli neri di una donna ondeggiare come nella pubblicità di uno shampoo. Qualcosa lo colpì con violenza al fianco destro, e lui chiese automaticamente scusa. Inciampò e, mentre cadeva all’indietro, vide l’oggetto che lo aveva colpito – il borsone rosa acceso della brunetta – e poi il cartello del musicista (capirai, non era che una banalissima battuta sul presidente), seguiti da un mare di visi sconvolti quando il suo corpo atterrò sulle rotaie.
Uno strano pensiero gli attraversò la mente nei pochi secondi che trascorse laggiù. Il suo braccio destro. Avrebbe potuto continuare a giocare? Quando il clangore del treno in arrivo si fece assordante, Nicky si chiese se sua madre avrebbe scoperto perché dopo la scuola si trovava nella stazione della metropolitana di Times Square e non alla cassa del negozio di vernici del signor Robinson.
Ma poi i suoi riflessi si attivarono. O forse era qualcosa di più di un semplice riflesso: l’istinto di sopravvivenza. Quasi senza pensarci, si rannicchiò nello spazio fra i due binari, cercando di appiattirsi. Altre grida.
Chiuse gli occhi, pregando di non sentire l’urto.
Poi avvertì qualcosa che non aveva previsto: il suo corpo che veniva sollevato da terra. Aprì gli occhi, ma vide soltanto bianco. Era in paradiso?
Infine la macchia bianca si spostò, permettendogli di tornare a vedere quello che succedeva sulla banchina. Una marea di persone che lo fissava. Gridava. Gli chiedeva se stesse bene.
Guardò di nuovo la macchia bianca. Era il maglioncino della donna, sormontato dalla coda di cavallo biondo-rossiccia, ancora in ordine, senza un capello fuori posto. I muscoli dei suoi avambracci continuavano a guizzare mentre saliva le scale due gradini alla volta, senza fermarsi.
Stringeva in mano il suo iPhone.
E Nicky?
Nicky se la sarebbe cavata.
2
Seduta in una Chevrolet Malibu presa in prestito fuori dalla Medgar Evers High School, McKenna Jordan stava pensando che gli adolescenti erano cambiati tantissimo negli ultimi vent’anni.
Venticinque, a dire il vero, ne erano passati venticinque da quando aveva la loro età. Com’era possibile?
L’ultima campanella era suonata appena tre minuti prima, e la strada di fronte all’edificio in mattoni pullulava di ragazzi con pantaloni a vita bassa e ragazze in maglietta e jeans aderenti. Alcuni si accendevano una sigaretta prima ancora di raggiungere l’ultimo gradino della scalinata all’ingresso della scuola. Le pubbliche dimostrazioni di affetto dilagavano incontrollate: pomiciate a tutto spiano con tanto di palpeggiamenti. Anche con i finestrini della macchina chiusi, McKenna aveva colto di sfuggita alcune oscenità che le erano familiari, più un paio che non aveva mai sentito prima. Per dire, una ragazza aveva chiamato una sua compagna “trappola per cazzi”, di certo non poteva essere un complimento.
Non che ai loro tempi lei e le sue amiche fossero degli angioletti. Sigarette, alcol, parolacce e, se non ricordava male, persino un paio di gravidanze tra le compagne di scuola. Ma non si sarebbero mai azzardate a fare certe cose alle tre del pomeriggio, appena fuori dalla scuola, con il rischio di essere viste da genitori, insegnanti e segretari. Proprio no. Avrebbero avuto troppa paura delle conseguenze.
O forse, si disse, non erano i ragazzi a essere cambiati, ma gli adulti a essere diversi da quelli dei suoi tempi.
Controllò di nuovo il cellulare. Nessun messaggio. McKenna detestava dover dipendere da fonti volubili che ci mettevano un secolo a decidere di collaborare. Aveva promesso un pezzo per il prossimo numero del giornale e aveva due possibili storie in mente: la prima era incentrata su un ragazzino del liceo, era lì proprio per incontrarlo, la seconda su Frederick Knight, un giudice notoriamente parziale e incompetente che avrebbe meritato di essere sollevato dall’incarico già da anni. Entrambi gli articoli richiedevano un notevole lavoro di ricerca, che si basava anche su informazioni da parte di persone spesso inaffidabili sulle quali McKenna non aveva alcun controllo. Lasciar perdere quella gente le avrebbe fatto guadagnare parecchie o...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’ULTIMA VOLTA CHE TI HO VISTA
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- PARTE QUARTA
- PARTE QUINTA
- Ringraziamenti
- Copyright