La casa senza finestre
eBook - ePub

La casa senza finestre

  1. 480 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

La casa senza finestre

Informazioni su questo libro

«Uno specchio della bellezza gloriosa ed enigmatica dell'Afghanistan di oggi e delle sue battaglie.» KHALED HOSSEINI autore de IL CACCIATORE DI AQUILONI

A volte due donne, insieme, possono più di un intero mondo di uomini.

È un giardino piccolo, quello di Zeba, con un cespuglio di rose in un angolo, ma è il suo giardino. E mai avrebbe immaginato di trovarvi, in un mattino di sole, il corpo senza vita di suo marito. E così proprio lei, moglie innamorata e madre generosa, si ritrova accusata di aver compiuto il crimine che rovinerà per sempre la sua famiglia. È così che funziona, in Afghanistan. Zeba, per lo shock, non è in grado di spiegare dove fosse quando l'omicidio è stato compiuto: e, in un attimo, diventa lei l'unica colpevole possibile. Colpevole di avere, forse, ucciso suo marito, ma soprattutto di non aver saputo badare a lui, come se aver perso per sempre l'uomo che amava fosse una sua colpa. Arrestata e imprigionata, Zeba finisce così nella "casa senza finestre", una sorta di prigione per sole donne, chiamata Chil Mahtab, quaranta lune, il tempo minimo che una donna condannata deve passarci. Un posto dove finiscono le donne come Zeba, dietro le quali gli uomini nascondono la propria debolezza; o quelle troppo pericolose, che non stanno zitte; o, ancora, quelle la cui vita è stata rovinata in nome di un onore che non appartiene a nessuno, di sicuro non agli uomini. Con loro, Zeba stringerà amicizie e legami: perché c'è più aria nella casa senza finestre che nel mondo là fuori.

Dopo Due splendidi destini, torna Nadia Hashimi, scrittrice amata da Khaled Hosseini, con una vivida, indimenticabile storia di amicizia femminile e sorellanza, che illumina le esistenze delle donne nascoste dell'Afghanistan.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2018
eBook ISBN
9788858520253
Print ISBN
9788856665437

1

Se Zeba fosse stata una donna meno normale, Kamal avrebbe potuto accorgersi di cosa stava per accadere. Forse il suo corpo avrebbe percepito almeno del disagio, un brivido sulla pelle, un nodo allo stomaco. Ma Zeba non gli aveva dato nessun avvertimento, nessuna ragione per credere che lei fosse qualcosa di diverso da ciò che era stata per vent’anni. Una moglie amorevole, una madre paziente, un pacifico membro di un villaggio come tanti. Non faceva niente per attirare l’attenzione su di sé.
Quel giorno, il giorno che avrebbe cambiato per sempre un villaggio immutabile, il pomeriggio di Zeba era stato la copia sbiadita di quasi tutti i pomeriggi precedenti. I vestiti erano stesi ad asciugare in giardino. L’okra stufata cuoceva a fuoco lento in una casseruola di alluminio. Rima, con il dorso dei piedini cicciottelli anneriti per aver gattonato qua e là per casa, dormiva a pochi metri di distanza, le sue labbra appiccicate al bordo del lenzuolo, a formare un cerchio umido e scuro. Zeba guardava la schiena di sua figlia che si alzava e si abbassava e sorrise alla vista della sua bocca morbida e imbronciata. Passò il dito sul cardamomo appena trita to. L’aroma impregnò il suo polpastrello, dolce e delicato.
Zeba sospirò e si buttò sulla spalla l’estremità del suo foulard bianco. Cercò di non chiedersi dove fosse Kamal, perché a quel punto si sarebbe chiesta anche cosa stesse facendo e non era dell’umore giusto per soffermarsi su pensieri del genere: quel giorno non voleva sorprese.
Basir e le bambine stavano tornando da scuola. Era il più grande dei suoi figli, e nonostante avesse solo sedici anni, era già stato indurito dalla vita, più della maggior parte dei suoi coetanei. L’adolescenza gli aveva malauguratamente donato la capacità di vedere i suoi genitori per quello che erano. Casa sua non era mai stata un rifugio. Casa sua, per quello che Basir poteva ricordare, era uno spazio in frantumi. Piatti in frantumi, costole in frantumi, anime in frantumi.
Al centro del problema c’era Kamal, il marito di Zeba, che negli anni si era disintegrato. Sopravviveva solo grazie alla convinzione che l’uomo che era stato una volta per pochi minuti, potesse compensare ciò che era diventato per il resto del tempo.
Zeba guardò le braci tremolanti sotto il tegame. Forse Kamal, quel giorno, avrebbe portato a casa un pezzo di carne. Non ne mangiavano da quindici giorni. La settimana prima era tornato con un sacchetto di cipolle, così fresche e dolci che a Zeba erano lacrimati gli occhi solo a guardarle. Per giorni, aveva pianto di gratitudine ogni volta che cucinava.
Rima si girò languida nel sonno, la sua gamba pallida ruotò sotto la coperta di maglia e il braccio si avvicinò al corpo. Presto si sarebbe svegliata. Zeba versò il cardamomo in polvere in un vasetto. Inspirò a fondo prima di chiudere il coperchio, per permettere al profumo di solleticarle i polmoni.
Certi giorni erano più duri di altri. Il cibo spesso scarseggiava e i bambini a volte si ammalavano. Zeba ne aveva già persi due, piccoli, e sapeva che Dio non si faceva problemi a portarli via. Kamal aveva sbalzi d’umore che lei non capiva, ma aveva imparato ad affrontarli, come un pilota esperto che oltrepassa cieli in tempesta. Si anestetizzava con i lavori di casa. Si concentrava sulle cose buone. Le ragazze andavano a scuola. Basir, il suo unico figlio maschio, era brillante e l’aiutava in casa, con grande sollievo della sua schiena. Rima, l’ultima nata, era sopravvissuta a malattie che avevano portato via gli altri due prima di lei e le sue guance rosee la tiravano sempre su di morale.
Rima. Incredibilmente, era stata la più giovane della famiglia a cambiare il corso della storia. La maggior parte dei bambini deve almeno imparare a camminare per riuscire a fare una cosa del genere.
Se Rima non avesse spostato la gamba in quel momento, se il profumo del cardamomo non avesse infuso la vita nei polmoni esausti di Zeba, se ci fosse stato qualcuno lì vicino, per vederla o fermarla, forse la vita che si svolgeva nel loro umile giardino e nella solitudine di quelle mura di fango sarebbe continuata per un altro anno, per altri dieci o per il resto delle loro esistenze. Invece, una lieve brezza entrò dalla finestra aperta e Zeba pensò che fosse il caso di ritirare la biancheria stesa prima che Rima si svegliasse e che Basir e le ragazze tornassero a casa.
Andò in giardino passando per la porta sul retro e rimase ferma alcuni istanti prima di sentire qualcosa che non poteva fingere di non aver sentito.
Un suono che nessuno avrebbe voluto udire. Un suono dal quale le persone preferirebbero allontanarsi in tutta fretta.
Zeba provò una stretta al petto. Il suo viso aveva perso tutto il suo colore, e i denti le battevano, in un giorno che avrebbe dovuto essere meravigliosamente normale. Si chiese per un attimo cosa fare, e poi decise che lei – moglie, donna, madre – doveva andare a vedere.
Basir e le sue sorelle entrarono oltrepassando il cancello che si apriva nel muro di argilla che delimitava il giardino della loro abitazione. A sentire i vagiti di Rima, il lamento di una neonata che chiedeva aiuto, Basir si sentì mancare. Le ragazze corsero in casa. Un attimo dopo Shabnam aveva già preso in braccio Rima e la cullava tenendosela su un fianco. La piccola aveva la faccia tutta congestionata e il naso gocciolante. Karima guardava le sorelle con gli occhi spalancati, mentre l’odore dell’okra bruciata ispessiva l’aria come un cattivo presagio. Non c’erano tracce di Madar-jan. C’era qualcosa che non andava.
Basir non disse nulla alle ragazze. Ispezionò con una rapida occhiata le due camere da letto e la cucina. Quando arrivò alla porta sul retro si accorse che gli tremavano le mani. Pantaloni, foulard e camicie sbattevano sul filo da bucato. Un pianto sommesso spostò l’attenzione di Basir verso l’angolo più lontano del giardino, dove c’era il gabinetto, addossato al muretto che avevano in comune con la casa dei vicini.
Basir fece un altro passo. E un altro ancora. Desiderava tornare a quella mattina, quando tutto era ancora normale, l’inizio di un giorno qualsiasi. Desiderava rientrare in casa e trovare sua madre intenta a saltare fagiolini nella padella di ferro, preoccupata del fatto che i suoi figli non avessero abbastanza da mangiare.
Ma niente, da quel giorno, sarebbe più stato normale. Basir lo seppe nel momento in cui girò l’angolo e la vita così come lui la conosceva si trasformò in un caos violento e intriso di sangue. Zeba, sua madre, alzò il viso e lo guardò. Era seduta con la schiena appoggiata al muro. Le sue mani erano scure, macchiate di sangue, la sua schiena tremava.
«Madar-jan» disse Basir. Una figura accartocciata giaceva a pochi metri dal gabinetto,
«Bachem» farfugliò Zeba. Il suo respiro spezzato accelerò. Mise le mani tra le ginocchia e iniziò a singhiozzare.
«Torna in casa, figlio… Torna in casa… Le tue sorelle, le tue sorelle… Torna in casa…»
Sentì il suo petto chiudersi in una morsa. Proprio come suo padre, Basir non si sarebbe mai aspettato una fine del genere.

2

Da piccolo, Yusuf non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe diventato avvocato, per giunta in America. Era un bambino come tutti gli altri e il futuro non aveva per lui un gran significato.
Ricordava bene i pomeriggi passati a correre intorno ai melograni nel frutteto di suo nonno. I pomi rossi e rotondi pendevano come gioielli da braccia aperte. C’erano tre alberi che davano abbastanza frutti da mantenere le dita dei figli e dei nipoti di Boba-jan macchiate di rosso per tutto l’autunno. Yusuf coglieva la melagrana più tonda e grande che riusciva a raggiungere e ne staccava la buccia fibrosa, con un coltello rubato nella cucina della nonna. Apriva il frutto a metà, attento a non far cadere nessuno dei semi color rubino. Con dita accorte liberava ogni seme dalla membrana bianca. Era un lavoro diligente e scrupoloso. A volte mangiava quelle perle a una a una, gustandone il sapore asprigno sulla lingua. Altre volte, se ne infilava una manciata in bocca e ne spremeva il succo, per poi schiacciare i semi tra i denti.
Yusuf buttava le bucce al di là del muro di fango che separava il giardino del nonno dalla strada, non perché non gli fosse permesso mangiare le melagrane, ma perché non voleva che i suoi fratelli e cugini scoprissero quante ne aveva divorate.
Era il minore di quattro figli e adorava suo fratello maggiore, che aveva sei anni più di lui ed era bello e sicuro di sé. Amava anche le sue due sorelle e si sedeva vicino a loro, davanti a casa, quando sbriciolavano pane raffermo per tirarlo a piccioni e passeri riconoscenti. Yusuf amava le storie, soprattutto quelle di paura o mistero. Di notte, si immaginava come un eroe, a caccia di demoni nella giungla o alla ricerca di un tesoro in fondo a un pozzo. A volte, nei suoi sogni, era così coraggioso da salvare la sua famiglia dalle grinfie di personaggi malvagi. Ma più spesso di quanto volesse ammettere, Yusuf si svegliava con il materasso bagnato dalle proprie paure di bambino.
Aveva undici anni, quando suo padre decise che era arrivato il momento di andarsene dall’Afghanistan. I razzi ormai cadevano sempre più vicini a casa loro, in un villaggio che – nei dieci anni precedenti – era riuscito a cavarsela praticamente indenne. La madre di Yusuf, che aveva lavorato come insegnante per circa un anno prima che le scuole venissero chiuse, era felice di andarsene. Dal villaggio portò con sé poche cose nella sua nuova vita: qualche foto, una maglia fatta ai ferri da sua madre, e un intricato scialle color blu pavone che suo marito le aveva portato in regalo da un viaggio in India, poco dopo che si erano sposati. Le sue pentole di rame, i tappeti intrecciati a mano e il vassoio d’argento ricevuto il giorno del matrimonio dovette lasciarli lì, come la maggior parte dei suoi vestiti. Il padre di Yusuf, un pilota scelto, non lavorava da anni, perché la sua compagnia aerea aveva sospeso temporaneamente tutte le attività di volo. Controllò bene di aver messo in valigia tutti i suoi diplomi e certificati, come pure quelli dei suoi figli. Era un uomo pratico e non si rammaricò più di tanto per non aver potuto prendere nient’altro.
Il viaggio dall’Afghanistan al Pakistan fu pericoloso. La famiglia attraversò montagne, a volte di notte, nell’oscurità totale, e pagò somme di denaro esagerate a uomini dall’aria sospetta per farsi aiutare. I quattro fratelli erano accalcati con i genitori su un camion, di notte, quando dovettero scendere e iniziare ad arrampicarsi tra le rocce. Tremarono sentendo il rumore di spari, nella valle sottostante. La madre di Yusuf, che continuava a inciampare nel burqa, li incitava a camminare in fretta e ripeteva che i colpi di pistola erano troppo lontani per raggiungerli. Yusuf avrebbe anche potuto crederle se la sua voce fosse stata meno incerta.
In Pakistan si trovarono a vivere in un campo profughi. Sebbene in Afghanistan non fossero certo benestanti, al campo dovettero adattarsi a una realtà molto più dura. I poliziotti pakistani urlavano e respingevano qualsiasi richiesta. Dovevano fare la fila per il cibo, per ottenere un alloggio, per i documenti che non arrivavano mai. Vivevano su un terreno esposto alle intemperie, una conca polverosa, piena di tende e stuoie. Dormivano tutti vicini, cercando di dimenticare la puzza di povertà, perdita e sconfitta. «Il diavolo trova lavoro per le mani oziose» li ammoniva la madre. Stavano sempre tra loro e non parlavano con nessuno di argomenti che non fossero l’attesa interminabile e il caldo tremendo. Era una sistemazione temporanea: i genitori di Yusuf avevano promesso che presto avrebbero raggiunto alcuni parenti in America.
Ma le settimane passavano senza novità. Il padre di Yusuf si mise a supplicare la compagnia aerea di trovargli un lavoro, ma quelli quasi gli risero in faccia. Non riusciva a rimediare un impiego neppure come meccanico o aiutante in un’officina. Demoralizzato, con i soldi che stavano per finire, accettò un posto in una fabbrica di mattoni.
«La dignità non sta nel lavoro che fai» diceva alla moglie e ai figli, che non l’avevano mai visto coperto di polvere e fango. «Sta nel modo in cui lo fai.»
Ma anche quando si lavava le mani e si puliva dall’argilla, le sue spalle restavano curve. La madre di Yusuf taceva e gli appoggiava una mano sul braccio, nella fragile intimità della loro tenda. La dignità era materia rara al campo. Si isolavano il più possibile e restavano alla larga da tutto: combattimenti di galli, nubi di oppio, la puzza di persone – molte persone – che non si lavavano e i lamenti funebri per un bambino morto di malattia.
Il fratello maggiore di Yusuf lavorava con il padre. Le due sorelle stavano con la madre e Yusuf fu mandato alla scuola locale, che consisteva in venti ragazzi seduti sotto una specie di tettoia di legno. C’era una lavagna sgangherata e un insegnante che distribuiva piccoli quaderni con fogli così sottili da sembrare traslucidi. I parenti di Yusuf giuravano che stavano facendo tutto il possibile per portarli negli Stati Uniti. Avevano riempito moduli, presentato la documentazione bancaria, persino assoldato avvocati che in teoria non avrebbero potuto nemmeno permettersi. Gli addetti del consolato locale dicevano al padre di Yusuf che la sua domanda doveva ancora essere esaminata.
«Padar-jan, posso mettermi a lavorare con te e Fazil, non sono più un bambino. Posso anch’io guadagnare qualcosa.» Erano seduti nella loro tenda al tramonto, bevendo la minestra troppo acquosa che la madre aveva cotto sul focolare.
Il padre di Yusuf fissava il terreno come se si aspettasse di vederlo crollare sotto i propri piedi.
«Padar?»
«Yusuf-jan» lo interruppe sua madre con dolcezza. «Lascia mangiare in pace tuo padre.»
«Ma Madar-jan, voglio dare una mano. La scuola è superaffollata e i compagni sono…»
«Yusuf.» L’inconfondibile tono della voce della donna gli impose il silenzio. Il padre di Yusuf, quella notte, andò a dormire senza dire una parola.
Le settimane si trasformarono in mesi. Il loro abbattimento peggiorò nel momento in cui il campo iniziò a riempirsi di nuove famiglie. Nel momento in cui finalmente ricevettero una lettera che li informava che avevano ottenuto i visti per andare negli Stati Uniti, la madre di Yusuf affondò il viso nel petto del marito per attutire i singhiozzi. Erano stati tra i pochi fortunati a poter girare i tacchi e andarsene da lì, ma anche molti anni dopo, in America, avrebbero portato addosso il marchio d’infamia di quel tempo vissuto al campo profughi, uno stigma quasi insopportabile soprattutto per il padre di Yusuf che non tornò mai più a camminare a testa alta come quando era un pilota, per quanto disoccupato, al villaggio.
La famiglia andò ad abitare a New York, in una zona del Queens con un’alta densità di immigrati afghani. A Yusuf tutto sembrava meraviglioso: gli ascensori, gli sciami di persone che andavano al lavoro a piedi, l’acqua corrente, i negozi di frutta e verdura ric...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA CASA SENZA FINESTRE
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. 51
  55. 52
  56. 53
  57. 54
  58. Glossario
  59. Ringraziamenti
  60. Copyright