Il sergente Stephanie King rimpiangeva con tutto il cuore di essere stata in servizio proprio quella sera. Aveva capito subito che qualcosa non andava non appena aveva varcato il portone della villa. Ma non si aspettava di trovare una scena tanto raccapricciante.
Ora Jason era andato in cerca del bambino che avevano sentito piangere, lasciandola sola nella stanza insieme a quei due corpi. Non c’erano stati altri segni di vita dopo il lamento fioco di poco prima, e lei cominciava a dubitare di averlo sentito davvero. In ogni caso non aveva scelta: doveva accertarsene. Le lenzuola erano intrise di sangue. Chi sarebbe sopravvissuto a una mattanza simile?
Sapeva che correva il rischio di contaminare la scena, ma Stephanie aveva anche il dovere di soccorrere le vittime, così puntò a terra la torcia, per non calpestare indizi essenziali, e si avvicinò al materasso sul quale erano aggrovigliati i corpi.
Solo uno dei due volti era visibile ed era sicuramente quello di una persona morta. Gli occhi erano sbarrati e spenti e le pupille restarono fisse anche sotto il fascio di luce.
L’altro corpo era completamente nascosto ma, quando il sergente si chinò e tese una mano a sfiorarne la spalla, di colpo si mosse e dal mucchio di lenzuola emerse il busto di una giovane donna. Stephanie arretrò di scatto, sconvolta, mentre quei due occhi, resi folli dalla paura o dall’orrore, la fissavano. Un grido d’angoscia lacerò il silenzio della stanza.
Stephanie stava per chiamare l’ambulanza quando sentì un suono di passi alle sue spalle. «Sergente!» gridò Jason. «Tutto bene?»
Lei si girò verso la porta. «Hai trovato il bambino?»
Lui non rispose. Era impietrito a guardare la figura malamente appoggiata sul letto, nuda e coperta di sangue. Al grido iniziale si erano sostituiti singhiozzi che la scuotevano penosamente.
«Il bambino, Jason» lo riscosse Stephanie.
«È una bambina ed è al sicuro» rispose lui, continuando a fissare la donna. «È troppo piccola per camminare ed è ancora nel lettino.»
«Dobbiamo controllare la casa. Non ho visto segni di effrazione, ma non possiamo esserne certi. Se sei sicuro che la bambina non corra rischi, scendi nel seminterrato. Ci sono una palestra e una piscina.» disse in fretta Stephanie, che intanto si era avvicinata alla donna.
Si chinò su di lei. «Sta bene? È ferita?»
Aveva dei tagli sulle braccia e sul petto, ma troppo superficiali per giustificare tutto quel sangue. Girò il volto bagnato di lacrime per rivolgerle uno sguardo assente. Stephanie le posò la mano sulla spalla. A dispetto della serata tiepida aveva la pelle gelata. Doveva essere sotto shock.
Il sergente tornò a voltarsi verso la porta.
«Cosa ci fai ancora lì impalato, Jason? Scendi nel seminterrato e non entrare più in questa stanza. Già io avrò distrutto chissà quante prove. Bisogna fare il possibile per preservare il resto.»
Afferrò la sua ricetrasmittente e, senza perdere d’occhio la donna nel letto, chiamò il commissariato, chiedendo rinforzi e un’ambulanza. Era un sollievo pensare alla schiera di poliziotti, agenti della Scientifica e paramedici che presto avrebbe riempito la casa. Non vedeva l’ora di cedere a loro la responsabilità del caso.
Guardandosi intorno notò un plaid appoggiato su una poltroncina accanto al letto, lo prese e lo avvolse intorno alle spalle della donna. «Come si sente?» le chiese. «Riesce a spiegarmi cos’è accaduto?»
Lei chinò la testa, scossa da un tremito, ma appena sentì il pianto della bambina si drizzò di colpo e si irrigidì. «Lulu?» disse, guardando per la prima volta Stephanie negli occhi.
«È sua figlia?» domandò lei e la donna rispose con un unico, secco cenno di assenso. «Sta bene» le disse Stephanie. «È ancora nel suo lettino. Ce ne occuperemo appena possibile, ma comunque è al sicuro. C’era qualcun altro in casa? Il mio collega sta controllando le stanze, ma qualsiasi informazione sarebbe di grande aiuto.»
In ogni caso era certa che non avrebbero trovato intrusi nascosti nell’ombra. Anche ammesso che qualcuno si fosse introdotto in casa, a quel punto probabilmente si era già dileguato, portando la sua arma con sé.
Tornò a fissare la prova principale, quella che andava preservata a tutti i costi. Sul cuscino accanto all’uomo sgozzato, la lama insanguinata di un costoso coltello d’acciaio inossidabile brillava alla luce della torcia.
Stephanie non sentì l’arrivo dell’ambulanza. La stanza si trovava sul lato della casa affacciato sul mare e, sebbene lei avesse fatto il possibile per consolarla, la donna nel letto continuava a singhiozzare. Non aveva né confermato né smentito il coinvolgimento di estranei. Anche il pianto della bambina proseguiva, sempre più insistente, e Stephanie provò un profondo sollievo al suono dei passi pesanti che scendevano dal pianterreno.
«Stai bene, Steph?» sussurrò il suo paramedico preferito. Anche lui conosceva già quella casa: era stato tra i primi a vedere il corpo disarticolato in fondo alla scala.
«Io sì, Phil. Questa però è la scena di un delitto, perciò attento a dove metti i piedi.»
«Possiamo accendere la luce?»
«A quanto sembra è saltata, ma non voglio toccare il quadro elettrico prima che arrivi la Scientifica.»
Seguì lo sguardo del paramedico, che si era fermato sul letto.
«L’uomo è morto» gli disse, sottovoce. «E la donna è in stato di shock.»
«Okay, ce ne occupiamo noi.»
Lei chinò la testa. «Cerca di sbrigarti, però. Devo restare con voi per prendere nota di ciò che toccate, ma ho fretta di raggiungere la bambina. Sembra molto agitata e finora non mi sono potuta muovere di qui.»
«Faremo il prima possibile.»
Phil entrò nella camera, lasciando sulla porta la sua collega, una giovane donna che Stephanie non conosceva.
«Resta lì, Lynne,» le disse «in caso ci servisse qualcosa dall’ambulanza. Meglio limitare il numero di persone sulla scena, per non comprometterla troppo.»
Raggiunse il lato opposto del letto e si chinò sull’uomo esanime. Spettava a Phil dichiarare il decesso, ma non lo disse a voce alta: si limitò a confermarlo con un cenno a Stephanie. Poi si sporse verso la donna, che si era rannicchiata dietro il compagno.
«Andrà tutto bene» le sussurrò. «Può dirmi il suo nome? Io mi chiamo Phil e sono un paramedico. Sono qui per aiutarla.»
I singhiozzi si fecero più forti.
Con lo sguardo Phil chiese a Stephanie il permesso di salire sul letto e lei si strinse nelle spalle. Bisognava accertarsi che la donna non avesse riportato lesioni gravi e non c’era altro modo per raggiungerla. Il paramedico le puntò contro la torcia, facendo correre il fascio di luce sulla pelle scoperta, ma la parte inferiore del corpo era ancora nascosta sotto le lenzuola.
«È ferita?» le domandò. Lei restò zitta per un secondo, poi scosse decisa la testa. «Bene. Riesce a spostarsi un pochino verso di me così posso darle un’occhiata? Ha dei tagli sulle braccia e vorrei verificare che non siano troppo profondi.»
Per un momento la donna sembrò non capire, ma infine, aiutandosi con una mano, si trascinò sul lato esterno del letto.
«Ricorda il suo nome?» domandò ancora Phil, senza ottenere risposta. «D’accordo. Ora facciamo un controllo preliminare e poi la porteremo in ospedale. È sotto shock. Lynne, non penso servirà una barella, perciò potresti andare a vedere la bambina, per favore?»
«Lulu!» La donna l’aveva detto in tono stupito, come se per un momento avesse dimenticato l’esistenza della figlia.
«Non si preoccupi» la rassicurò Phil. «La bambina sta benissimo. Ha solo bisogno di essere coccolata, perciò può stare tranquilla. È sua figlia?»
La donna annuì e poco dopo il pianto stizzito della piccola si trasformò in un debole uggiolio.
«Visto?» chiese Phil alla donna. «Lynne ci sa proprio fare con i bambini.»
Intanto la visitava in cerca di altre ferite, ma a parte i tagli superficiali sulle braccia e il petto, la donna sembrava illesa. Infine Phil rialzò la testa e rivolse un cenno a Stephanie.
Era ora di lasciare la stanza. Il cadavere dell’uomo doveva restare in situ fino all’arrivo della patologa legale, e Dio solo sapeva quando si sarebbe palesata, ma la donna poteva essere portata in ospedale.
Stephanie sentì Jason che parlava con qualcuno in cima alla scala. Doveva essere arrivato il detective Brodie per farsi carico dell’inchiesta. Avrebbe preferito di gran lunga non vederlo, ma non poteva evitarlo.
Senza spostarsi dalla soglia disse piano al paramedico: «Mi serve il nome, Phil».
Lui annuì e bisbigliò qualcosa alla donna. Lei rispose, ma Stephanie non riuscì a distinguere le parole.
«Evie Clarke» ripeté lui, aiutandola ad alzarsi dal letto.
«Okay, Evie. Può dirmi il nome dell’uomo nel letto?» le chiese Stephanie.
Evie sollevò la testa, ma la luce delle candele era troppo fioca per decifrare il suo sguardo.
«Si chiama Mark North.»
«E mi sa dire cos’è accaduto qui stasera, Evie?»
A quella domanda Evie Clarke si girò a guardare la poliziotta dritto in faccia. Restò in silenzio un lungo istante, poi chiuse gli occhi.
«L’ho ucciso.»
I paramedici stavano avvolgendo Evie Clarke in una coperta termica quando Stephanie sentì una voce alle sue spalle.
«Stephanie, è un piacere vederti.»
Il marcato accento scozzese del detective della Omicidi era inconfondibile, ma lei cercò di dimostrarsi indifferente, limitandosi a rivolgergli una rapida occhiata da sopra la spalla. Si era lasciato crescere la barba e anche i capelli. Il nuovo look gli donava.
«Anche per me, capo» rispose, ottenendo per tutta risposta una risatina ironica. Angus Brodie la conosceva abbastanza bene da sapere che, davanti agli altri, Stephanie si trincerava sempre dietro una maschera di professionalità. Non era il caso di far sapere all’intero corpo di polizia che in realtà il detective Brodie era fin troppo spesso nei suoi pensieri.
«Cos’è successo lì dentro?» chiese lui sottovoce per non farsi sentire da Evie Clarke.
Stephanie si voltò a guardarlo. «Serve un agente per scortarla in ospedale, dovresti parlarle.»
Gus intuì subito qual era la situazione.
«È molto scossa» proseguì lei. «Mi ha detto di aver ucciso lei la vittima, ma la sua dichiarazione non è stata formalizzata.»
Gus sgranò gli occhi. «Cazzo» esclamò. «Bel casino.»
«Mi dispiace. L’ha detto all’improvviso e non ho avuto la prontezza di ufficializzare la sua confessione. Ero preoccupata per lei, per le sue condizioni, e, be’… l’ho lasciata nelle mani dei paramedici e…»
«Non ti abbattere, Steph. Speriamo solo che non si rimangi tutto in seguito. Se lo facesse, questa sua ammissione di colpa non ci servirebbe proprio a nulla.»
Gus si passò una mano sulla nuca, un suo gesto tipico quando doveva riflettere su un problema.
«E adesso come cazzo ci muoviamo?» borbottò. «Dev’essere portata in ospedale, è chiaro, ma chissà cos’altro dirà una volta arrivata là. Devo parlarle subito.» Alzò appena la voce. «Phil, sei pronto ad andare?»
Il paramedico annuì e, reggendo Evie Clarke con un braccio intorno alla vita, cominciò ad avviarsi.
«Ora però accompagnala di sopra e tienila seduta e al caldo per qualche minuto. Devo parlarle prima che la portiate in ospedale.»
Phil annuì di nuovo e, sempre sostenendo la donna, superò lentamente i poliziotti e si diresse alla scala.
«Tra un attimo salgo anch’io» disse Gus. «Dovrò farle ripetere la confessione e formalizzare il tutto, prima che cambi idea e ci racconti chissà che altro. E poi non mi resta che dichiararla in arresto e sperare che non mi arrivi una lavata di capo per aver preso la decisione sbagliata.»
Con un lungo sospiro tese una mano verso la torcia che Stephanie stringeva ancora tra le dita. Lei dovette trattenersi dal sobbalzare quando le sfiorò l’interno del polso. Il detective alzò il fascio di luce, illumina...